Attività di team building: le 20 attività più coinvolgenti per i dipendenti
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Attività di team building: le 20 attività più coinvolgenti per i dipendenti

Alla base del successo aziendale c’è sempre un ottimo lavoro di squadra, che contribuisce ad aumentare la produttività dei dipendenti e a ridurre il loro livello di stress. Per migliorare questa componente, spesso si ricorre ad attività di team building, che tuttavia non sempre riscuotono grande successo, a volte perché considerate noiose oppure imbarazzanti.

In cosa consiste il team building? Si tratta di attività mirate e sfide di gruppo, dove i partecipanti imparano a conoscere meglio i propri colleghi, scoprendo le loro abilità, punti di forza e peculiarità. La conoscenza reciproca crea una base solida per la collaborazione e la coesione del team.

Dunque, lo scopo principale è quello di creare un ambiente più produttivo e positivo, dove ogni singolo membro si senta valorizzato per le proprie capacità e sviluppi delle collaborazioni solide con i colleghi del team di lavoro.

Se non sai da che parte iniziare per organizzare le tue prossime attività di team building, noi di Howay ti offriamo una mini guida pratica, con diverse idee stimolanti da proporre.

I vantaggi delle attività di team building

Le attività di team building sono essenziali all’interno del contesto aziendale, in quanto favoriscono la collaborazione tra i dipendenti, che di conseguenza migliora il rendimento produttivo. Sapevi che, stando ai dati raccolti da Harward Business Review, i dipendenti trascorrono il 50% del loro tempo in task collaborative?

Dunque, ecco un elenco dei vantaggi che si possono ottenere dal team building:

  • Miglioramento delle relazioni: favoriscono la conoscenza reciproca e la creazione di legami di fiducia tra colleghi.
  • Comunicazione più efficace: stimolano l’ascolto attivo e la chiarezza espressiva, riducendo fraintendimenti e conflitti.
  • Sviluppo delle competenze: potenziano abilità come leadership, problem solving e gestione del tempo.
  • Aumento della motivazione: migliorano il coinvolgimento dei dipendenti, aumentando la soddisfazione lavorativa.
  • Rafforzamento della coesione: favoriscono il senso di appartenenza e l’impegno verso obiettivi comuni.
  • Condivisione dei valori aziendali: aiutano a interiorizzare la cultura e la mission dell’azienda.
  • Maggiore capacità di problem solving: insegnano a trovare soluzioni efficaci in modo creativo e collaborativo.
  • Clima di fiducia: riducono tensioni e favoriscono un ambiente lavorativo sereno e produttivo.
  • Stimolo alla competizione sana: incentivano il miglioramento delle prestazioni senza creare rivalità distruttive.
  • Riduzione dello stress: permettono di staccare dalla routine lavorativa, migliorando il benessere mentale.

Perché si possano ottenere tali benefici, però, è necessario che le attività siano coinvolgenti per tutti, altrimenti si rischia una bassa adesione e il mancato raggiungimento degli obiettivi prefissati. Nel prossimo paragrafo forniremo un elenco di 20 attività fra le più coinvolgenti per i dipendenti.

20 attività coinvolgenti per i dipendenti

Le attività di team building che si possono organizzare sono numerose e hanno non solo il vantaggio di migliorare il lavoro di squadra, ma anche quello di affinare le competenze personali, come il pensiero critico, il problem solving e la comunicazione. 

Ecco 20 esempi coinvolgenti e divertenti da proporre ai propri dipendenti:

  1. Escape Room: i partecipanti collaborano per risolvere enigmi e uscire da una stanza entro un tempo prestabilito, migliorando il problem solving e la comunicazione. ​
  2. Cooking Challenge: più squadre competono nella preparazione di piatti, promuovendo creatività e collaborazione sotto pressione. ​
  3. Workshop di Street Art: creazione collettiva di un murale oppure di un’opera d'arte, stimolando l'espressione creativa e il lavoro di squadra. ​
  4. Outdoor Adventure Challenge: attività all'aperto come arrampicata o rafting che incoraggiano fiducia reciproca e collaborazione. ​
  5. Team Building con Animali: interazioni con animali in rifugi o centri di addestramento per migliorare il benessere emotivo e la coesione del gruppo. ​
  6. Sessione Musicale di Gruppo: creazione di una band temporanea o partecipazione a lezioni di musica per stimolare creatività e ascolto attivo. ​
  7. Caccia al Tesoro Aziendale: sfide e indizi nascosti in ufficio o in città che richiedono strategia e collaborazione per essere risolti. ​
  8. Workshop di Mindfulness: sessioni di meditazione e tecniche di rilassamento per ridurre lo stress e migliorare la concentrazione collettiva. ​
  9. Improvvisazione Teatrale: esercizi di recitazione spontanea che migliorano la comunicazione e la capacità di adattamento. ​
  10. Green Team Building: attività ecologiche come la piantumazione di alberi o la pulizia di aree verdi, promuovendo responsabilità sociale e collaborazione. ​
  11. Sport di Squadra: partite di calcio, pallavolo o basket per rafforzare lo spirito di squadra e la cooperazione.​
  12. Workshop di Fotografia: collaborazione nella creazione di un progetto fotografico, stimolando creatività e visione condivisa.​
  13. Escursione nella natura: organizzare una passeggiata con pranzo al sacco da condividere contribuisce a migliorare la comunicazione e a costruire le relazioni.​
  14. Giochi di Ruolo Aziendali: simulazioni di scenari lavorativi per migliorare la gestione dei conflitti e la comunicazione interna.​
  15. Workshop di Cucina Molecolare: esplorazione scientifica della cucina per stimolare curiosità e collaborazione.​
  16. Progetti di Volontariato: collaborazione in iniziative comunitarie per rafforzare i legami interpersonali e il senso di appartenenza.​
  17. Giochi da Tavolo Strategici: sessioni di giochi come scacchi o Risiko per sviluppare pensiero strategico e collaborazione.​
  18. Costruzione di Macchine Rube Goldberg: creazione di dispositivi complessi per eseguire compiti semplici, incentivando creatività e lavoro di squadra.​
  19. Simulazioni di Sopravvivenza: attività che richiedono collaborazione per affrontare situazioni di emergenza simulate, migliorando problem solving e resilienza.​
  20. Laboratori di Scrittura Creativa: collaborazione nella stesura di storie o poesie, stimolando comunicazione e creatività condivisa.

È chiaro che la scelta di un’attività specifica dovrà riflettere non solo gli obiettivi aziendali, ma anche il tempo a disposizione e la modalità di coinvolgimento dei dipendenti, se di presenza oppure da remoto. 

Consigli utili per organizzare la prossima attività di team building

Stai cercando di organizzare attività di team building, ma non sai da che parte iniziare? Ecco i passi da seguire per rendere la tua iniziativa interessante e produttiva allo stesso tempo:

  1. Stabilire gli obiettivi: prima di scegliere un’attività, è importante definire quali aspetti del team si vogliono potenziare, come la comunicazione, la gestione dello stress o la capacità di problem solving.
  2. Selezionare attività adatte a tutti: ogni membro del team deve sentirsi coinvolto, quindi è fondamentale scegliere esperienze che siano accessibili e stimolanti per tutti, senza escludere nessuno.
  3. Comunicare in anticipo: informare i dipendenti con largo anticipo permette loro di organizzarsi al meglio e partecipare con maggiore entusiasmo.
  4. Curare i dettagli: una pianificazione precisa, con orari ben definiti e obiettivi chiari, aiuta a evitare imprevisti e a garantire il successo dell’iniziativa.
  5. Incoraggiare la partecipazione dei leader: la presenza attiva dei manager e dei responsabili aiuta a trasmettere l’importanza del team building e motiva il personale a dare il massimo.
  6. Valutare i risultati: dopo l’evento, raccogliere feedback e osservare eventuali miglioramenti nel lavoro di squadra permette di capire l’efficacia dell’attività e di perfezionare quelle future.

Attività di Team Building: con Howay Vibes gli eventi diventano memorabili

Grazie all’esperienza consolidata di Howay nel campo della formazione e della consulenza, nasce la divisione che si occupa di eventi, capace di rispondere alle esigenze specifiche del cliente, garantendo al contempo esperienze uniche e memorabili.

Qualunque idea di attività di team building tu abbia in mente, Howay Vibes ti aiuta a realizzarla, attraverso un approccio innovativo e una fitta rete di partner di fiducia. Ciò che si offre, dunque, è un servizio completo, che inizia dalla pianificazione per la definizione del concept, alla gestione finale, comprendendo al contempo la logistica, la selezione e gestione dell’intrattenimento, il catering personalizzato, le sistemazioni alberghiere e il supporto tecnico di strumenti audio, video e luci.

Howay Vibes non organizza solo eventi per attività di team building, ma si occupa anche di conferenze, meeting, workshop e format di networking, lasciandoti libero di concentrarti su obiettivi più complessi, mentre loro pensano al resto.

Per saperne di più oppure richiedere una consulenza, scrivi a info@howay.it.

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11/6/2026

Wobi Milano 2026: come partecipare al WBF con il supporto di Howay e dei Fondi Interprofessionali

Abbiamo parlato spesso di formazione finanziata, dei bandi regionali e dei Fondi Interprofessionali che permettono alle imprese di investire nella crescita delle competenze senza dover sostenere costi proibitivi. Oggi vediamo un'applicazione concreta e ancora poco conosciuta di questi strumenti: la possibilità di portare la tua azienda al  World Business Forum di Milano, l'evento di Wobi che il 18 e 19 novembre 2026 riunirà all'Allianz MiCo Milano Congressi oltre 3.000 executive e responsabili aziendali.

Si pensa spesso che un evento di questo livello sia accessibile solo ai grandi gruppi internazionali. La realtà è diversa: con il supporto di un ente formativo accreditato come Howay, anche le PMI possono partecipare al WBF facendo coprire la quota di iscrizione attraverso i Fondi Interprofessionali per la Formazione Continua.

Cos'è il World Business Forum Milano 2026

Il World Business Forum è organizzato da WOBI, network internazionale presente in nove Paesi, e dal 2004 ha eletto Milano come tappa europea di riferimento. Due giornate di interventi, dibattiti e networking che ogni anno portano nella business community italiana oltre 3.000 decision maker tra HR, top manager e imprenditori.

Il programma 2026 combina leadership, strategia, AI e performance organizzativa. Tra i relatori spiccano Justin Trudeau, ex Primo Ministro del Canada (2015-2025), che porta sul palco il tema della leadership nei momenti di crisi e della valorizzazione delle nuove generazioni nei team. Rita McGrath, docente alla Columbia Business School e tra le voci più ascoltate al mondo in tema di strategia, racconta come ripensare i modelli di crescita in un'epoca di cambiamenti tecnologici rapidi. Zack Kass, ex responsabile Go-to-Market di OpenAI, propone una visione pragmatica sull'integrazione dell'intelligenza artificiale nei processi aziendali. Gianluigi Buffon, con la sua esperienza di leadership e gestione della pressione ai massimi livelli, completa il quadro con il tema delle culture vincenti nei team multigenerazionali. Il programma è arricchito da altre voci di rilievo internazionale, tra cui Stephen M.R. Covey, esperto mondiale di fiducia organizzativa, Paola Antonelli del MoMA di New York sul tema della creatività come vantaggio competitivo, l'olimpionico Carl Lewis sul mindset orientato alle alte prestazioni e Chris Barton, founder di Shazam, sul tema dell'innovazione.

A tal proposito, va sottolineato come il WBF non sia una semplice rassegna di interventi ispirazionali, ma un percorso strutturato di formazione manageriale: gli interventi sono organizzati per fornire ai partecipanti modelli concreti applicabili al ritorno in azienda. La quota di partecipazione in formula Gold parte da circa 2.065-2.295 euro più IVA per persona (in promozione early bird, con sconti progressivi per team più numerosi), fino a un prezzo pieno di 2.900 euro più IVA.

Come finanziare il WBF con i Fondi Interprofessionali

Il WBF Milano è ufficialmente finanziabile attraverso i principali Fondi Interprofessionali per la Formazione Continua, gli enti bilaterali gestiti dalle parti sociali a cui le imprese italiane destinano lo 0,30% dei contributi INPS per la formazione dei propri dipendenti. Tra i fondi più diffusi troviamo Fondimpresa, dedicato alle imprese del settore industriale, e Fondirigenti, specifico per la formazione dei dirigenti. A oggi Fondimpresa raccoglie circa 129.500 aziende aderenti, che occupano oltre 4 milioni di lavoratori, e ha finanziato storicamente piani formativi per più di 3,2 miliardi di euro.

In altre parole, ogni azienda con almeno un dipendente accumula nel tempo un budget formativo dedicato, il cosiddetto Conto Formazione, alimentato dal 70% del contributo INPS dello 0,30% versato all'ente. Le risorse possono essere utilizzate entro 24 mesi dal trasferimento: oltre questo termine, gli importi non spesi confluiscono nel Conto di Sistema e vengono destinati a piani solidaristici per altre imprese aderenti. Difatti, secondo i regolamenti pubblicati dai Fondi, una parte significativa delle risorse accantonate sui Conti Formazione resta inutilizzata ogni anno proprio perché molte aziende non hanno consapevolezza delle opportunità a disposizione.

Per dare un riferimento concreto: una PMI manifatturiera con 25 dipendenti iscritta a Fondimpresa accumula sul proprio Conto Formazione risorse generalmente sufficienti a coprire integralmente la partecipazione di 2-3 manager al WBF Milano in formula Gold, attivando un budget già accantonato che altrimenti rischierebbe di andare perso. Più nel dettaglio, i fondi possono coprire la quota di iscrizione, le attività formative collegate (briefing pre-evento, debriefing successivi, percorsi di approfondimento) e i costi diretti del personale durante le ore di formazione.

Ecco perché conviene capire in anticipo quale sia la posizione della propria azienda: l'accesso ai Fondi non si limita alla compilazione di un modulo, ma richiede la presentazione di un piano formativo strutturato, la gestione amministrativa della pratica e una rendicontazione finale precisa, fasi in cui anche errori formali possono compromettere il finanziamento.

Il Supporto di Howay per accedere al WBF

In qualità di ente formativo accreditato del gruppo W Group, Howay accompagna le aziende in tutte le fasi necessarie per finanziare la partecipazione al WBF Milano attraverso i Fondi Interprofessionali. Si parte da un'analisi della posizione dell'azienda sul fondo di riferimento, con verifica delle risorse effettivamente disponibili sul Conto Formazione, per arrivare alla costruzione di un piano formativo coerente che integra l'evento con eventuali attività di approfondimento.

Da lì, Howay gestisce la parte tecnica: presentazione della domanda sulla piattaforma del fondo selezionato, coordinamento con WOBI per le iscrizioni del team, gestione documentale durante tutto il percorso e rendicontazione finale entro i tempi previsti dal Fondo. L'obiettivo è consentire alle aziende di accedere al WBF riducendo al minimo la complessità amministrativa legata ai fondi, trasformando un budget formativo già esistente in un'esperienza ad alto impatto manageriale.

Per scoprire quante risorse sono già accantonate sul Conto Formazione della tua azienda e capire come trasformarle nella partecipazione al World Business Forum Milano 2026, è possibile richiedere una valutazione personalizzata direttamente dal sito. Maggiori informazioni anche sulla pagina dedicata alla formazione finanziata.

Approfondimenti:

10/6/2026

HR Business Partner: cosa fa e perché è una figura strategica per l'azienda

In un articolo precedente abbiamo parlato dell'HR Manager come perno del reparto Risorse Umane, della sua formazione e del suo ruolo nel coordinare le persone. Oggi entriamo in un terreno più specifico: quello dell'HR Business Partner, una figura sempre più richiesta dalle aziende italiane e spesso confusa con altri ruoli del dipartimento People.

Lavori già nelle Risorse Umane e stai pensando a come evolvere la tua carriera verso un ruolo più consulenziale e meno operativo? Oppure stai guidando un'azienda in trasformazione e ti stai chiedendo chi possa affiancare il management nelle decisioni più complesse legate al personale? L'HR Business Partner è esattamente questa figura: un professionista che lavora a stretto contatto con il top management per allineare la gestione delle persone agli obiettivi di business.

Andiamo a vedere quindi cosa fa concretamente un HRBP, quali sono le differenze rispetto agli altri ruoli HR, quali competenze servono per ricoprire questa posizione e quale percorso professionale è più indicato per arrivarci.

Cos'è un HR Business Partner e perché è una figura strategica

Il concetto di HR Business Partner è stato introdotto nella seconda metà degli anni '90 dal professore americano Dave Ulrich, che per primo ha teorizzato come la funzione HR dovesse evolvere da reparto puramente amministrativo a partner del business. Da allora il ruolo si è diffuso prima nelle grandi multinazionali e poi, negli ultimi anni, anche nelle PMI strutturate italiane.

L'HRBP è un consulente interno che dialoga direttamente con i dirigenti e con i manager di funzione, traducendo gli obiettivi aziendali in iniziative concrete sulle persone. Il suo compito è capire dove l'azienda vuole arrivare e costruire la people strategy che lo renda possibile. Mentre la funzione HR tradizionale risponde alle esigenze quotidiane (un'assunzione da gestire, un contratto da formalizzare, un conflitto da risolvere), l'HR Business Partner anticipa, pianifica e influenza le decisioni di lungo termine dell'organizzazione.

Cosa fa un HR Business Partner: le mansioni principali

Le attività di un HRBP variano in base alle dimensioni dell'azienda e alla maturità del dipartimento People, ma esistono mansioni ricorrenti che identificano chiaramente il ruolo.

La prima è la consulenza al management: l'HRBP siede al tavolo delle decisioni accanto a CEO, direttori e responsabili di funzione, contribuendo a tradurre la visione aziendale in piani concreti sulle persone. Discute fabbisogni di organico, gap di competenze, evoluzioni organizzative. Da qui nasce il talent management e succession planning: identifica i talenti chiave all'interno dell'organizzazione, costruisce piani di sviluppo individuali e prepara percorsi di successione per i ruoli critici, garantendo continuità nel medio-lungo termine.

Un'altra responsabilità centrale è la gestione del cambiamento: in fasi di riorganizzazione, fusione, lancio di nuove tecnologie o trasformazione culturale, l'HRBP guida le persone attraverso la transizione, gestendo resistenze e mantenendo alta la motivazione del team. Lo fa sempre più spesso supportato dai people analytics, utilizzando dati su turnover, engagement, performance e clima aziendale per supportare con evidenze concrete le decisioni del management, andando oltre le impressioni soggettive.

Sul fronte più operativo, l'HRBP collabora con i manager di linea per costruire sistemi di performance management allineati agli obiettivi di business, basati su feedback continuo invece che su sole revisioni annuali. E presidia la qualità delle employee relations e del clima aziendale, anticipando potenziali conflitti, raccogliendo segnali deboli dal team e proponendo interventi mirati di miglioramento.

A tal proposito, va sottolineato come l'HRBP non sostituisca i ruoli HR operativi, ma li integri con uno sguardo più ampio: lavora sull'impatto delle scelte sulle persone, non sull'esecuzione delle procedure.

Le differenze tra HRBP, HR Manager e HR Specialist

Una delle maggiori fonti di confusione riguarda proprio la distinzione tra i ruoli interni alla funzione People. Capire chi fa cosa è fondamentale sia per chi sta progettando la propria carriera HR, sia per chi sta strutturando il dipartimento Risorse Umane della propria azienda.

L'HR Specialist è una figura operativa, focalizzata su un'area specifica del processo HR (amministrazione, payroll, recruiting, formazione). Esegue procedure, gestisce documenti, garantisce conformità normativa. È spesso il punto di partenza di una carriera nel settore.

L'HR Manager è la figura gestionale che coordina il dipartimento Risorse Umane, supervisiona le attività degli specialisti, definisce le policy aziendali e si rapporta con la direzione. Ha responsabilità di team e gestisce il budget HR. È un ruolo con forte componente organizzativa e di leadership interna.

L'HR Business Partner, infine, è un consulente assegnato a specifiche business unit o aree dell'azienda. Non gestisce direttamente un team HR, ma lavora trasversalmente con i manager di funzione, collegando le scelte sulle persone alla direzione di business. In altre parole, l'HR Manager governa il reparto, mentre l'HRBP costruisce ponti tra il reparto e il resto dell'organizzazione. Nelle realtà più strutturate i due ruoli convivono e si integrano; nelle PMI in evoluzione l'HRBP può rappresentare il primo passo di una professionalizzazione consulenziale della funzione HR.

Quali competenze servono per diventare HR Business Partner?

Lavorare come HRBP richiede un mix preciso di competenze tecniche e trasversali, costruito nel tempo attraverso esperienza diretta sul campo.

Sul fronte delle competenze tecniche servono solide basi di diritto del lavoro e contrattualistica, conoscenza approfondita dei processi HR (selezione, formazione, valutazione, sviluppo), familiarità con strumenti di HR analytics e people data, e una crescente capacità di utilizzare l'intelligenza artificiale applicata ai processi people.

Ma il vero discrimine sta nelle soft skills e nel business acumen, ovvero nella capacità di comprendere il modello di business dell'azienda, leggere i numeri, parlare il linguaggio del management. È ciò che distingue un HRBP da un HR Specialist promosso. A questa competenza si affianca il pensiero strategico, la capacità di anticipare scenari, leggere segnali deboli, costruire piani di medio-lungo termine invece di reagire alle urgenze quotidiane.

Un'altra abilità fondamentale è la leadership senza autorità gerarchica: l'HRBP non comanda i manager con cui lavora, ma deve influenzarli e guidarli con credibilità professionale. Per riuscirci, servono ascolto attivo e intelligenza emotiva, indispensabili per leggere le dinamiche organizzative, comprendere bisogni inespressi e gestire situazioni delicate con equilibrio. Infine, una solida capacità di comunicazione, perché l'HRBP deve tradurre concetti HR complessi in linguaggio business e viceversa, sia in contesti formali (board, comitati direttivi) sia nel dialogo quotidiano con i manager.

Il percorso per diventare HRBP: dall'esperienza HR al ruolo consulenziale

Diventare HR Business Partner non è un punto di partenza, ma un punto di arrivo. Si tratta di un ruolo che richiede una base accademica solida (tipicamente Psicologia, Economia, Giurisprudenza o Scienze della Formazione), una esperienza concreta nella funzione HR di almeno 5-7 anni e un percorso di formazione continua specifico sulla dimensione strategica del ruolo.

Chi parte da un ruolo di HR Specialist o Recruiter generalmente passa attraverso un'esperienza in HR Generalist (con visione più ampia dei processi), per poi specializzarsi su una business unit come HRBP. Lungo questo cammino, master post-laurea in HR Management, certificazioni internazionali (come quelle SHRM o CIPD) e percorsi di executive education contribuiscono ad affinare le competenze consulenziali necessarie al ruolo.

Va sottolineato che, oltre alla formazione formale, conta moltissimo l'esposizione diretta alle dinamiche aziendali: partecipare a riunioni con il management, leggere bilanci, comprendere KPI di business, dialogare con manager di funzione sono tutte esperienze che si costruiscono solo sul campo.

Il ruolo di Howay nella crescita dei professionisti HR

In qualità di ente formativo accreditato del gruppo W Group, Howay accompagna i professionisti HR già in attività che vogliono evolvere verso il ruolo di HR Business Partner attraverso percorsi di formazione continua mirati. L'area People Management propone in particolare un corso dedicato proprio a questa figura, HR Business Partner: creare valore attraverso modelli operativi strategici, oltre a percorsi su Strategic Workforce Planning, leadership e sviluppo dei collaboratori.

Per chi sta costruendo un cammino di crescita nelle Risorse Umane è possibile esplorare il catalogo completo dei corsi oppure approfondire le opportunità di formazione finanziata disponibili per aziende e professionisti.

Approfondimenti:

8/6/2026

Cosa studiare per lavorare nelle Risorse Umane: lauree, master e competenze

Stai pensando di costruire una carriera nelle Risorse Umane e ti stai chiedendo da dove iniziare? È una domanda comune tra gli studenti che devono scegliere l'università, ma anche tra i neolaureati che desiderano completare gli studi.

Chi vuole lavorare nel settore HR sceglie spesso percorsi universitari come Psicologia, Economia, Scienze della Formazione o Giurisprudenza, completandoli poi con un master specialistico e attività di aggiornamento continuo. Si tratta di una professione che richiede una preparazione solida, perché chi opera nel settore non si limita più alla gestione amministrativa del personale: oggi le funzioni HR coprono selezione, sviluppo organizzativo, benessere dei collaboratori, relazioni sindacali e applicazione dell'intelligenza artificiale al recruiting. In questo articolo vediamo nel dettaglio cosa studiare per intraprendere questa carriera.

Cosa fa chi lavora nelle Risorse Umane?

Prima di parlare di formazione, vale la pena capire concretamente di cosa si occupa chi lavora in questo settore. Le aree di intervento sono cresciute molto negli ultimi anni e oggi spaziano dall'amministrazione operativa alla strategia aziendale.

Un professionista HR si occupa, a seconda del proprio ruolo, di selezione del personale (recruiting, screening dei CV, conduzione dei colloqui), formazione e sviluppo dei collaboratori (piani formativi, reskilling e upskilling), valutazione delle performance, gestione amministrativa e contrattuale, relazioni sindacali e diritto del lavoro, benessere organizzativo e cultura aziendale. Nelle aziende strutturate ciascuna di queste funzioni è affidata a figure specifiche (HR Specialist, HR Recruiter, HR Business Partner, HR Manager), mentre nelle PMI tutto può essere accorpato in una o due persone con competenze trasversali.

In questo senso, è importante capire fin da subito quale area attrae di più: chi è interessato alle persone tende verso recruiting e formazione, chi ama l'analisi punta su HR analytics e organizational design, chi predilige la dimensione normativa si specializza in diritto del lavoro o relazioni industriali.

Quali sono le lauree più adatte per lavorare in HR?

Nella maggior parte delle aziende strutturate, la laurea rappresenta il punto di partenza per costruire una carriera HR. Non esiste un corso di laurea unico dedicato alle Risorse Umane, ma i percorsi universitari che portano a questa professione sono diversi e ciascuno valorizza competenze differenti.

  • Psicologia, in particolare Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni: è l'iter più indicato per chi vuole specializzarsi in selezione, valutazione del personale, benessere organizzativo e gestione dei conflitti. Atenei come Università Cattolica del Sacro Cuore, LUMSA e Padova offrono magistrali specifiche.
  • Scienze della Formazione e Sviluppo delle Risorse Umane: indicata per chi punta su formazione, sviluppo organizzativo e progettazione di interventi educativi. Milano-Bicocca offre la magistrale LM-57 in Formazione e Sviluppo delle Risorse Umane, tra le più riconosciute in Italia.
  • Economia e Management: scelta solida per chi vuole inserirsi in funzioni HR di grandi aziende e contesti internazionali, con attenzione a temi come compensation, HR analytics e people strategy. Bocconi e Bologna sono riferimenti consolidati.
  • Giurisprudenza e Scienze del Lavoro: indicata per chi vuole specializzarsi su contrattualistica, relazioni sindacali, consulenza del lavoro e diritto del lavoro. Sapienza offre la magistrale in Risorse Umane, Scienze del Lavoro e Innovazione.

Non c'è una scelta migliore in assoluto: la decisione dipende dall'area HR su cui ci si vuole concentrare. Per dare un riferimento pratico, chi vuole diventare recruiter parte spesso da Psicologia e prosegue con un master HR e uno stage in agenzia per il lavoro, chi punta a HR Business Partner in grande azienda parte da Economia o Psicologia integrandole con un master manageriale, chi sceglie l'amministrazione del personale o la consulenza del lavoro parte da Giurisprudenza o Economia, mentre chi mira al mondo della formazione aziendale trova in Scienze della Formazione il punto di partenza più naturale.

Chi cerca formule più flessibili può anche orientarsi sulle università telematiche, che propongono corsi in Psicologia o Scienze dell'Organizzazione validi a tutti gli effetti.

Servono master o corsi di specializzazione dopo la laurea?

Il master post-laurea rappresenta uno dei passaggi più decisivi per chi vuole accedere rapidamente a ruoli di responsabilità nel settore. Si tratta di programmi di un anno (a volte due) che combinano didattica, project work, stage in azienda e networking, e che spesso garantiscono tassi di placement molto elevati.

I corsi più riconosciuti in Italia sono accreditati da enti indipendenti come ASFOR (Associazione Italiana per la Formazione Manageriale) e SHRM (Society for Human Resource Management). Tra le proposte più consolidate troviamo i master di GEMA Business School, Università Cattolica/ISTUD, 24ORE Business School, Bologna Business School e Luiss Business School. Esistono anche corsi di alta formazione professionalizzante più brevi, oltre ai programmi di I e II livello erogati dalle università telematiche per chi cerca formule più flessibili.

Uno degli elementi più apprezzati di questi percorsi è la presenza di uno stage curricolare in azienda, che diventa spesso il vero ponte verso il primo inserimento lavorativo. Per molte aziende strutturate il master è ormai un titolo preferenziale rispetto alla sola laurea.

Quali competenze servono per lavorare nelle Risorse Umane?

Oltre all'iter accademico, lavorare nella gestione del personale richiede un mix di competenze tecniche e trasversali che si costruiscono nel tempo. Sul fronte delle competenze tecniche servono basi solide di diritto del lavoro, conoscenza dei principali CCNL e della contrattualistica aziendale, competenze digitali per usare ATS, software gestionali HR e strumenti di analisi dati, e una crescente familiarità con l'intelligenza artificiale applicata ai processi di selezione e sviluppo.

Sul piano delle soft skills, le più richieste sono empatia e capacità di ascolto, fondamentali per comprendere persone e dinamiche di team, comunicazione efficace sia nel rapporto individuale sia nei contesti di gruppo, problem solving per gestire situazioni complesse e impreviste, capacità organizzative per coordinare processi e scadenze, leadership e gestione del cambiamento per chi punta a ruoli senior, riservatezza ed etica professionale, indispensabili in un ruolo che maneggia informazioni sensibili.

Il professionista della funzione People è una figura ibrida che mette insieme metodo, sensibilità relazionale e competenze tecniche, ed è chiamata a tenere il passo con un settore in continua trasformazione.

Il ruolo di Howay nella formazione continua dei professionisti HR

In qualità di ente formativo accreditato del gruppo W Group, Howay non si propone come alternativa al percorso universitario, ma come partner per la formazione continua dei professionisti già in attività e di aziende che vogliono far crescere i propri team HR e manageriali. Per chi ha già concluso gli studi e lavora in azienda, restare aggiornati è una pratica quotidiana imprescindibile: il diritto del lavoro evolve, le metodologie di recruiting cambiano, l'intelligenza artificiale ridefinisce i processi di selezione e sviluppo.

Il catalogo Howay propone, in particolare, corsi nell'area People Management su temi come Strategic Workforce Planning, HR Business Partner, leadership e sviluppo dei collaboratori, selezione del personale con tecniche di comunicazione efficace. L'area Personal Development lavora invece sulle competenze trasversali che fanno la differenza in qualsiasi ruolo della funzione People: gestione dei conflitti, intelligenza emotiva, comunicazione di impatto. Per manager e imprenditori, The Loft propone uno spazio esclusivo dedicato alla leadership.

Per esplorare il catalogo completo dei corsi o approfondire le opportunità di formazione finanziata disponibili per le aziende, è possibile contattare Howay direttamente dal sito.

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4/6/2026

Come organizzare un Recruiting Day: Guida Operativa in 5 fasi

Hai mai pensato che assumere dieci, venti o cinquanta persone in pochi giorni invece di settimane potrebbe trasformare la velocità con cui la tua azienda cresce? Quando si apre una nuova filiale, si lancia un progetto o si deve gestire un turno stagionale, la selezione tradizionale può rivelarsi troppo lenta.

Il Recruiting Day nasce proprio per rispondere a questo bisogno: una giornata interamente dedicata all'incontro con i candidati, in cui l'azienda concentra colloqui, presentazione del brand e raccolta di curriculum. Spesso il termine viene usato come sinonimo di Career Day, ma c'è una differenza importante: il Career Day, di solito organizzato con università o enti formativi, ha una finalità più orientativa e di networking, mentre il Recruiting Day è centrato sull'assunzione concreta di profili già selezionati.

Senza un metodo strutturato, però, il rischio è trasformare la giornata in un'esperienza dispersiva, caratterizzata da attese e improvvisazioni. In questo articolo vediamo le cinque fasi operative per costruire un evento di selezione davvero efficace.

Cos'è un Recruiting Day e quando ha senso organizzarlo

Già molti anni fa negli USA avevano compreso che per attirare i Talenti migliori serve coinvolgerli e stimolarli con un pizzico di entertainment, da qui la necessità di organizzare un Recruiting Day. Si tratta di un evento di selezione concentrato in una sola giornata, in cui i responsabili delle risorse umane di un'azienda incontrano un numero elevato di candidati per colloqui mirati. Le candidature vengono raccolte e preselezionate nelle settimane precedenti, in modo che il giorno della giornata di recruiting si lavori solo con profili realmente in linea con le posizioni aperte.

Non è uno strumento adatto a ogni esigenza. Si rivela invece particolarmente utile in alcuni casi specifici:

  • Assunzioni di massa: quando l'azienda deve coprire molte posizioni nello stesso periodo, ad esempio per l'apertura di una nuova sede, un'espansione produttiva o un nuovo insediamento che richiede personale qualificato in tempi rapidi.
  • Profili difficili da reperire: per ruoli altamente qualificati o di nicchia, l'evento permette di intercettare candidati che difficilmente risponderebbero a un singolo annuncio pubblicato online.
  • Settori a forte stagionalità: nel retail, nel turismo o nella logistica questo format è particolarmente prezioso per gestire i picchi di richiesta legati a ricorrenze, alta stagione o lanci di prodotto.
  • Eventi multi-aziendali: gruppi di imprese affini o di filiera possono organizzare giornate condivise, dividendo costi e moltiplicando l'attrattività per i candidati grazie alla varietà di opportunità offerte.

Vale la pena evidenziare che il Recruiting Day non è solo uno strumento di selezione: è anche un'occasione di employer branding, perché trasmette ai candidati una prima immagine concreta della cultura aziendale.

Fase 1: progettazione dell'evento

Tutto inizia dalla definizione precisa degli obiettivi. Quanti candidati vuoi incontrare? Quante assunzioni stai prevedendo? Quali profili stai cercando, con quali competenze e quale livello di seniority? Da queste risposte dipendono tutte le scelte successive, dalla location alla comunicazione.

Una buona progettazione include la scelta di una location adeguata all'affluenza prevista, capace di ospitare sia un'aula plenaria per la parte introduttiva, sia spazi dedicati ai colloqui individuali. La selezione delle partnership è altrettanto importante: collaborare con agenzie per il lavoro, Centri per l'Impiego o enti formativi può ampliare la platea dei candidati e rafforzare la qualità della preselezione. Infine, va costruito un cronoprogramma realistico che tenga conto anche degli imprevisti, perché in eventi di questa portata qualcosa che cambia in corsa accade sempre.

Fase 2: promozione e raccolta delle candidature

Una volta definita la struttura dell'evento, l'attenzione si sposta sulla comunicazione. Promuovere una giornata di recruiting o un Career Day significa attivare più canali in parallelo: piattaforme di recruiting online, social media, newsletter aziendali, sito istituzionale, ma anche partnership con stampa locale o community di settore.

Particolarmente utile è prevedere una pre-iscrizione online, attraverso un form dedicato che raccolga dati anagrafici, esperienza professionale e posizione di interesse. In questo modo si ottiene un duplice vantaggio: si snellisce la fase di accoglienza il giorno dell'evento e si costruisce un database di profili che resta utile anche per selezioni future. L'invio di reminder via email o SMS nei giorni precedenti aiuta inoltre a ridurre il tasso di assenze, che in iniziative di questo tipo può essere significativo.

Fase 3: il modello a "doppio binario" durante l'evento

Il giorno dell'evento si gioca su un equilibrio delicato. Da un lato i recruiter devono condurre i colloqui con calma e attenzione, dall'altro decine o centinaia di candidati attendono il proprio turno e rischiano di vivere ore di attesa improduttiva. La risposta operativa più efficace è il cosiddetto modello a "doppio binario".

L'idea è semplice: mentre una parte dei candidati svolge i colloqui in aule dedicate, l'altra parte partecipa in plenaria ad attività parallele condotte da formatori o facilitatori. Questi momenti possono includere la presentazione dell'azienda, sessioni di Q&A con i manager, brevi workshop su soft skills, quiz interattivi sulla cultura aziendale o testimonianze di collaboratori già in forza.

In altre parole, il doppio binario trasforma l'attesa in un'occasione di formazione, riducendo lo stress dei candidati e creando un primo legame autentico con la cultura aziendale. La condizione perché funzioni è una stretta sincronizzazione tra i recruiter nelle aule e lo staff in plenaria, in modo che l'avvicendamento dei gruppi avvenga senza interruzioni.

Fase 4: dopo l'evento, follow-up e selezione

L'evento di recruiting non finisce con la chiusura delle porte. Le 48-72 ore successive sono decisive per consolidare i risultati. La fase di follow-up include il debriefing del team di recruiter, la sistematizzazione delle valutazioni raccolte, la comunicazione ai candidati selezionati per i passaggi successivi e il riscontro, anche breve, ai candidati non scelti.

Vale la pena ricordare che la cura nella fase di chiusura ha un impatto diretto sulla reputazione aziendale come datore di lavoro: un candidato che riceve un feedback rapido e rispettoso, anche negativo, mantiene un'immagine positiva dell'azienda e può tornare a candidarsi in futuro o consigliarla ad altri.

Fase 5: misurazione dei risultati e miglioramento continuo

L'ultima fase è quella che spesso viene trascurata, ma è anche quella che permette di trasformare un singolo evento in un processo che migliora di edizione in edizione. Una buona misurazione si basa su pochi indicatori chiari, da analizzare a freddo nelle settimane successive:

  • Tasso di presenza: rapporto tra candidati iscritti e candidati effettivamente presenti il giorno dell'evento. Un valore basso segnala problemi nella comunicazione o nei reminder.
  • Time-to-hire: numero medio di giorni intercorsi tra la candidatura e la firma del contratto. È l'indicatore che più di tutti racconta l'efficacia del format rispetto a una selezione tradizionale.
  • Cost-per-hire: costo medio sostenuto per ogni assunzione effettiva, comprensivo di location, comunicazione, ore dei recruiter e attività plenarie.
  • Candidate experience: percezione raccolta dai partecipanti attraverso un breve questionario post-evento, utile per capire come l'organizzazione è stata vissuta dall'altro lato.
  • Tasso di conversione: percentuale di candidati che hanno superato i colloqui e firmato un contratto rispetto al totale dei colloqui svolti.

Confrontare questi indicatori da un evento all'altro permette di affinare progressivamente la metodologia, identificare i punti deboli e replicare ciò che ha funzionato. In sostanza, la misurazione trasforma il Recruiting Day da iniziativa episodica a vero asset strategico per la crescita aziendale.

Il ruolo di Howay nell'organizzazione di eventi di recruiting

Un evento di selezione efficace richiede competenze organizzative, capacità di comunicazione e una gestione accurata di ogni fase del processo. Per questo molte aziende scelgono di affidarsi a partner specializzati nella formazione e nella consulenza HR.

In qualità di ente formativo accreditato del gruppo W Group, Howay affianca le aziende che vogliono organizzare un Recruiting Day strutturato. Possiamo intervenire sulla progettazione del format, sulla costruzione delle attività plenarie del doppio binario e sulla formazione dei recruiter che condurranno i colloqui. Per le imprese interessate ad approfondire l'argomento, è possibile consultare le aree dedicate a People Management e al catalogo corsi sul sito Howay.

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