Upskilling: cos'è e perché è fondamentale per la crescita aziendale
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Upskilling: cos'è e perché è fondamentale per la crescita aziendale

Tutte le aziende più performanti sanno che per conquistare il mercato e adeguarsi ai continui cambiamenti, bisogna investire anche sulla formazione continua dei propri dipendenti, affinando le loro skills e ampliando le competenze. 

Questo processo di sviluppo viene chiamato Upskilling e può avere diverse forme: dal seminario per approfondire determinate tematiche legate al proprio brand, all’acquisizione di certificazioni riconosciute a livello nazionale e internazionale, fino ai più diffusi corsi di formazione, come quelli offerti da Howay.

Ricorrere alla Upskilling ha un duplice vantaggio: da una parte le aziende consolidano la propria presenza nel mercato, reagendo più agilmente ai cambiamenti (soprattutto quelli tecnologici), dall’altra lo stesso dipendente ha la possibilità di sviluppare il proprio talento in un contesto lavorativo stimolante.

In questo articolo scopriamo in cosa consiste questo processo e per quale ragione è fondamentale per la crescita aziendale.

Upskilling vs Reskilling: significato ed esempi

L'Upskilling si riferisce al processo di miglioramento e ampliamento delle competenze già possedute da un individuo per svolgere in modo più efficace il proprio ruolo attuale. Questo approccio mira a mantenere i dipendenti aggiornati sulle ultime tendenze e tecnologie, garantendo che le loro abilità rimangano pertinenti e allineate alle esigenze in evoluzione del mercato del lavoro.

Questo termine non deve essere confuso con il Reskilling, ugualmente importante nel contesto aziendale, ma con un significato ben diverso. Il Reskilling, infatti, implica l'acquisizione di nuove competenze che permettono ad un individuo di assumere un ruolo diverso all'interno dell'organizzazione. Questo processo è spesso adottato quando determinate posizioni diventano obsolete o quando l'azienda necessita di coprire nuovi ruoli emergenti, offrendo ai dipendenti l'opportunità di riqualificarsi per adattarsi alle nuove esigenze.

In altre parole,mentre l'Upskilling si concentra sull'elevare le competenze esistenti per migliorare la performance nel ruolo attuale, il Reskilling prepara i dipendenti a transizioni verso posizioni differenti, rispondendo alle mutevoli dinamiche del mercato del lavoro.

Facciamo un esempio pratico: un’azienda decide di attivarsi per ridurre le disparità di genere nella propria azienda, proponendo ai propri HR corsi che aiutino a riconoscere i primi segnali di allarme e mettere in pratica le best practices per ridurre il divario. Poiché si tratta di un “upgrade” delle competenze già esistenti, stiamo parlando di Upskilling.

Un esempio di Reskilling, invece, potrebbe essere l’acquisizione di competenze in Data Driven, oppure in Project Management (come quelle offerte dai corsi Howay), per aprire le porte a nuove opportunità di lavoro e carriera. 

Quali attività rientrano nella Upskilling?

Come abbiamo chiarito, dunque, è il processo attraverso il quale i dipendenti migliorano o ampliano le proprie competenze per adattarsi alle esigenze in evoluzione del loro ruolo o del settore in cui operano. 

L’Upskilling non riguarda solo i corsi formativi, ma comprende anche una serie di attività che possono costituire una preziosa risorsa di apprendimento e miglioramento professionale. Più nel dettaglio, si possono riassumere come segue:

  • Formazione interna: le aziende organizzano sessioni formative per aggiornare il personale su nuove tecnologie, strumenti o metodologie pertinenti al loro lavoro.
  • Corsi esterni e certificazioni: i dipendenti partecipano a corsi specialistici oppure ottengono certificazioni riconosciute nel settore per approfondire competenze specifiche.
  • Workshop e seminari: eventi focalizzati su tematiche emergenti o su approfondimenti di settore, utili per acquisire conoscenze aggiornate e confrontarsi con esperti.
  • E-learning e piattaforme online: utilizzo di risorse digitali per l'apprendimento autonomo, che permettono flessibilità nella gestione dei tempi e dei contenuti formativi.
  • Programmi di mentoring e coaching: collaborazione con colleghi esperti o coach professionisti per sviluppare competenze specifiche e ricevere feedback mirati.
  • Partecipazione a conferenze e fiere: coinvolgimento in eventi del settore per rimanere aggiornati sulle ultime tendenze e innovazioni.
  • Progetti interfunzionali: coinvolgimento in team multidisciplinari per acquisire una visione più ampia dell'azienda e sviluppare nuove abilità.

Come puoi vedere, anche se alcuni mezzi utilizzati sono gli stessi per Upskilling e Reskilling, gli obiettivi da raggiungere sono differenti, fermo restando che andrebbero applicati entrambi in ogni azienda che desidera distinguersi sul mercato.

Un vantaggio per tutti, Aziende e dipendenti

L'Upskilling rappresenta una strategia win-win: da una parte le aziende beneficiano di una forza lavoro competente e adattabile, mentre dall'altra i dipendenti godono di crescita professionale e maggiore sicurezza nel mercato del lavoro.

In particolare, i vantaggi per le aziende possono essere:

  • Aumento della produttività: dipendenti con competenze aggiornate lavorano in modo più efficiente, riducendo errori e migliorando la qualità del lavoro.
  • Maggiore adattabilità: un team formato è più flessibile nell'affrontare cambiamenti tecnologici e di mercato, garantendo all'azienda una maggiore resilienza.
  • Riduzione dei costi di assunzione: investire nello sviluppo interno riduce la necessità di assumere nuovo personale, con conseguente risparmio sui costi di reclutamento e formazione iniziale.
  • Miglioramento dell'immagine aziendale: un'organizzazione che investe nella crescita dei propri dipendenti è percepita positivamente, aumentando l'attrattiva per potenziali talenti e clienti.

Allo stesso tempo, anche i dipendenti soggetti all’Upskilling ottengono numerosi benefici, che si possono raggruppare come segue:

  • Crescita professionale: l'acquisizione di nuove competenze apre opportunità di carriera e promozioni, aumentando la soddisfazione lavorativa.
  • Sicurezza lavorativa: essere aggiornati riduce il rischio di obsolescenza professionale, garantendo una maggiore stabilità occupazionale.
  • Aumento della motivazione: la possibilità di apprendere e crescere professionalmente stimola l'engagement e la motivazione nel lavoro quotidiano.
  • Versatilità: competenze ampliate permettono al dipendente di adattarsi a diversi ruoli e sfide, aumentando la propria employability.

In generale, l’Upskilling costituisce un vantaggio per il brand, ma come capire se l’azienda al momento ne ha bisogno? Lo spieghiamo nel prossimo paragrafo.

Come capire se è necessario un Upskilling

Per determinare se la tua azienda necessita di un programma di Upskilling, è fondamentale effettuare una Skill Gap Analysis, un processo che consente di identificare le discrepanze tra le competenze attualmente possedute dai dipendenti e quelle richieste per raggiungere gli obiettivi aziendali. 

La Skill Gap Analysis prevede diversi passaggi chiave:

  1. Definizione degli obiettivi aziendali: stabilire chiaramente le mete a breve e lungo termine dell'organizzazione. Questo aiuterà a comprendere quali ruoli e competenze sono necessari per raggiungerli.

  2. Identificazione dei ruoli necessari: determinare le posizioni chiave che supportano gli obiettivi aziendali e le competenze richieste per ciascun ruolo.

  3. Valutazione delle competenze attuali: raccogliere informazioni sulle competenze dei dipendenti attraverso questionari, colloqui, osservazioni dirette e analisi delle performance.

  4. Confronto tra competenze attuali e necessarie: analizzare le differenze tra le competenze possedute e quelle richieste, identificando le aree che necessitano di sviluppo. 

Una volta individuati i gap, si può decidere se colmarli attraverso l'Upskilling dei dipendenti attuali o mediante nuove assunzioni mirate.

È importante monitorare le tendenze del settore e le innovazioni tecnologiche per anticipare le competenze future necessarie. Questo approccio proattivo garantisce che l'azienda rimanga competitiva e che i dipendenti siano preparati ad affrontare le sfide emergenti.

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6/7/2026

Team working: 3 corsi per trasformare un gruppo di persone in una vera squadra

Hai presente quella sensazione di avere intorno persone in gamba, ognuna brava nel proprio ruolo, e vedere però che insieme non ingranano? Le riunioni si allungano senza decidere nulla, le tensioni restano sotto traccia, ciascuno tira per conto proprio. È il segnale che un insieme di individui capaci non fa ancora una squadra: il lavoro di squadra è un'altra cosa, e va costruito.

Non è una questione di buona volontà, ma di competenze. Comunicare con efficacia, guidare le persone e reggere la pressione sono abilità che si allenano, non doti che sbocciano da sole — e la posta in gioco è alta: secondo l'ultima rilevazione Gallup (State of the Global Workplace 2026), a livello mondiale solo il 20% dei lavoratori si sente davvero coinvolto nel proprio lavoro, con l'Europa in fondo alla classifica.

Un'esperienza di team building può accendere la scintilla — sul blog abbiamo già visto quando conviene integrarlo con la formazione, come misurarne l'efficacia nel tempo e se può essere finanziato — ma perché quella scintilla diventi un modo di lavorare servono competenze quotidiane. Qui entrano in gioco tre percorsi Howay, ognuno dedicato a una leva diversa del team working. Vediamoli.

Comunicare con impatto in azienda: capirsi meglio ogni giorno

Il primo ingranaggio di ogni squadra è la comunicazione. Non quella dei grandi annunci, ma lo scambio di tutti i giorni: ascoltare davvero, cogliere i bisogni che nessuno dice ad alta voce, affrontare le questioni spinose senza far saltare la fiducia. È qui che nascono, o si evitano, la maggior parte delle incomprensioni tra colleghi.

Comunicare con impatto in azienda parte proprio da questo. Il percorso, realizzato in partnership con la Scuola Gestalt Coaching, lavora sull'intelligenza emotiva, sulla capacità di entrare in relazione con empatia, sulla gestione delle emozioni e su quella presenza consapevole che rende ogni conversazione più nitida. Sono dodici ore in modalità webinar, in programma dal 7 al 21 ottobre 2026 (450 €), pensate per chi vuole costruire relazioni professionali capaci di reggere anche nei momenti di attrito.

Dal Gruppo al Team: far crescere chi guida la squadra

C'è un fattore che, più di ogni altro, decide se un gruppo diventa squadra: chi lo guida. Lo dice un dato che dovrebbe far riflettere chiunque abbia responsabilità di coordinamento — sempre secondo Gallup, circa il 70% della variazione nel coinvolgimento di un team dipende dal suo responsabile. Quando cresce chi guida, insomma, cresce tutto il gruppo.

È a questo che risponde Dal Gruppo al Team: Strategie per PM ad Alta Leadership, rivolto a Project Manager, team leader e responsabili di funzione. In dodici ore accompagna a costruire fiducia e obiettivi condivisi, a dare feedback che spostano davvero le performance, a trasformare i conflitti in occasioni di crescita e a tenere unite squadre complesse e ibride, tra presenza e lavoro da remoto. Per adattarsi ai ritmi di chi già lavora, è disponibile in due formule da 450 €: una weekend, dal 7 al 28 novembre 2026, e una infrasettimanale, dal 19 novembre al 10 dicembre.

Gestione dello stress: reggere la pressione senza disgregarsi

Immagina ora una fase di picco: scadenze ravvicinate, imprevisti a catena, il carico che sale. È il momento in cui anche i gruppi più solidi rischiano di incrinarsi, perché lo stress non resta mai un fatto privato: si riversa sulle relazioni, sul tono delle riunioni, sulla qualità del lavoro di tutti.

Gestione dello stress nasce per attrezzare le persone ad affrontare proprio questi momenti. Anche questo percorso, in collaborazione con la Scuola Gestalt Coaching, aiuta a riconoscere le proprie fonti di tensione e a trasformarle in risorsa, alternando esercizi esperienziali, consapevolezza del respiro e la costruzione di un piano d'azione personalizzato da portarsi a casa. Bastano otto ore, distribuite tra il 5 e il 12 novembre 2026 (300 €), per acquisire strumenti che tengono insieme lucidità individuale e serenità collettiva.

Tre leve, un unico obiettivo

Comunicazione, guida e gestione della pressione non vivono in compartimenti separati: sono le tre leve che, messe insieme, fanno la differenza tra un insieme di persone e una squadra che funziona. Puoi partire da quella più urgente per la tua realtà oppure combinarle in un percorso, a seconda che tu voglia far crescere te stesso, un collaboratore o l'intero gruppo.

Come ente di formazione accreditato, Howay affianca privati e aziende su tutti e tre i fronti, e progetta anche esperienze di team building su misura per chi vuole completare il quadro. Ogni corso rilascia una certificazione Open Badge riconosciuta a livello internazionale e, iscrivendosi con almeno sessanta giorni di anticipo, dà diritto a un omaggio formativo esclusivo. Perché una squadra che funziona non è mai un colpo di fortuna: è il risultato di competenze che si possono imparare.

Approfondimenti:

1/7/2026

Rendicontazione di Sostenibilità: cos'è, perché si fa e quali obblighi ci sono

Forse ti sarà capitato di sentir parlare di bilancio o rendicontazione di sostenibilità e di chiederti se sia un tema riservato alle grandi multinazionali, oppure qualcosa che riguarda da vicino anche la tua realtà. È una domanda legittima, soprattutto in un periodo in cui la sostenibilità è entrata stabilmente nel linguaggio delle imprese, dei clienti e dei candidati.

Il mondo del lavoro sta cambiando rapidamente, spinto da digitalizzazione, intelligenza artificiale, nuove generazioni e trasformazioni di mercato. In questo scenario, raccontare in modo trasparente il proprio impatto ambientale, sociale e di governance non è più un esercizio d'immagine, ma un modo concreto per costruire fiducia con chi lavora con noi e per noi.

Ecco perché vorremmo approfondire proprio cos'è una rendicontazione di sostenibilità, perché si redige e chi è davvero obbligato a farlo. Poi ti raccontiamo una scelta concreta: quella di Howay, che ha pubblicato la sua prima Relazione di Sostenibilità. Ti spieghiamo anche perché si chiama proprio "Relazione" e non "Rendicontazione", una differenza che ha un significato preciso. Il documento è disponibile per il download in fondo alla pagina.

Cos'è la rendicontazione di sostenibilità e perché si redige

La rendicontazione di sostenibilità è il documento con cui un'organizzazione misura e comunica i propri impegni e i propri impatti su tre dimensioni fondamentali: ambientale, sociale e di governance, quelle che vengono sintetizzate nell'acronimo ESG. In altre parole, è il modo con cui un'azienda mette nero su bianco non solo i risultati economici, ma anche l'effetto delle proprie attività sulle persone, sul territorio e sull'ambiente.

Perché un'impresa dovrebbe farlo? Le ragioni sono diverse e si rafforzano a vicenda. Il documento serve a dare trasparenza verso gli stakeholder — clienti, lavoratori, partner, istituzioni — offrendo una visione chiara e accessibile di come l'organizzazione interpreta la sostenibilità. Allo stesso tempo, rappresenta uno strumento interno prezioso, perché spinge a raccogliere, analizzare e sistematizzare dati che spesso restano sparsi. A tal proposito, a livello europeo il quadro di riferimento è rappresentato dagli European Sustainability Reporting Standards (ESRS), i principi previsti dalla normativa per garantire che le informazioni siano comparabili e affidabili.

Chi è obbligato a redigere la rendicontazione di sostenibilità

Qui è utile fare chiarezza, perché la normativa è cambiata di recente. L'obbligo nasce dalla CSRD, recepita in Italia con il D.Lgs. 125/2024. Tra il 2025 e il 2026, però, l'Unione Europea è intervenuta con il pacchetto di semplificazione noto come Omnibus I, che ha ridisegnato in modo significativo il perimetro dei soggetti coinvolti.

Il risultato è che l'obbligo si concentra oggi sulle imprese di grandi dimensioni: in sintesi, le realtà che superano sia la soglia dei 1.000 dipendenti sia quella dei 450 milioni di euro di fatturato, oltre alle grandi società quotate già tenute a rendicontare. Gli Stati membri, Italia compresa, dovranno recepire le nuove regole entro il 19 marzo 2027. La conseguenza più rilevante è che la grande maggioranza delle piccole e medie imprese non rientra tra i soggetti obbligati.

Eppure molte organizzazioni scelgono di redigere comunque un documento di sostenibilità in forma volontaria. Le motivazioni sono concrete: rispondere alle richieste della propria filiera, rafforzare reputazione e competitività, attrarre e trattenere talenti sempre più attenti ai valori delle aziende per cui lavorano. È esattamente in questa cornice che si colloca la scelta di Howay.

Da MAW a Howay: una scelta volontaria, in ottica di gruppo

Howay fa parte di W Group, il gruppo all'interno del quale opera anche MAW. Da alcuni anni MAW redige la propria rendicontazione di sostenibilità in forma volontaria, allineandosi progressivamente agli standard europei e costruendo un documento solido e completo.

In coerenza con questo percorso di gruppo, anche Howay ha deciso di muovere il primo passo. Nel 2026, infatti, pubblica per la prima volta la propria Relazione di Sostenibilità: non un obbligo di legge, ma una scelta consapevole. Per una realtà dalle dimensioni contenute, misurarsi in modo strutturato su ambiente, persone e governance significa avviare un sistema interno di raccolta e analisi dei dati ESG e costruire una base di partenza da cui far crescere il proprio impegno negli anni. Il documento, in prospettiva, è destinato a confluire nel futuro bilancio consolidato di sostenibilità di W Group, valido per tutte le società del Gruppo.

Perché si chiama Relazione di Sostenibilità (e non Rendicontazione)

È il punto su cui vale la pena soffermarsi, perché la scelta delle parole non è casuale. La Relazione di Sostenibilità di Howay si appoggia, dal punto di vista metodologico, alla Rendicontazione di Sostenibilità di MAW, che ne costituisce il riferimento principale e più completo, redatta in conformità agli ESRS.

Trattandosi di un primo esercizio volontario, con un approccio prevalentemente narrativo e non ancora pienamente conforme agli standard europei, Howay ha scelto deliberatamente il termine "Relazione" anziché "Rendicontazione". In sostanza, la parola "rendicontazione" identifica il documento strutturato e allineato agli ESRS, mentre "relazione" comunica con onestà che siamo all'avvio di un percorso, con alcuni rimandi al documento più completo di MAW per gli aspetti condivisi. Lungi dall'essere un limite, questa precisione è essa stessa un segno di trasparenza: dire con chiarezza a che punto si è rappresenta già un modo di prendere sul serio la sostenibilità.

Cosa contiene la Relazione di Sostenibilità di Howay

Il documento accompagna il lettore attraverso le tre dimensioni ESG, con dati e iniziative concrete:

  • Ambiente: Howay opera in un settore a impatto diretto contenuto e, nel 2025, ha misurato per la prima volta la propria carbon footprint (Scope 1, 2 e 3), approvvigionandosi di energia elettrica proveniente al 100% da fonti rinnovabili.
  • Persone: tra i dati più significativi spiccano il 100% di donne nel top management e l’ottenimento dalla certificazione UNI/PdR 125:2022 sulla parità di genere, accanto a un sistema di welfare articolato e a iniziative di impatto sociale come "Un Passo in Più", dedicata al contrasto della violenza di genere.
  • Governance: la Relazione descrive il modello organizzativo dell'azienda, il sistema di gestione della qualità certificato ISO 9001:2015 e l'attenzione alla condotta responsabile lungo tutta la catena del valore, dalla selezione dei docenti alla tutela dei corsisti.

I contenuti sono organizzati seguendo gli ESRS risultati materiali per l'azienda, con riferimento alle informazioni generali, ai cambiamenti climatici, alla forza lavoro, ai lavoratori della catena del valore e alla condotta d'impresa.

Scarica la Relazione di Sostenibilità di Howay!

La sostenibilità, però, non si esaurisce in un documento: prima di tutto è una cultura da costruire giorno dopo giorno. In qualità di ente di formazione accreditato, Howay affianca aziende e professionisti anche su questo terreno, con percorsi dedicati ai temi ambientali ed ESG e con esperienze come il Pantonario della sostenibilità o le attività di team building a basso impatto. Perché, come accade per la nostra Relazione, ogni cambiamento concreto inizia sempre da un primo passo.

29/6/2026

Corso di Risk Management 2026: come gestire i rischi di progetto in modo efficace

Ti è mai capitato di vedere un'iniziativa ben pianificata deragliare per un evento che nessuno aveva previsto? Un fornitore che salta, una tecnologia che cambia in corsa, un cliente che modifica i requisiti a metà strada, un imprevisto normativo. Sono situazioni che ogni Project Manager conosce bene, e che fanno spesso la differenza tra una commessa chiusa nei tempi e nei budget previsti e una che brucia mesi di lavoro.

In tutti questi casi, la variabile decisiva non è il piano in sé, ma la capacità di anticipare ciò che potrebbe accadere. È esattamente il terreno del Risk Management, una delle competenze più ricercate nel Project Management moderno e tema centrale del corso che Howay propone con la nuova edizione in partenza il 17 settembre 2026.

Cos'è il Risk Management nel Project Management

Il Risk Management è la disciplina che si occupa di governare le situazioni di incertezza all'interno di un'iniziativa progettuale. Non è solo prevenzione: comprende anche il riconoscimento delle opportunità, ovvero di quegli eventi positivi che, se colti per tempo, possono migliorare il risultato finale in termini di tempi, qualità o margine.

Parlare di rischio non significa quindi essere pessimisti o cercare ostacoli ovunque, ma adottare uno sguardo lucido sulle variabili che possono influenzare un'iniziativa e prepararsi a gestirle. Per un Project Manager si traduce in una capacità ben precisa: prendere decisioni informate, allocare riserve in modo razionale e proteggere gli obiettivi del progetto senza farsi travolgere dagli eventi.

Perché il Risk Management è una competenza chiave nel 2026

Il contesto in cui si muovono oggi le imprese rende la gestione dei rischi una competenza sempre meno opzionale. La trasformazione digitale e l'integrazione dell'intelligenza artificiale nei processi aziendali introducono variabili nuove, spesso poco prevedibili: tempi di adozione, impatto sui ruoli, qualità degli output, sicurezza dei dati. A queste si aggiungono temi che fino a pochi anni fa erano ai margini e oggi sono al centro di ogni commessa: la cybersicurezza, con la piena operatività della Direttiva NIS 2; la sostenibilità ambientale e la rendicontazione ESG; la fragilità delle catene di fornitura globali, esposte a tensioni geopolitiche e logistiche.

I dati di settore confermano la centralità del tema: secondo il Pulse of the Profession del Project Management Institute, circa un terzo dei progetti aziendali non raggiunge gli obiettivi originari di tempi, costi o qualità, e tra le cause più ricorrenti di insuccesso figurano proprio una valutazione superficiale dei rischi iniziali e una scarsa preparazione alle variabili emerse durante l'esecuzione.

In altre parole, un progetto non fallisce quasi mai per cattiva pianificazione iniziale, ma per come reagisce all'imprevisto. Servono dunque metodi rigorosi, strumenti di analisi e una grammatica condivisa per discutere le minacce e le opportunità con stakeholder, sponsor e team. Ed è proprio questa grammatica che si costruisce attraverso un percorso formativo strutturato come quello proposto da Howay.

Le fasi della gestione dei rischi in un progetto

Il processo di Risk Management parte ben prima dell'avvio dei lavori e accompagna l'intero ciclo di vita dell'iniziativa. Il primo passo è l'identificazione: capire quali sono le aree del progetto più esposte all'incertezza, censire le minacce specifiche e classificarle secondo categorie utili (tecniche, organizzative, contrattuali, finanziarie, normative). Una mappatura chiara è la base di tutto: senza un elenco strutturato, qualunque analisi successiva resta superficiale.

Una volta identificate le criticità, occorre analizzarle, scegliendo tra approccio qualitativo e quantitativo. L'analisi qualitativa stabilisce priorità incrociando probabilità e impatto, generalmente attraverso matrici e scale di valutazione. Quella quantitativa, più rigorosa, utilizza metriche numeriche e simulazioni per stimare l'impatto economico e temporale, ed è particolarmente utile nei progetti di grande dimensione. A questa fase si lega un tema delicato: la determinazione delle riserve (contingencies), ovvero quante risorse di tempo e budget mettere da parte per coprire eventuali imprevisti senza sbilanciare il piano.

A questo punto entrano in gioco le strategie di risposta: evitare il rischio modificando il piano, trasferirlo a terzi attraverso assicurazioni o contratti, ridurne probabilità o impatto con azioni mirate, oppure accettarlo consapevolmente quando i costi della mitigazione superano la criticità stessa. Esiste anche una declinazione speculare per le opportunità: sfruttarle, condividerle con partner, potenziarle o semplicemente accettarle. Pensiamo, per fare un esempio concreto, a un progetto IT che dipende dal rilascio di una nuova tecnologia da parte di un fornitore: un buon Risk Management identifica in anticipo lo scenario di un possibile ritardo, pianifica alternative tecniche praticabili e definisce in anticipo chi prende quale decisione se il ritardo si materializza. Quando l'imprevisto arriva, il team non improvvisa: applica un piano già condiviso.

La fase finale è il monitoraggio, che accompagna l'intera commessa: le criticità non sono fotografie statiche ma scenari dinamici, e vanno aggiornate periodicamente man mano che le condizioni evolvono.

Strumenti operativi: registro dei rischi e database aziendale

Un Risk Management efficace non vive nella memoria del singolo Project Manager: ha bisogno di strumenti documentali condivisi. Il primo è il registro dei rischi di progetto, ovvero il documento operativo che tiene traccia di ogni criticità identificata, della sua valutazione, della strategia di risposta scelta, dei responsabili e dello stato di avanzamento. È lo strumento che permette di passare le consegne tra colleghi, fare reportistica a sponsor e committenti, e mantenere una visione d'insieme nelle iniziative più articolate.

Accanto al registro, le organizzazioni più mature costruiscono nel tempo un database aziendale dei rischi, una memoria storica che raccoglie le esperienze maturate sui progetti passati. È una risorsa preziosa, perché permette di apprendere dagli errori, di anticipare scenari ricorrenti e di costruire stime sempre più realistiche per le nuove commesse. In molte aziende strutturate questo database è oggi integrato con i sistemi di pianificazione e controllo, in modo che la gestione delle incertezze sia parte naturale del flusso operativo e non un'attività separata e isolata.

Il corso Risk Management di Howay: edizione 2026

Il corso di Risk Management di Howay, in programma dal 17 al 24 settembre 2026 in modalità webinar online, è pensato per fornire ai Project Manager un quadro completo e operativo della disciplina. Si tratta di un percorso di 8 ore concentrate, accessibile sia ai privati sia alle aziende, costruito per portare i partecipanti dalla teoria all'applicazione concreta in tempi rapidi e con un costo concorrenziale rispetto alla media del mercato della formazione manageriale.

Il programma è articolato per coprire tutti gli aspetti della disciplina: dai principi generali e dalle definizioni di rischio e opportunità, ai ruoli coinvolti nei processi di gestione; dalle tecniche per l'identificazione delle aree di rischio alla classificazione strutturata, fino alle metodologie per l'analisi qualitativa e quantitativa con le relative metriche di misurazione. Una parte importante del percorso è dedicata alla determinazione delle riserve (contingencies), un tema spesso trascurato ma decisivo per la solidità del piano economico, e alle principali strategie di risposta ai rischi, declinate sia per le minacce sia per le opportunità.

Il corso affronta poi gli aspetti più operativi: la pianificazione dei processi di gestione e di monitoraggio dei rischi, la documentazione di progetto con focus sul registro dei rischi e sul database aziendale, e infine l'integrazione del Risk Management con gli altri processi del Project Management, in particolare la pianificazione e il controllo di tempi e costi, l'amministrazione contrattuale e l'approvvigionamento. Un percorso completo, pensato per chi vuole governare i progetti con maggiore sicurezza decisionale, e non subirne le sorprese.

Al termine, i partecipanti ricevono una certificazione digitale Open Badge, riconosciuta a livello internazionale, che attesta le competenze acquisite e arricchisce concretamente il proprio profilo professionale. Howay propone inoltre un Giveaway formativo esclusivo per chi si iscrive con almeno 60 giorni di anticipo rispetto alla data di inizio: un omaggio legato alle competenze più richieste dal mercato del lavoro, pensato per moltiplicare il valore del percorso formativo scelto.

A chi è rivolto e come iscriversi

Il corso si rivolge in primo luogo ai Project Manager che gestiscono progetti articolati e vogliono strutturare con metodo la propria gestione del rischio, ma è altrettanto utile per capi commessa, program manager, controller di progetto e responsabili di funzione che lavorano in contesti dove l'incertezza pesa sulle scelte quotidiane. È pensato anche per chi opera in settori particolarmente esposti all'imprevisto, come industria, IT, costruzioni, consulenza e servizi finanziari.

In qualità di ente formativo accreditato del gruppo W Group, Howay propone con questo percorso una formazione concreta e operativa, costruita per generare risultati visibili sui progetti reali. È possibile esplorare la scheda completa del corso, consultare l'intera area tematica di Project Management per scoprire gli altri percorsi correlati, oppure contattare Howay per costruire un percorso formativo su misura per la propria azienda o per il proprio team.

Approfondimenti:

25/6/2026

Corsi di intelligenza artificiale per aziende: i percorsi Unlock AI di Howay

Ti capita di sentir parlare di intelligenza artificiale ovunque — nelle riunioni, sui giornali, tra i colleghi — e di chiederti come usarla davvero nel tuo lavoro, in Azienda, al di là delle parole? È una sensazione comune, perché l'AI è passata in pochissimo tempo da promessa futura a competenza del presente.

I numeri raccontano un'accelerazione evidente. Secondo il Rapporto annuale 2026 dell'ISTAT, tra il 2023 e il 2025 la quota di imprese italiane che utilizzano almeno una tecnologia di intelligenza artificiale è più che triplicata, passando dal 6% al 16,4%. Eppure, quando si chiede alle piccole e medie imprese che non l'hanno ancora adottata quale sia l'ostacolo principale, la risposta è quasi sempre la stessa: la mancanza di competenze interne.

C'è poi un dato che riguarda da vicino chi lavora. Secondo il Barometro 2026 di Planeta e GAD3, il 75% dei professionisti italiani non ha mai ricevuto una formazione strutturata sull'IA, e oltre la metà vorrebbe farla senza averne avuto l'occasione. La buona notizia è che non si tratta di "essere sostituiti", ma di imparare a far lavorare l'AI per te. In questo articolo vediamo perché conviene formarsi adesso e quali corsi sull'intelligenza artificiale propone Howay con il percorso Unlock AI, compresi i due in arrivo in autunno.

Perché formarsi sull'intelligenza artificiale è cruciale

Per molto tempo la formazione tecnologica è stata percepita come qualcosa riservato agli addetti ai lavori. Oggi non è più così: l'AI tocca trasversalmente il marketing, il controllo di gestione, le risorse umane, la logistica e praticamente ogni funzione aziendale. La domanda non è più "se" imparare a usarla, ma "come" farlo in modo concreto e responsabile.

A tal proposito, è utile sgombrare il campo da un equivoco. Le analisi più recenti sul mercato del lavoro italiano — come il rapporto L'IA nel mercato del lavoro italiano di Anitec-Assinform e Politecnico di Torino — parlano più di augmentation che di sostituzione: l'intelligenza artificiale tende a ridisegnare le mansioni, alleggerendo le attività ripetitive e dando più valore a quelle di supervisione, interpretazione e decisione. In altre parole, l'AI non sostituisce la professionalità delle persone: la potenzia, a patto di saperla governare.

Per chi già lavora, quindi, l'obiettivo non è diventare un programmatore, ma acquisire la capacità di integrare gli strumenti di AI nelle attività quotidiane per guadagnare tempo, qualità e lucidità nelle decisioni. Ed è proprio qui che la formazione fa la differenza, perché trasforma uno strumento potente ma generico in una leva di produttività su misura del tuo ruolo.

Unlock AI: i corsi di Howay sull'intelligenza artificiale

Unlock AI è l'area tematica con cui Howay raccoglie i propri percorsi dedicati all'intelligenza artificiale generativa e ai suoi usi concreti nel lavoro. I corsi sono pensati per chi vuole passare dalla teoria alla pratica, con casi d'uso reali, strumenti operativi e prompt pronti da utilizzare fin da subito.

Si tratta di percorsi erogati in modalità webinar, della durata di 12 ore (6 ore per il corso introduttivo), con iscrizione aperta sia ai privati sia alle aziende. Al termine ricevi una certificazione digitale Open Badge, riconosciuta a livello internazionale, che attesta le competenze acquisite. Un dettaglio utile da tenere a mente: iscrivendoti con almeno 60 giorni di anticipo rispetto alla data di inizio, ottieni anche un omaggio formativo esclusivo, legato alle competenze più richieste dal mercato.

I due corsi in arrivo in autunno

Tra i percorsi del catalogo, due aprono le iscrizioni per le edizioni autunnali:

  • Executive AI Assistant per la produttività (13–27 ottobre 2026): pensato per leader e manager, mostra come progettare e usare un assistente AI personale per gestire email, memo, decision brief, riunioni e priorità con più chiarezza e meno fatica. Insegna a distinguere cosa delegare all'AI e cosa tenere umano, costruendo routine quotidiane e settimanali sostenibili; include un kit iniziale con blueprint dell'assistente e 20 prompt pronti all'uso.
  • Finance e controlling con AI (5–19 novembre 2026): rivolto a chi lavora nel Finance e nel controllo di gestione, accompagna nella costruzione di previsioni "leggere" ma solide, nell'analisi delle varianze, nella preparazione di note direzionali e dashboard realmente utili. Il filo conduttore è la tracciabilità dei dati e l'affidabilità degli output, per passare dai numeri alle decisioni.

Gli altri percorsi del catalogo, attivabili su misura

Accanto ai corsi in calendario, l'area Unlock AI comprende altri percorsi le cui ultime edizioni si sono già concluse, ma che restano disponibili in forma personalizzata su richiesta, per un singolo professionista o per il team di un'azienda:

  • Recruiting con AI: dedicato alla selezione del personale, affronta lo screening semantico dei CV, la costruzione di short-list trasparenti e la cura della candidate experience, con grande attenzione a fairness, bias e tracciabilità delle decisioni.
  • AI per Operations & Logistica: mostra come applicare l'AI lungo la catena logistica — previsione della domanda, gestione delle anomalie, scorte, routing e picking — per migliorare contemporaneamente livello di servizio e costi.
  • AI Essentials: il percorso introduttivo (6 ore) per capire davvero cos'è l'intelligenza artificiale, come si usa e come gestirne rischi e opportunità. È il punto di partenza ideale per chi muove i primi passi.

In sostanza, Unlock AI copre l'intero arco di maturità: dalle basi per orientarsi fino alle applicazioni verticali per ruoli e funzioni specifiche.

A chi si rivolgono i corsi e come iscriversi

I percorsi sono aperti tanto ai privati quanto alle aziende. Se sei un professionista, rappresentano un'occasione concreta di upskilling individuale, con cui aggiungere al tuo profilo una competenza tra le più ricercate. Se invece guidi un'azienda o un team, la formazione aziendale sull'AI può essere progettata su misura, partendo dai reali fabbisogni delle persone e dei processi.

Per iscriverti è sufficiente accedere al catalogo Unlock AI e scegliere il corso più in linea con i tuoi obiettivi, ricordando l'omaggio riservato a chi si iscrive con 60 giorni di anticipo. In qualità di ente di formazione accreditato, Howay affianca persone e organizzazioni in questo percorso con un approccio pratico e orientato ai risultati, perché l'intelligenza artificiale diventi davvero uno strumento di lavoro quotidiano e non solo un argomento di cui sentir parlare.

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