
Hai appena chiuso un contratto breve? Magari era una sostituzione di maternità, oppure una stagione come animatore, o ancora un incarico a termine di tre mesi, e ti stai chiedendo se ti spetti comunque l'indennità di disoccupazione, o se un periodo così corto non basti nemmeno a essere presi in considerazione. È un dubbio più che legittimo, e la risposta in genere è positiva: con 3 mesi di lavoro si raggiunge il requisito contributivo minimo richiesto per la NASpI, che è di 13 settimane. Attenzione però, perché il requisito dei contributi da solo non basta e ci sono alcune condizioni da conoscere.
Nei prossimi paragrafi vediamo quali sono i requisiti, come si calcolano le settimane, quanto dura e quanto spetta l'indennità dopo un periodo di lavoro così breve, entro quando presentare la domanda e cosa cambia se il tuo era un contratto di collaborazione. Intanto, vogliamo segnalarti sia l'approfondimento che abbiamo scritto sui Corsi per Disoccupati, che quello sull'Assegno di Inclusione.
La NASpI, Nuova prestazione di Assicurazione Sociale per l'Impiego, è l'indennità mensile che sostiene il reddito di chi ha perso involontariamente il proprio lavoro subordinato. È stata introdotta dal decreto legislativo n. 22 del 4 marzo 2015 e viene erogata dall'INPS su domanda dell'interessato.
Come chiarisce il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, per ottenerla servono due condizioni che devono ricorrere insieme: lo stato di disoccupazione e almeno 13 settimane di contribuzione nei 4 anni precedenti l'inizio del periodo di disoccupazione. Un dettaglio importante, spesso frainteso: il vecchio requisito delle 30 giornate di lavoro effettivo non si applica più agli eventi di disoccupazione successivi al 1° gennaio 2022, quindi non devi preoccupartene.
Essere in stato di disoccupazione, va precisato, non significa soltanto essere senza impiego: occorre aver perso il lavoro in modo involontario e rendere la DID, la dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro. L'erogazione, inoltre, resta subordinata alla regolare partecipazione alle iniziative di attivazione e ai percorsi di riqualificazione professionale proposti dai servizi competenti.
Veniamo al cuore della domanda. Tre mesi di lavoro corrispondono a circa tredici settimane: se in quel periodo la contribuzione è stata regolare, il requisito è quindi raggiunto e il diritto all'indennità sussiste, a prescindere da quanto hai lavorato negli anni precedenti.
C'è però un aspetto da tenere presente. Le settimane utili sono quelle dei 4 anni precedenti, quindi puoi sommare anche periodi di lavoro anteriori: non è necessario che le tredici settimane arrivino tutte dall'ultimo contratto. Al contrario, le settimane di contribuzione che hanno già dato luogo a una precedente indennità di disoccupazione non possono essere riutilizzate. In sostanza, se hai già percepito la NASpI in passato, quel "capitale" contributivo è stato consumato e non rientra nel nuovo conteggio.
Sì, ed è un punto che genera parecchia confusione. Perdere il lavoro involontariamente non vuol dire necessariamente essere licenziati: anche la scadenza naturale di un contratto a termine rientra a pieno titolo tra le cessazioni involontarie. Lo stesso vale per il lavoro stagionale e per la somministrazione, situazioni in cui i tre mesi di durata sono all'ordine del giorno.
La normativa, del resto, riconosce l'indennità anche in casi che di per sé non sono licenziamenti: le dimissioni per giusta causa e la risoluzione consensuale intervenuta nell'ambito della procedura obbligatoria di conciliazione prevista in caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo. Come precisa il Ministero, l'accesso è confermato anche in caso di licenziamento con accettazione dell'offerta conciliativa e di licenziamento per motivi disciplinari.
Qui si inserisce una regola introdotta di recente che riguarda proprio chi ha alle spalle un contratto breve, e che vale la pena conoscere bene. La Legge di Bilancio 2025 (articolo 1, comma 171 della legge n. 207/2024), le cui istruzioni operative sono state fornite dall'INPS con la circolare n. 98 del 5 giugno 2025, ha aggiunto una condizione per gli eventi di disoccupazione verificatisi dal 1° gennaio 2025.
Il meccanismo è questo: se nei 12 mesi precedenti la cessazione involontaria per cui chiedi la NASpI hai lasciato volontariamente un rapporto a tempo indeterminato — per dimissioni o risoluzione consensuale — devi poter far valere almeno 13 settimane di contribuzione maturate dopo quell'evento. In questo caso, insomma, il periodo di osservazione non è più il consueto quadriennio, ma solo l'intervallo tra le dimissioni e la nuova cessazione.
Un esempio rende l'idea. Se ti sei dimesso da un tempo indeterminato a marzo, hai firmato un contratto di tre mesi e questo è scaduto, le tue tredici settimane le hai maturate e il diritto resta; se invece il nuovo rapporto fosse durato solo un mese, non basterebbe, anche avendo anni di contributi alle spalle. Restano escluse da questa stretta le ipotesi già tutelate, come le dimissioni per giusta causa, quelle nel periodo protetto di maternità e paternità e la risoluzione consensuale in sede di conciliazione. L'INPS ha inoltre chiarito che la cessazione volontaria deve riguardare un rapporto a tempo indeterminato, mentre la successiva cessazione involontaria può riferirsi anche a un contratto a termine.
La durata è proporzionale ai contributi versati: l'indennità è corrisposta per un numero di settimane pari alla metà delle settimane di contribuzione degli ultimi 4 anni, fino a un massimo di 24 mesi. Anche in questo caso, i periodi che hanno già dato luogo a prestazioni di disoccupazione non vengono computati.
Cosa significa in concreto per chi ha lavorato tre mesi? Se le tue uniche tredici settimane utili sono quelle dell'ultimo contratto, la NASpI ti spetterà per circa sei settimane e mezzo, ossia poco più di un mese e mezzo. Se invece hai altri periodi contributivi nel quadriennio non ancora "spesi", la durata cresce di conseguenza. C'è poi un ultimo elemento da considerare: l'importo si riduce del 3% ogni mese a partire dal primo giorno del sesto mese di fruizione, o dall'ottavo mese per chi ha compiuto 55 anni alla data della domanda — una regola che, con durate brevi, difficilmente ti riguarderà.
L'importo non dipende da quanto è durato l'ultimo contratto, ma dalla retribuzione media degli ultimi quattro anni. Il calcolo somma gli imponibili previdenziali del quadriennio, divide il totale per le settimane di contribuzione e moltiplica il risultato per 4,33, ottenendo così una retribuzione media mensile di riferimento.
Su quella base si applicano le percentuali di legge, con valori che l'INPS rivaluta ogni anno. Per il 2026, secondo la circolare INPS n. 4 del 28 gennaio 2026, la soglia di riferimento è di 1.456,72 euro: se la tua retribuzione media è pari o inferiore a questa cifra, l'indennità è pari al 75% di tale importo; se la supera, al 75% della soglia si aggiunge il 25% della differenza. In ogni caso l'assegno non può superare il tetto di 1.584,70 euro lordi mensili. Trattandosi di importi aggiornati annualmente, conviene sempre verificare i valori in vigore al momento della domanda.
Questo è il punto su cui si commettono più errori, perché il termine è perentorio. La domanda va presentata all'INPS esclusivamente in via telematica, entro 68 giorni dalla cessazione del rapporto di lavoro: oltre quel termine il diritto decade, senza possibilità di recupero.
Anche la tempistica incide sull'importo che riceverai. La prestazione spetta a partire dall'ottavo giorno successivo alla cessazione se presenti la domanda entro quel giorno; se invece la invii più tardi (sempre entro i 68 giorni), decorre dal giorno successivo alla presentazione, e i giorni trascorsi nel frattempo sono persi. Muoversi subito, quindi, conviene: tutte le informazioni operative sono disponibili sulla scheda dedicata sul portale INPS.
Un'ultima precisazione, utile a molti. Se il tuo incarico trimestrale non era un rapporto di lavoro subordinato ma una collaborazione coordinata e continuativa, la NASpI non è lo strumento giusto: esiste una prestazione dedicata, la DIS-COLL, riservata ai collaboratori, agli assegnisti di ricerca e ai dottorandi con borsa di studio, con requisiti e regole di calcolo proprie.
Allo stesso modo, la NASpI non riguarda i dipendenti a tempo indeterminato delle pubbliche amministrazioni e gli operai agricoli a tempo determinato, per i quali valgono discipline specifiche.
Le informazioni di questo articolo hanno scopo divulgativo e non sostituiscono il parere di un patronato o di un consulente del lavoro, a cui è sempre opportuno rivolgersi per valutare la propria situazione specifica. Un aspetto, però, vale la pena sottolinearlo: come ricorda la stessa normativa, la NASpI non è solo un sostegno economico, ma è legata alla partecipazione attiva ai percorsi di riqualificazione professionale proposti dai servizi per l'impiego.
È esattamente qui che la formazione diventa un alleato. In qualità di ente formativo accreditato del gruppo W Group, Howay accompagna chi si trova in questa fase con percorsi pensati per rimettersi in gioco, tra cui i corsi finanziati e i programmi di formazione finanziata accessibili senza costi a carico del partecipante. Perché il tempo tra un lavoro e l'altro, se usato bene, può trasformarsi nell'occasione per ripartire con una competenza in più.
Approfondimenti:

Potresti essere un impiegato amministrativo che ogni mese ricostruisce lo stesso report a mano, un analista alle prime armi che si perde tra formule annidate, oppure un responsabile convinto che dietro quei fogli di calcolo si nasconda molto più di quello che riesce a tirarne fuori. Se usi Excel tutti i giorni ma hai la sensazione di sfruttarne solo una piccola parte, allora ci sono dei Corsi che possono aiutarti a crescere e migliorare le tue Skills.
Excel è da decenni uno degli strumenti più diffusi nel mondo del lavoro, ma qualcosa è cambiato: l'arrivo dell'intelligenza artificiale sta rendendo il foglio di calcolo ancora più potente, veloce e accessibile. Conoscere Excel a livello avanzato, oggi, significa anche saperlo affiancare all'AI — ed è proprio la combinazione delle due cose a fare la differenza sul lavoro.
In questo articolo vediamo perché Excel resta una competenza preziosa, come questi strumenti ne moltiplicano le potenzialità e quali percorsi di Howay permettono di padroneggiarlo davvero, dall'analisi dei dati fino alla Business Intelligence con Power BI.
Potrà sembrare strano parlare di Excel come di una competenza "avanzata" nel 2026, eppure resta uno dei requisiti più citati negli annunci di lavoro e uno degli strumenti più trasversali in assoluto: lo usano l'amministrazione e la contabilità, il marketing e le vendite, le risorse umane e il project management. Non è più soltanto un foglio di calcolo, ma un vero e proprio strumento di supporto alle decisioni.
Il punto è che tra il "saper usare Excel" e il "padroneggiarlo" c'è un abisso. Chi si ferma alle quattro operazioni e a qualche somma lascia sul tavolo gran parte del suo potenziale: tabelle pivot, formule di aggregazione, automazioni, connessioni a fonti dati esterne. Abbiamo raccontato più in generale come muovere i primi passi nell'articolo Come imparare ad usare Excel con i percorsi Howay; qui facciamo un passo avanti e guardiamo al livello avanzato, quello che oggi si intreccia sempre più con gli strumenti di AI.
È qui che le cose si fanno interessanti. Microsoft ha integrato in Excel il proprio assistente, Copilot, che permette di scrivere formule, costruire tabelle e ricavare analisi semplicemente descrivendo a parole ciò che serve. A questo si affianca un'abitudine ormai diffusa: usare assistenti come ChatGPT, Claude e Perplexity al fianco di Excel, per farsi costruire una formula complessa, capire perché un calcolo non torna, generare una macro in VBA o impostare una trasformazione dei dati.
Il risultato è che operazioni che un tempo richiedevano ore — o la consulenza di un collega più esperto — oggi si sbloccano in pochi minuti. Attenzione, però, a un equivoco diffuso: l'AI non sostituisce la competenza, la accelera. Per formulare la richiesta giusta, riconoscere al volo un risultato sbagliato e adattarlo al proprio contesto bisogna comunque sapere come ragiona Excel. In altre parole, questi strumenti sono una marcia in più per chi ha già basi solide, non una scorciatoia per chi non le ha. Ecco perché investire in una formazione avanzata, oggi, conviene più che mai: permette di guidare l'AI invece di subirla.
Il percorso più adatto a chi vuole fare questo salto è Analisi dei dati e reporting con Excel, in programma dal 5 al 26 novembre 2026 in modalità webinar (12 ore, 400 € oltre IVA, aperto sia ai privati sia alle aziende). È pensato per chi non vuole più limitarsi a "compilare" fogli, ma desidera trasformare i numeri in informazioni utili per decidere.
Il programma entra nel cuore delle funzionalità che fanno la differenza:
Al termine, chi frequenta almeno il 70% delle lezioni riceve un attestato di partecipazione e la certificazione digitale Open Badge, riconosciuta a livello internazionale. È, di fatto, il corso "Excel avanzato" del momento: le edizioni dedicate a Excel base e avanzato hanno già concluso il proprio ciclo, ma restano attivabili su misura per chi ne avesse bisogno.
Quando i dati crescono e i report iniziano a moltiplicarsi, Excel da solo può non bastare più. È il momento di fare un ulteriore passo avanti, verso la Business Intelligence vera e propria. Il Corso di Power BI di Howay, in programma dal 29 settembre al 27 ottobre 2026 (16 ore in webinar, 500 € oltre IVA, per privati e aziende), accompagna proprio in questa transizione.
Power BI è lo strumento Microsoft che permette di raccogliere grandi quantità di dati, incrociarli e trasformarli in report e dashboard interattive, facili da leggere anche per chi non è un tecnico. Durante il percorso si affrontano i concetti chiave della disciplina — report, dashboard e KPI — insieme alla preparazione dei dati, al modello dati, all'introduzione del linguaggio DAX e alla costruzione di oggetti visuali, filtri, drill-through, tabelle e misure. Un modo concreto per passare dai numeri "grezzi" a una fotografia chiara dell'andamento aziendale, su cui basare decisioni rapide e informate.
Entrambi i percorsi sono aperti tanto ai privati quanto alle aziende. Per un professionista rappresentano un'occasione di upskilling molto concreta, tra le competenze più spendibili sul mercato; per un'impresa sono un modo per rendere le proprie persone più autonome ed efficienti nella gestione dei dati. E chi si iscrive con almeno 60 giorni di anticipo riceve anche un omaggio formativo esclusivo grazie al Giveaway di Howay.
Noi di Howay costruiamo i nostri percorsi in modo flessibile: se le date in calendario non fossero comode, o se servisse un programma cucito su esigenze specifiche, è sempre possibile richiedere una soluzione personalizzata, per un singolo partecipante o per un intero team. Puoi esplorare l'intero catalogo su howay.it/corsi o scriverci a info@howay.it per costruire insieme il percorso più adatto a te. Perché, soprattutto oggi che l'AI alza l'asticella, saper padroneggiare davvero i dati è una delle competenze che fanno la differenza.
Approfondimenti:

Potresti essere un tecnico con anni di esperienza sul campo, un'insegnante di inglese, un consulente del lavoro o un mago di Excel — e avere voglia di trasmettere ciò che sai a chi vuole crescere. Se ti sei mai chiesto come si diventa formatore e, soprattutto, dove trovare incarichi di docenza concreti, sei nel posto giusto.
Dietro ogni corso aziendale, ogni percorso finanziato e ogni aula — fisica o online — c'è qualcuno che insegna. E quel qualcuno, sempre più spesso, non è un dipendente interno ma un collaboratore esterno, scelto proprio per l'esperienza diretta che porta con sé. È una tendenza che apre opportunità reali a chi ha una professione alle spalle e vuole affiancarle l'insegnamento.
In questo articolo vediamo come funziona collaborare come docente in libera professione, quali profili cerchiamo oggi in Howay e come proporti.
Il docente libero professionista collabora con enti e aziende senza vincolo di dipendenza, mettendo la propria competenza al servizio di singoli corsi o interi percorsi. Non è un semplice insegnante: è qualcuno che ha lavorato, o lavora tuttora, nel proprio settore e sa tradurre quel bagaglio in contenuti utili, applicabili da subito.
È una formula che offre grande flessibilità: consente di alternare l'attività principale con le docenze, di collaborare con più committenti e di misurarsi con pubblici e format diversi, dall'aula tradizionale al webinar. A tal proposito, insegnare è anche un modo per ampliare la propria rete di contatti e arricchire il proprio profilo, restando al passo con ciò che il mercato chiede. Non sorprende, quindi, che questa strada sia sempre più battuta da chi vuole dare valore a ciò che sa fare.
Noi di Howay costruiamo con i nostri docenti rapporti pensati per durare, basati su fiducia reciproca e crescita condivisa. La selezione è seria e certificata — seguiamo la norma ISO 9001 e la linea guida EA 37, con la verifica di un ente terzo — e valuta ogni candidatura su tre aspetti: preparazione tecnica, capacità comunicativa e attitudine a trasmettere valore reale in aula. Anche dopo, la qualità resta al centro: solo chi mantiene un gradimento dei partecipanti superiore a 8 su 10 prosegue con nuovi incarichi.
Cosa significa, in concreto, lavorare con noi? Significa formazione di valore, con percorsi ben progettati e un impatto reale sull'apprendimento; un ambiente stimolante, che accompagna chi insegna in ogni fase, dalla progettazione dei contenuti fino ai risultati; e sviluppo continuo, grazie alla possibilità di confrontarsi con clienti, pubblici e format molto diversi tra loro. Ne abbiamo parlato più a fondo nell'articolo dedicato, Cercasi Docenti per Corsi di Formazione, a cui ti rimandiamo per approfondire il nostro approccio.
Ma quali profili cerchiamo, in concreto? La varietà è forse la cosa più interessante, e racconta bene quanto sia ampio questo mestiere. In questo periodo le collaborazioni disponibili spaziano tra ambiti molto diversi:
Al momento sono disponibili queste offerte di lavoro; ti invitiamo a consultare la pagina Trainer per conoscere quelle sempre aggiornate, rinnovate di frequente in base ai nuovi percorsi in partenza.
Candidarsi è semplice. Basta collegarsi alla pagina Trainer, scorrere fino in fondo per leggere gli annunci — ciascuno con requisiti e caratteristiche del ruolo — e compilare il form allegando un curriculum aggiornato. Per farti notare, punta su un CV chiaro e mirato: metti in evidenza le esperienze davvero pertinenti, le certificazioni riconosciute e le docenze già svolte, valorizzando anche il tuo eventuale percorso in contesti aziendali strutturati.
E se in questo momento non trovi un ruolo in linea con il tuo profilo? Ti conviene comunque inviare una candidatura spontanea: tutte le richieste vengono archiviate e riprese non appena si apre un percorso coerente con ciò che sai fare, riducendo i tempi di selezione e aumentando le tue possibilità di essere ricontattato.
In qualità di ente di formazione accreditato del gruppo W Group, crediamo che la qualità di un corso nasca prima di tutto da chi lo tiene. Per questo mettiamo i nostri trainer al centro, li supportiamo lungo tutto il lavoro e investiamo su collaborazioni solide e durature.
Se hai competenze consolidate, uno stile didattico coinvolgente e voglia di portare la tua esperienza in aula, questa può essere l'occasione giusta per iniziare un percorso insieme. Dai un'occhiata alle posizioni aperte sulla pagina Trainer e inviaci la tua candidatura: saremo felici di conoscerti.
Approfondimenti:

Hai presente quella sensazione di avere intorno persone in gamba, ognuna brava nel proprio ruolo, e vedere però che insieme non ingranano? Le riunioni si allungano senza decidere nulla, le tensioni restano sotto traccia, ciascuno tira per conto proprio. È il segnale che un insieme di individui capaci non fa ancora una squadra: il lavoro di squadra è un'altra cosa, e va costruito.
Non è una questione di buona volontà, ma di competenze. Comunicare con efficacia, guidare le persone e reggere la pressione sono abilità che si allenano, non doti che sbocciano da sole — e la posta in gioco è alta: secondo l'ultima rilevazione Gallup (State of the Global Workplace 2026), a livello mondiale solo il 20% dei lavoratori si sente davvero coinvolto nel proprio lavoro, con l'Europa in fondo alla classifica.
Un'esperienza di team building può accendere la scintilla — sul blog abbiamo già visto quando conviene integrarlo con la formazione, come misurarne l'efficacia nel tempo e se può essere finanziato — ma perché quella scintilla diventi un modo di lavorare servono competenze quotidiane. Qui entrano in gioco tre percorsi Howay, ognuno dedicato a una leva diversa del team working. Vediamoli.
Il primo ingranaggio di ogni squadra è la comunicazione. Non quella dei grandi annunci, ma lo scambio di tutti i giorni: ascoltare davvero, cogliere i bisogni che nessuno dice ad alta voce, affrontare le questioni spinose senza far saltare la fiducia. È qui che nascono, o si evitano, la maggior parte delle incomprensioni tra colleghi.
Comunicare con impatto in azienda parte proprio da questo. Il percorso, realizzato in partnership con la Scuola Gestalt Coaching, lavora sull'intelligenza emotiva, sulla capacità di entrare in relazione con empatia, sulla gestione delle emozioni e su quella presenza consapevole che rende ogni conversazione più nitida. Sono dodici ore in modalità webinar, in programma dal 7 al 21 ottobre 2026 (450 €), pensate per chi vuole costruire relazioni professionali capaci di reggere anche nei momenti di attrito.
C'è un fattore che, più di ogni altro, decide se un gruppo diventa squadra: chi lo guida. Lo dice un dato che dovrebbe far riflettere chiunque abbia responsabilità di coordinamento — sempre secondo Gallup, circa il 70% della variazione nel coinvolgimento di un team dipende dal suo responsabile. Quando cresce chi guida, insomma, cresce tutto il gruppo.
È a questo che risponde Dal Gruppo al Team: Strategie per PM ad Alta Leadership, rivolto a Project Manager, team leader e responsabili di funzione. In dodici ore accompagna a costruire fiducia e obiettivi condivisi, a dare feedback che spostano davvero le performance, a trasformare i conflitti in occasioni di crescita e a tenere unite squadre complesse e ibride, tra presenza e lavoro da remoto. Per adattarsi ai ritmi di chi già lavora, è disponibile in due formule da 450 €: una weekend, dal 7 al 28 novembre 2026, e una infrasettimanale, dal 19 novembre al 10 dicembre.
Immagina ora una fase di picco: scadenze ravvicinate, imprevisti a catena, il carico che sale. È il momento in cui anche i gruppi più solidi rischiano di incrinarsi, perché lo stress non resta mai un fatto privato: si riversa sulle relazioni, sul tono delle riunioni, sulla qualità del lavoro di tutti.
Gestione dello stress nasce per attrezzare le persone ad affrontare proprio questi momenti. Anche questo percorso, in collaborazione con la Scuola Gestalt Coaching, aiuta a riconoscere le proprie fonti di tensione e a trasformarle in risorsa, alternando esercizi esperienziali, consapevolezza del respiro e la costruzione di un piano d'azione personalizzato da portarsi a casa. Bastano otto ore, distribuite tra il 5 e il 12 novembre 2026 (300 €), per acquisire strumenti che tengono insieme lucidità individuale e serenità collettiva.
Comunicazione, guida e gestione della pressione non vivono in compartimenti separati: sono le tre leve che, messe insieme, fanno la differenza tra un insieme di persone e una squadra che funziona. Puoi partire da quella più urgente per la tua realtà oppure combinarle in un percorso, a seconda che tu voglia far crescere te stesso, un collaboratore o l'intero gruppo.
Come ente di formazione accreditato, Howay affianca privati e aziende su tutti e tre i fronti, e progetta anche esperienze di team building su misura per chi vuole completare il quadro. Ogni corso rilascia una certificazione Open Badge riconosciuta a livello internazionale e, iscrivendosi con almeno sessanta giorni di anticipo, dà diritto a un omaggio formativo esclusivo. Perché una squadra che funziona non è mai un colpo di fortuna: è il risultato di competenze che si possono imparare.
Approfondimenti:
Forse ti sarà capitato di sentir parlare di bilancio o rendicontazione di sostenibilità e di chiederti se sia un tema riservato alle grandi multinazionali, oppure qualcosa che riguarda da vicino anche la tua realtà. È una domanda legittima, soprattutto in un periodo in cui la sostenibilità è entrata stabilmente nel linguaggio delle imprese, dei clienti e dei candidati.
Il mondo del lavoro sta cambiando rapidamente, spinto da digitalizzazione, intelligenza artificiale, nuove generazioni e trasformazioni di mercato. In questo scenario, raccontare in modo trasparente il proprio impatto ambientale, sociale e di governance non è più un esercizio d'immagine, ma un modo concreto per costruire fiducia con chi lavora con noi e per noi.
Ecco perché vorremmo approfondire proprio cos'è una rendicontazione di sostenibilità, perché si redige e chi è davvero obbligato a farlo. Poi ti raccontiamo una scelta concreta: quella di Howay, che ha pubblicato la sua prima Relazione di Sostenibilità. Ti spieghiamo anche perché si chiama proprio "Relazione" e non "Rendicontazione", una differenza che ha un significato preciso. Il documento è disponibile per il download in fondo alla pagina.
La rendicontazione di sostenibilità è il documento con cui un'organizzazione misura e comunica i propri impegni e i propri impatti su tre dimensioni fondamentali: ambientale, sociale e di governance, quelle che vengono sintetizzate nell'acronimo ESG. In altre parole, è il modo con cui un'azienda mette nero su bianco non solo i risultati economici, ma anche l'effetto delle proprie attività sulle persone, sul territorio e sull'ambiente.
Perché un'impresa dovrebbe farlo? Le ragioni sono diverse e si rafforzano a vicenda. Il documento serve a dare trasparenza verso gli stakeholder — clienti, lavoratori, partner, istituzioni — offrendo una visione chiara e accessibile di come l'organizzazione interpreta la sostenibilità. Allo stesso tempo, rappresenta uno strumento interno prezioso, perché spinge a raccogliere, analizzare e sistematizzare dati che spesso restano sparsi. A tal proposito, a livello europeo il quadro di riferimento è rappresentato dagli European Sustainability Reporting Standards (ESRS), i principi previsti dalla normativa per garantire che le informazioni siano comparabili e affidabili.
Qui è utile fare chiarezza, perché la normativa è cambiata di recente. L'obbligo nasce dalla CSRD, recepita in Italia con il D.Lgs. 125/2024. Tra il 2025 e il 2026, però, l'Unione Europea è intervenuta con il pacchetto di semplificazione noto come Omnibus I, che ha ridisegnato in modo significativo il perimetro dei soggetti coinvolti.
Il risultato è che l'obbligo si concentra oggi sulle imprese di grandi dimensioni: in sintesi, le realtà che superano sia la soglia dei 1.000 dipendenti sia quella dei 450 milioni di euro di fatturato, oltre alle grandi società quotate già tenute a rendicontare. Gli Stati membri, Italia compresa, dovranno recepire le nuove regole entro il 19 marzo 2027. La conseguenza più rilevante è che la grande maggioranza delle piccole e medie imprese non rientra tra i soggetti obbligati.
Eppure molte organizzazioni scelgono di redigere comunque un documento di sostenibilità in forma volontaria. Le motivazioni sono concrete: rispondere alle richieste della propria filiera, rafforzare reputazione e competitività, attrarre e trattenere talenti sempre più attenti ai valori delle aziende per cui lavorano. È esattamente in questa cornice che si colloca la scelta di Howay.
Howay fa parte di W Group, il gruppo all'interno del quale opera anche MAW. Da alcuni anni MAW redige la propria rendicontazione di sostenibilità in forma volontaria, allineandosi progressivamente agli standard europei e costruendo un documento solido e completo.
In coerenza con questo percorso di gruppo, anche Howay ha deciso di muovere il primo passo. Nel 2026, infatti, pubblica per la prima volta la propria Relazione di Sostenibilità: non un obbligo di legge, ma una scelta consapevole. Per una realtà dalle dimensioni contenute, misurarsi in modo strutturato su ambiente, persone e governance significa avviare un sistema interno di raccolta e analisi dei dati ESG e costruire una base di partenza da cui far crescere il proprio impegno negli anni. Il documento, in prospettiva, è destinato a confluire nel futuro bilancio consolidato di sostenibilità di W Group, valido per tutte le società del Gruppo.
È il punto su cui vale la pena soffermarsi, perché la scelta delle parole non è casuale. La Relazione di Sostenibilità di Howay si appoggia, dal punto di vista metodologico, alla Rendicontazione di Sostenibilità di MAW, che ne costituisce il riferimento principale e più completo, redatta in conformità agli ESRS.
Trattandosi di un primo esercizio volontario, con un approccio prevalentemente narrativo e non ancora pienamente conforme agli standard europei, Howay ha scelto deliberatamente il termine "Relazione" anziché "Rendicontazione". In sostanza, la parola "rendicontazione" identifica il documento strutturato e allineato agli ESRS, mentre "relazione" comunica con onestà che siamo all'avvio di un percorso, con alcuni rimandi al documento più completo di MAW per gli aspetti condivisi. Lungi dall'essere un limite, questa precisione è essa stessa un segno di trasparenza: dire con chiarezza a che punto si è rappresenta già un modo di prendere sul serio la sostenibilità.
Il documento accompagna il lettore attraverso le tre dimensioni ESG, con dati e iniziative concrete:
I contenuti sono organizzati seguendo gli ESRS risultati materiali per l'azienda, con riferimento alle informazioni generali, ai cambiamenti climatici, alla forza lavoro, ai lavoratori della catena del valore e alla condotta d'impresa.
Scarica la Relazione di Sostenibilità di Howay!
La sostenibilità, però, non si esaurisce in un documento: prima di tutto è una cultura da costruire giorno dopo giorno. In qualità di ente di formazione accreditato, Howay affianca aziende e professionisti anche su questo terreno, con percorsi dedicati ai temi ambientali ed ESG e con esperienze come il Pantonario della sostenibilità o le attività di team building a basso impatto. Perché, come accade per la nostra Relazione, ogni cambiamento concreto inizia sempre da un primo passo.