Negli ultimi tempi si sente spesso parlare di burnout lavorativo, in riferimento ai ritmi frenetici a cui siamo sottoposti al giorno d’oggi, soprattutto in ambito lavorativo, in cui ogni cosa diventa una corsa al successo, dall’emergere tra i competitors, all’accedere ad una formazione sempre più specifica che possa farci distinguere.
In un contenuto precedente abbiamo parlato di dare valore al tempo, inteso come risorsa preziosa per fare formazione di qualità e puntare sul benessere di tutti, dal singolo dipendente all’intera impresa. Rallentare non significa restare indietro, ma scegliere dove porre davvero l’attenzione, il tempo e le energie. Significa anche ragionare con lucidità e selezionare i percorsi e le attività che più si allineano ai propri obiettivi.
In questo senso, il burnout rappresenta il punto più alto di una corsa allo stremo, che mina la salute stessa della persona e richiede l’aiuto di un professionista per essere superato. È possibile riconoscerlo e prevenirlo?
In questo articolo noi di Howay, che ci occupiamo da sempre di consulenza HR e formazione aziendale per promuovere l’inclusività e il benessere dei dipendenti, andremo a sviscerare l’argomento per fornire strumenti preziosi al fine di evitare situazioni spiacevoli.
Il burnout è spesso confuso con il classico stress lavorativo, ma in realtà parliamo di due condizioni molto diverse sia per intensità che per durata. Lo stress, per quanto fastidioso, è una risposta normale davanti a pressioni elevate, che siano scadenze ravvicinate, carichi di lavoro pesanti o riorganizzazioni improvvise.
È una reazione fisiologica che può anche avere una funzione “attivante”, spingendoti a dare il meglio quando serve; molte persone, infatti, ammettono di riuscire a lavorare meglio sotto pressione, perché evitano di procrastinare. Il problema nasce quando queste pressioni diventano troppo frequenti o troppo prolungate, in quanto a quel punto lo stress smette di essere gestibile e inizia a erodere energie e lucidità.
Il burnout rappresenta, quindi, il livello successivo, molto più profondo e insidioso. Non compare all’improvviso, ma si sviluppa lentamente, come un logoramento continuo. È definito proprio come una sindrome legata al contesto professionale, caratterizzata da tre aspetti chiave:
In altre parole, mentre lo stress è una reazione temporanea e tutto sommato fisiologica, anche se sarebbe meglio evitarlo, il burnout lavorativo è un vero collasso delle risorse interne, che richiede l’aiuto di uno psicoterapeuta per riuscire a superarlo. Riconoscere la differenza è fondamentale per intervenire in tempo, prima che la situazione diventi troppo pesante da gestire.
Come già detto, il burnout non compare all’improvviso, ma segue un percorso abbastanza riconoscibile, che permette a dipendenti e datori di lavoro di accorgersi quando qualcosa sta degenerando. La prima fase è l’entusiasmo idealistico, quella in cui si parte incentivati. Ci si carica di responsabilità, si accettano compiti extra, si investono energie e aspettative altissime. È una fase positiva solo in apparenza, perché spesso nasconde la tendenza a sovraccaricarsi senza valutare l’impatto nel lungo periodo.
La seconda fase è il disallineamento, quando l’energia inizia a incrinarsi. Si percepiscono i primi segnali di pressione: stanchezza crescente, irritabilità, difficoltà di concentrazione. Il lavoro richiede sempre di più e le risorse personali iniziano a non tenere il passo. Non è ancora burnout, ma è la zona in cui i campanelli d’allarme iniziano a suonare e noi dobbiamo prestargli attenzione.
Si passa poi alla terza fase, la resistenza: per compensare lo stress ci si “anestetizza” emotivamente, diventando apatici. Si lavora in automatico, si diventa più cinici, si perde interesse e si riduce la partecipazione emotiva. È la fase in cui molti credono di saper “gestire” lo stress, quando in realtà lo stanno solo accumulando.
La quarta fase è l’esaurimento vero e proprio: crollo delle energie, incapacità di recuperare persino dormendo, senso di distacco profondo e chiusura mentale. Qui la persona ha la sensazione di sentirsi prosciugata e potrebbe manifestare anche malesseri fisici, come disturbi gastrointestinali, mal di testa, tensioni muscolari, palpitazioni e vertigini.
Quanto dura il burnout? Non esiste una durata standard. Può protrarsi per mesi e, nei casi più gravi, trascinarsi anche oltre un anno se non si interviene. Proprio per questo riconoscere le fasi iniziali è la chiave per evitare che la situazione evolva in qualcosa di molto più difficile da gestire.
Prevenire il burnout serve da una parte per garantire il benessere aziendale, mentre dall’altra diventa una strategia di tutela delle persone e di protezione della produttività.
Un datore di lavoro attento, in collaborazione con il reparto delle Risorse Umane, può intercettare segnali precoci e creare un ambiente in cui le energie dei collaboratori vengano valorizzate invece che consumate. Le pratiche utili non sono complicate, ma richiedono costanza, ascolto e una buona dose di leadership consapevole e sono:
Creare un ambiente sano è possibile, ma richiede attenzione costante. E se il sospetto è che nella propria azienda il clima non sia del tutto sereno, Howay offre un servizio di consulenza HR per individuare criticità, fornire supporto professionale e costruire programmi formativi personalizzati.
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