Bandi, Fondi e Finanziamenti per le Aziende: come partecipare
Bandi, Fondi & Finanziamenti

Bandi, Fondi e Finanziamenti per le Aziende: come partecipare

Negli ultimi anni sono sempre più numerosi i bandi e i fondi messi a disposizione delle società, dei professionisti e dei privati per consentire a tutti l'accesso a corsi formativi finanziati che possano affinare le competenze e ampliare le opportunità di carriera.

Il vantaggio che si può ottenere è indubbio: grazie ai finanziamenti si può accedere ad una formazione di alto livello, senza dover spendere cifre esorbitanti, ottenendo al contempo attestati di qualifica che arricchiscono il curriculum e sono riconosciuti nel mercato nazionale del lavoro.

Inoltre, i bandi che vengono attivati rientrano in parte nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), un programma ambizioso finanziato dall’Unione Europea che ha lo scopo di favorire la crescita dell’economia italiana, affinché sia più sostenibile, inclusiva e digitale. 

Noi di Howay, in qualità di ente formativo di W Group, offriamo da anni supporto alle aziende a partire dalla presentazione della documentazione per l’accesso al bando, fino alla scelta oculata di percorsi formativi che rispecchiano le esigenze aziendali e del singolo. In questa guida scopriremo i fondi attualmente disponibili e come possono tornare utili per la tua società.

L’attuale panorama della formazione finanziata nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) rappresenta una delle più grandi opportunità per il rilancio del tessuto economico e sociale italiano nel post-pandemia. Finanziato dall’Unione Europea attraverso il programma Next Generation EU, il PNRR ha messo a disposizione oltre 190 miliardi di euro con l’obiettivo di rendere l’Italia più sostenibile, inclusiva e digitalmente avanzata. Il piano si sviluppa lungo sei missioni, che si inseriscono in tre macro-aree strategiche: 

  • Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura
  • Transizione ecologica;
  • Inclusione e coesione sociale e territoriale.

Per concretizzare questi obiettivi, un ruolo centrale è affidato alla formazione, in particolare quella professionale. Aggiornare le competenze dei lavoratori, rafforzare l’occupabilità e favorire l’ingresso nel mondo del lavoro di nuove figure qualificate sono elementi fondamentali nella visione del PNRR. Non si tratta solo di formazione teorica, ma di percorsi pratici e mirati che rispondano alle esigenze reali delle imprese e del mercato.

Grazie al PNRR, fino al 2027 sono stati attivati numerosi bandi e finanziamenti, spesso gestiti a livello regionale, per sostenere la formazione dei dipendenti all’interno delle aziende. Questi strumenti consentono di accedere a corsi di upskilling e reskilling coperti (in parte o totalmente) da fondi pubblici, rendendo l’investimento nella crescita professionale una scelta vantaggiosa e strategica per le imprese.

In questo contesto, la formazione diventa un motore essenziale per l’innovazione e la competitività, consentendo alle aziende di stare al passo con i continui cambiamenti del proprio settore.

Nuove opportunità per professionisti e aziende

Sfruttare i fondi pubblici per la formazione dei dipendenti non è solo una scelta intelligente in termini economici, ma anche una vera e propria leva strategica per la crescita aziendale. I corsi formativi, resi accessibili tramite bandi e finanziamenti che vedremo meglio in seguito, permettono di qualificare il personale interno, potenziando le competenze tecniche e trasversali necessarie per affrontare un mercato in costante evoluzione. 

Dipendenti più preparati si traducono in un'organizzazione più efficiente, motivata e reattiva. Inoltre, la formazione aiuta a prevenire fenomeni di stress (come quello da lavoro correlato), assenteismo o turnover, poiché i lavoratori si sentono valorizzati, coinvolti e allineati ai propri obiettivi professionali.

Un altro grande vantaggio è la possibilità di costruire un ambiente di lavoro inclusivo e davvero orientato alle persone. Se la formazione è progettata in modo mirato con il supporto di Howay, consente di valorizzare le potenzialità individuali e abbattere barriere legate a disabilità, genere o età. I corsi possono diventare strumenti concreti per contrastare l’ageismo, promuovere la leadership femminile e favorire la partecipazione attiva anche dei lavoratori più senior.

Dal punto di vista dei professionisti, accedere a percorsi formativi finanziati rappresenta chiaramente un’opportunità concreta per crescere, riqualificarsi o cambiare rotta, anche in età avanzata. Avere in mano un attestato riconosciuto può fare la differenza in fase di selezione, aprendo le porte a ruoli più gratificanti e in linea con le proprie aspirazioni. In sostanza, la formazione è un investimento che conviene a tutti.

Corsi per disoccupati con Forma.Temp

Prima di parlare di formazione finanziata per le aziende, dedichiamo una breve parentesi al fondo bilaterale Forma.Temp, dedicato ai lavoratori in somministrazione. 

Sebbene si rivolga principalmente a persone disoccupate o con contratti a tempo determinato o indeterminato, merita attenzione perché rappresenta una risorsa preziosa per l’inserimento e la riqualificazione professionale. Difatti, il fondo finanzia attività formative orientate all’acquisizione di nuove competenze, all’aggiornamento e alla qualificazione di figure che cercano o stanno iniziando un percorso lavorativo.

In quest’ambito, Howay offre due servizi principali: la progettazione personalizzata di percorsi su misura, per rispondere con precisione ai bisogni formativi specifici, e l’erogazione dei corsi grazie alla collaborazione con formatori esperti ed enti accreditati. 

L’offerta è ampia e strutturata per rispondere alle diverse esigenze del mercato: si parte dalla formazione di base (lingue, informatica, sicurezza), fino a quella professionale e on the job, pensata per chi ha già un contratto ma ha bisogno di affiancamento operativo. Non mancano percorsi di riqualificazione e qualificazione professionale, con corsi pensati per fornire competenze certificate, richieste in settori specifici. Per i lavoratori con contratti più stabili, esistono anche percorsi di qualificazione in affiancamento.

Un focus speciale va a Form.Integra, programma dedicato all’inclusione socio-lavorativa di titolari di protezione internazionale, temporanea o speciale, a dimostrazione dell’attenzione crescente verso l’integrazione e l’equità anche nel mondo della formazione.

Garanzia di Occupabilità dei Lavoratori

Tra le iniziative previste dal PNRR, il programma Garanzia di Occupabilità dei Lavoratori (GOL) rappresenta uno degli strumenti più concreti per favorire l’ingresso o il rientro nel mondo del lavoro. Il piano, attivo su scala nazionale e gestito a livello regionale, è pensato per offrire percorsi personalizzati a diverse categorie di persone in cerca di occupazione. Ne possono beneficiare disoccupati, percettori di NASpI o dell’Assegno di Inclusione, lavoratori con competenze obsolete o in condizioni di fragilità, donne svantaggiate, over 55 e giovani NEET, spesso esclusi da percorsi di formazione o di occupazione tradizionali.

In Lombardia, regione in cui Howay è accreditata, il programma prevede percorsi formativi completamente gratuiti finalizzati all’aggiornamento, alla riqualificazione e all’inserimento lavorativo. I corsi coprono aree strategiche per il mercato attuale: competenze digitali, amministrazione, lingue straniere, logistica, soft skill e molto altro, con l’obiettivo di costruire profili professionali spendibili e realmente competitivi.

Accedervi è semplice: basta registrarsi sulla piattaforma SIUL (Sistema Informativo Unitario Lavoro), sottoscrivere il Patto di Servizi Personalizzato e scegliere Howay come operatore accreditato.

Grazie a questa opportunità, i partecipanti possono usufruire di una moltitudine di servizi formativi, tra cui corsi di upskilling e reskilling, orientamento al lavoro, oltre che programmi di autoimpiego e supporto per fragilità personali e sociali. Un’iniziativa che ha l’obiettivo di contrastare disoccupazione, esclusione e ageismo, mettendo la formazione al centro di una ripartenza reale.

Voucher Aziendali Formazione Continua

Come anticipato, la formazione finanziata non riguarda solo i privati in cerca di una svolta significativa nella propria carriera, ma spesso si rivolge anche e direttamente alle aziende, come nel caso del bando Formazione Continua della Regione Lombardia, attivo per tutto il 2025 e finanziato dal Fondo Sociale Europeo Plus (FSE+) 2021-2027.

Attraverso l'assegnazione di voucher formativi aziendali, i beneficiari, che sono aziende o liberi professionisti con sede legale in Lombardia, possono accedere a corsi selezionati dal Catalogo Regionale di Formazione Continua, che include anche quelli offerti da Howay. Il valore del voucher varia in base al livello di competenze da acquisire: fino a 2.000 euro per lavoratore, con un massimo di 50.000 euro annui per impresa. Per i liberi professionisti e le ditte individuali, il finanziamento pubblico copre il 100% del costo del corso, senza necessità di cofinanziamento privato.

Come anticipato, possono accedere al bando lavoratori dipendenti, soci-lavoratori, collaboratori di imprese familiari, titolari e soci di imprese di varie dimensioni, coadiuvanti di imprese commerciali e artigiane, nonché lavoratori autonomi e liberi professionisti con domicilio fiscale in Lombardia. 

Per usufruire del voucher e accedere ai corsi finanziati dalla regione Lombardia, invitiamo a scaricare il catalogo aggiornato dei corsi Howay, scegliere quello più adatto alle proprie esigenze professionali e contattarci all’indirizzo email jessica.tebaldini@howay.it manifestando il proprio interesse. Ciò che offriamo, infatti, è un servizio di supporto completo, dall’assistenza all’accesso al portale Bandi Online per inoltrare la domanda, alla rendicontazione. 

Il costo indicato per ogni corso sarà chiaramente rimborsato al 100%, una volta ottenuto l’esito positivo della richiesta del fondo.

Bando per il lavoro inclusivo Regione Lombardia

È in fase di chiusura, invece, il bando Modello Lavoro Inclusivo nelle Imprese Lombarde, promosso da Regione Lombardia e Unioncamere Lombardia. Un’iniziativa volta a sostenere le aziende che desiderano promuovere l’inclusione lavorativa delle persone con disabilità

Più nel dettaglio, attraverso l’erogazione di voucher a fondo perduto, il bando mira a incentivare l’adozione di pratiche aziendali inclusive, migliorando l’accessibilità e valorizzando le diversità all’interno dei luoghi di lavoro. 

Possono partecipare al bando tutte le imprese con sede legale o operativa in Lombardia, iscritte e attive nel Registro delle Imprese. I voucher, che coprono fino all’80% delle spese ammissibili al netto dell’IVA, variano in base alla dimensione dell’impresa: fino a 15.000 euro per micro e piccole imprese, 21.000 euro per medie imprese e 32.000 euro per grandi imprese. Le spese finanziabili includono attività di formazione obbligatoria, servizi di consulenza specialistica e adattamenti delle postazioni di lavoro per favorire l’inclusione di persone con disabilità.

Per accedere al contributo, le imprese devono presentare la domanda esclusivamente in modalità telematica attraverso il portale Telemaco di Infocamere, utilizzando le credenziali SPID, CNS o CIE ed entro le ore 12:00 del 30 maggio 2025, salvo esaurimento anticipato dei fondi disponibili.

Anche in questo caso Howay, in qualità di ente accreditato, offre supporto alle imprese interessate, fornendo consulenza nella progettazione di percorsi formativi su misura e assistenza nella presentazione delle domande di finanziamento.

Cosa sono i Fondi Interprofessionali e come aderirvi

A questo punto, parlando di fondi dedicati alla formazione professionale, è importante introdurre anche di un altro strumento estremamente vantaggioso per le aziende, ovvero i Fondi Interprofessionali, una delle soluzioni più vantaggiose per finanziare la formazione continua dei dipendenti senza gravare sul bilancio aziendale. 

Si tratta di organismi nati in seguito alla Legge 388/2000 e promossi dalle Parti Sociali, con l’obiettivo di sostenere lo sviluppo delle competenze dei lavoratori attraverso percorsi formativi mirati. Aderendo a un Fondo, ogni impresa ha la possibilità di destinare una quota pari allo 0,30% dei contributi INPS (già obbligatori per legge) al fondo prescelto, trasformando un onere in un’opportunità concreta di crescita.

L’adesione è gratuita e molto semplice: è sufficiente indicare il codice del fondo scelto nella sezione “Fondo Interprof” della Denuncia Aziendale del flusso UNIEMENS (ex DM10/2), insieme al numero di dipendenti coinvolti. Da quel momento, l’azienda può accedere alle risorse accumulate e utilizzarle per finanziare piani formativi personalizzati, rispondenti ai reali bisogni della propria struttura.

Questo meccanismo consente alle imprese di investire nella qualificazione del personale, migliorando la produttività, il benessere organizzativo e la competitività sul mercato. Inoltre, l’attivazione dei piani formativi può essere supportata proprio da Howay, che affianca le aziende nella progettazione e nell’erogazione dei percorsi, facilitando l’accesso ai fondi e garantendo una formazione di qualità. Un’occasione strategica, quindi, anche per valorizzare i talenti interni e rendere l’organizzazione più orientata al futuro.

Supporto completo nell’accesso a percorsi finanziati

Alla luce di tutte le opportunità finora esposte, che siano bandi regionali o piani nazionali dedicati alla crescita economica del Paese, qual è il nostro ruolo?

Howay è da sempre al fianco di aziende, liberi professionisti e lavoratori con un obiettivo chiaro: trasformare la formazione in un investimento strategico, accessibile e su misura. Grazie ad un team esperto in bandi, fondi interprofessionali e politiche attive per il lavoro, accompagniamo ogni realtà nella scelta e nell’attivazione delle opportunità più adatte, ottimizzando le risorse disponibili e semplificando l’intero processo burocratico.

Che tu voglia aggiornare le competenze del tuo staff, riqualificarti in un settore specifico o accedere a percorsi finanziati dalla Regione Lombardia o dal Fondo Sociale Europeo, Howay ti offre supporto a tutto tondo: dall’analisi dei fabbisogni alla progettazione didattica, dalla gestione amministrativa all’erogazione dei corsi con formatori altamente qualificati. Ogni percorso è pensato per generare impatto reale, migliorare la competitività e promuovere il cambiamento all’interno delle organizzazioni.

Collaboriamo con enti accreditati, Agenzie per il Lavoro e organismi bilaterali per garantire formazione gratuita e di qualità, costruita intorno alle esigenze dei partecipanti. Inoltre, affianchiamo le imprese nella definizione di strategie HR più efficaci, nella creazione di ambienti lavorativi stimolanti e nella valorizzazione del capitale umano.

Con Howay, la formazione è una leva di crescita, un modo concreto per affrontare le trasformazioni del mercato, sviluppare nuove competenze e costruire un futuro professionale più solido, inclusivo e sostenibile.

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6/8/2026

Rientro dalle ferie: 5 domande per fare un bilancio professionale prima di settembre

Agosto non è soltanto il mese in cui si stacca. È anche uno dei pochi momenti dell'anno in cui riusciamo a guardarci indietro con un po' più di lucidità. Durante l'anno corriamo: rispondiamo alle urgenze, gestiamo riunioni, scadenze, persone, cambiamenti, obiettivi. Poi arriva una pausa. E quella pausa, se la usiamo bene, può diventare uno spazio prezioso.

Attenzione, però: non per fare altri piani, né per riempire anche le ferie di liste e propositi. Piuttosto per concedersi qualche domanda utile, di quelle che nella frenesia quotidiana non trovano mai spazio. Perché il rientro, soprattutto per chi guida un team o si occupa di persone, non è solo una questione di calendario: è il momento in cui si possono rimettere a fuoco priorità, bisogni formativi e direzione.

In questo articolo ti proponiamo cinque domande da portare con te in ferie, semplici ma capaci di trasformare la pausa estiva in un piccolo bilancio professionale. Nessun esercizio complicato: bastano un caffè al mattino, una passeggiata o venti minuti in tutta la pausa.

Perché la pausa estiva è il momento giusto per fermarsi a riflettere

C'è un motivo pratico per cui agosto funziona meglio di gennaio. Quando siamo dentro la routine, il pensiero è occupato dall'urgenza: la mail a cui rispondere, la scadenza che incombe, la riunione da preparare. Il distacco dal contesto abituale, invece, permette di guardare le stesse situazioni da una certa distanza — ed è proprio da lì che arrivano le intuizioni più chiare.

C'è anche un motivo meno rassicurante, e vale la pena conoscerlo. Un'indagine condotta dal portale RisorseUmane-HR.it su alcune centinaia di professionisti ha messo a confronto le aspettative di inizio agosto con i sentimenti reali di fine mese: se prima delle ferie circa la metà dei rispondenti si aspettava di tornare più produttivo, al rientro quasi il 47% dichiarava invece di sentirsi stressato e in ansia, e solo poco più di un quarto si diceva motivato. In altre parole, il riposo da solo non basta: senza un minimo di consapevolezza su cosa ci aspetta e su cosa vogliamo cambiare, il ritorno rischia di travolgerci.

Ecco perché queste domande non servono a "lavorare in vacanza", ma esattamente al contrario: a ridurre l'ansia del rientro, dando una direzione a ciò che ci attende.

1. Che cosa ha funzionato davvero negli ultimi mesi?

Partiamo da qui, perché è la domanda che quasi nessuno si pone. Siamo allenati a individuare ciò che non va — i progetti in ritardo, gli errori, le cose da sistemare — molto meno a riconoscere ciò che ha funzionato.

Prova a ripensare agli ultimi sei mesi e a individuare due o tre situazioni andate bene: un progetto chiuso meglio del previsto, una collaborazione che ha girato, una decisione che si è rivelata giusta. Poi fatti la domanda successiva, quella che conta: perché ha funzionato? Era il metodo, la squadra, la preparazione, il tempo dedicato? Riconoscere i propri meccanismi virtuosi è il modo più semplice per poterli ripetere, invece di attribuirli alla fortuna.

2. Che cosa mi ha tolto più energia del previsto?

Questa è la faccia complementare della precedente, e spesso è la più rivelatrice. Non si tratta di elencare i problemi, ma di individuare dove l'energia si è dispersa senza produrre valore: riunioni che si sono moltiplicate senza decidere nulla, attività ripetitive che hanno mangiato ore preziose, relazioni faticose che hanno lasciato uno strascico ben oltre il momento.

Il punto non è lamentarsene, ma capire quali di questi elementi sono strutturali — e quindi si ripresenteranno puntualmente a settembre se non cambia qualcosa — e quali erano invece legati a una fase particolare. Sui primi si può intervenire: rivedendo un processo, delegando diversamente, chiarendo un'aspettativa. Sui secondi, semplicemente, si può smettere di preoccuparsi.

3. Quali competenze sono diventate più importanti?

Il lavoro cambia più in fretta di quanto ce ne accorgiamo, e spesso ce ne rendiamo conto solo quando ci troviamo in difficoltà. Guardando indietro agli ultimi mesi, quali capacità ti sono servite più di prima? In molti casi la risposta ha a che fare con gli strumenti digitali e con l'intelligenza artificiale entrata nei processi quotidiani; in altri riguarda competenze del tutto umane, come saper gestire una conversazione difficile o tenere unito un gruppo sotto pressione.

Ne abbiamo parlato diffusamente nell'articolo sulle competenze più richieste entro il 2030, dove emerge chiaramente come il mercato chieda oggi un mix di abilità tecniche e relazionali. Qui la domanda è più personale e concreta: su quale competenza, se la sviluppassi nei prossimi mesi, il tuo lavoro cambierebbe di più? Rispondere con onestà a questa domanda vale più di qualsiasi buon proposito generico sulla formazione.

4. Quali conversazioni ho rimandato troppo a lungo?

Ce n'è quasi sempre almeno una. Il feedback mai dato a un collaboratore, il chiarimento con un collega, la richiesta di un cambiamento di ruolo, la discussione sul carico di lavoro. Sono conversazioni che rimandiamo perché richiedono energia e coraggio, e che nel frattempo continuano a pesare silenziosamente sul lavoro quotidiano.

La pausa è il momento giusto per riconoscerle e, soprattutto, per prepararle. Non serve arrivare a settembre con un discorso imparato a memoria: basta aver chiarito a se stessi qual è il punto, quale esito si desidera e quale sarebbe il primo passo. Le conversazioni difficili raramente migliorano con l'attesa; il più delle volte, semplicemente, diventano più difficili.

5. Che cosa voglio fare in modo diverso da settembre?

L'ultima domanda tira le fila delle precedenti, ma va maneggiata con cura. La tentazione è quella di stilare una lista lunghissima di buoni propositi, che dopo due settimane di rientro sarà già dimenticata.

Molto più efficace scegliere una o due cose soltanto, possibilmente concrete: un'abitudine da introdurre, un'attività da smettere di fare, un percorso formativo da avviare. Se hai risposto sinceramente alle quattro domande precedenti, la risposta a questa arriva quasi da sé. E se ti accorgi che ciò che vorresti cambiare non dipende solo da te, è già un'informazione preziosa da portare al primo confronto con il tuo responsabile o con il tuo team.

Per HR e manager: dal bilancio personale a quello di squadra

Quanto detto finora vale per ciascuno di noi, ma assume un peso diverso per chi ha responsabilità sulle persone. Per un HR o un team leader, settembre non è un semplice riavvio: è la finestra migliore dell'anno per rimettere a fuoco priorità, bisogni formativi e direzione, prima che la routine torni a occupare ogni spazio disponibile.

Le stesse cinque domande, poste al plurale, diventano uno strumento di lettura dell'organizzazione: cosa ha funzionato nel nostro modo di lavorare, dove si disperde l'energia del team, quali competenze mancano rispetto a ciò che ci aspetta, quali confronti stiamo evitando, cosa vogliamo impostare diversamente. È da qui, non da un catalogo scelto in fretta, che nasce un piano formativo realmente utile. Un buon momento, tra l'altro, anche per verificare l'equilibrio complessivo delle persone: temi come il work life balance e la prevenzione dello stress da lavoro correlato emergono con più chiarezza proprio nei passaggi di stagione.

In qualità di ente di formazione accreditato del gruppo W Group, Howay affianca professionisti e aziende esattamente in questo passaggio: dall'analisi dei fabbisogni alla costruzione di percorsi su misura, dalle competenze digitali e dall'intelligenza artificiale alla gestione delle persone. Se dalle tue risposte è emersa una competenza su cui vale la pena investire, puoi esplorare il catalogo dei corsi e trovare il percorso più adatto a te o al tuo team.

Perché settembre arriva sempre. La differenza la fa il modo in cui scegliamo di tornarci.

Approfondimenti:

6/8/2026

Cos'è la conciliazione vita-lavoro e perché conviene alle aziende (Certificazione UNI/PdR 192:2026)

Quanto costa, alla tua azienda, una persona di valore che dopo la maternità o la paternità non rientra, oppure che se ne va perché non riesce più a tenere insieme famiglia e lavoro? È un costo spesso invisibile — fatto di competenze che escono dalla porta, selezioni da rifare, know-how da ricostruire — ma è tutt'altro che trascurabile. Ed è esattamente il terreno su cui, da qualche mese, esiste uno strumento nuovo e riconosciuto a livello nazionale.

Si tratta della UNI/PdR 192:2026, la prassi di riferimento dedicata alla conciliazione tra vita familiare e lavoro, pubblicata il 14 aprile 2026 dall'ente italiano di normazione UNI su impulso del Dipartimento per le politiche della famiglia della Presidenza del Consiglio dei Ministri. La sua rilevanza è stata subito rafforzata da un incentivo economico previsto dal Decreto Lavoro 2026. Sono queste le fonti ufficiali da cui è tratto l'articolo.

Nei prossimi paragrafi vediamo cosa prevede questa certificazione, quali aree copre, in cosa si distingue da quella sulla parità di genere, quali vantaggi porta davvero e come un'azienda può ottenerla.

Cos'è la certificazione UNI/PdR 192:2026

La UNI/PdR 192:2026 è una prassi di riferimento ad adesione volontaria che definisce un sistema di gestione per la conciliazione tra vita familiare e lavoro. In parole semplici, offre alle organizzazioni un modello strutturato per progettare, attuare e misurare le proprie politiche a sostegno della genitorialità, dei caregiver e del benessere delle persone, uscendo dalla logica dell'iniziativa estemporanea per entrare in quella di un percorso organizzato e verificabile.

Il documento nasce all'interno del Piano nazionale per la famiglia 2025-2027 e si rivolge a organizzazioni di qualsiasi settore e dimensione: grandi imprese, PMI, enti pubblici, cooperative e realtà del terzo settore. Non impone soluzioni preconfezionate, ma fornisce requisiti, raccomandazioni e una serie di indicatori di prestazione — i cosiddetti KPI, qualitativi e quantitativi — organizzati in sette aree di valutazione, con cui misurare il livello di maturità dell'organizzazione e l'efficacia delle misure adottate.

L'elemento che la rende una vera e propria certificazione, e non un semplice manifesto di buone intenzioni, è la valutazione di conformità da parte di un ente terzo: un organismo indipendente e accreditato verifica che i requisiti siano effettivamente rispettati e, in caso positivo, l'azienda ottiene la certificazione e il diritto di utilizzare il Marchio UNI. È la stessa logica di garanzia che vale per gli altri standard di qualità riconosciuti.

Quali aree della vita aziendale riguarda

La conciliazione, in questa prassi, non è un concetto astratto ma un insieme di ambiti molto concreti su cui l'organizzazione è chiamata a intervenire. Rientrano nel perimetro il sostegno alla maternità e alla paternità, con particolare attenzione al delicato momento del rientro dopo un congedo, e il supporto ai caregiver familiari, cioè a chi si prende cura di parenti anziani o non autosufficienti.

Accanto a questi temi, la prassi valorizza la flessibilità organizzativa — lavoro agile, part-time, orari modulabili — come leva concreta di equilibrio, e affianca il sostegno economico e i servizi per le famiglie, l'attenzione alla salute e al benessere e la continuità di carriera, perché conciliare non significa rinunciare a crescere professionalmente. Sono, in tutto, sette le aree su cui l'organizzazione viene misurata: l'organizzazione del lavoro con la flessibilità oraria e spaziale, il supporto alla maternità e quello alla genitorialità, il sostegno agli impegni di cura, la salute e il benessere, il sostegno economico e i servizi alle famiglie, e infine lo sviluppo professionale. In sostanza, la UNI/PdR 192:2026 chiede all'azienda di guardare in modo sistemico a tutti quei fattori che rendono sostenibile, per una persona, restare e dare il meglio senza dover scegliere tra lavoro e vita privata.

In cosa si distingue dalla certificazione sulla parità di genere

Chi ha già familiarità con il tema si chiederà quale sia il rapporto con la UNI/PdR 125:2022, la prassi sulla parità di genere ormai molto diffusa. La risposta è che le due non si sovrappongono, ma si completano.

La UNI/PdR 125:2022 si concentra sulla parità di genere e sulla riduzione dei divari tra uomini e donne all'interno dell'organizzazione; la UNI/PdR 192:2026, invece, allarga lo sguardo alla conciliazione tra responsabilità familiari e lavoro, includendo la genitorialità di entrambi i genitori e il tema dei caregiver. Le due prassi sono pensate per integrarsi: un'azienda che ha già intrapreso il percorso sulla parità di genere possiede molte delle basi organizzative utili anche per la conciliazione, e viceversa. Vale la pena segnalare che la stessa UNI/PdR 125 è in corso di trasformazione in una norma vera e propria, dato che le prassi di riferimento hanno una validità massima di cinque anni: un segnale di quanto il tema delle certificazioni sociali si stia consolidando. A tal proposito, va detto che noi di Howay conosciamo da vicino questo terreno, avendo conseguito la certificazione della parità di genere UNI/PdR 125:2022 nel nostro percorso di sostenibilità.

Quali vantaggi e incentivi porta all'azienda

Qui arriva la parte che interessa più da vicino chi guida un'impresa, e conviene distinguere due piani. Il primo è economico e diretto. L'articolo 6 del Decreto Lavoro 2026 — il D.L. n. 62/2026, convertito dalla Legge n. 112/2026 — riconosce alle organizzazioni certificate secondo la UNI/PdR 192:2026 un esonero contributivo fino all'1% dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro, entro un limite massimo di 50.000 euro annui per azienda. È un dettaglio importante: lo sgravio incide solo sulla quota a carico dell'impresa e non intacca in alcun modo i diritti pensionistici dei lavoratori. Per finanziarlo, il Governo ha stanziato 7 milioni di euro per il 2026 e 12 milioni annui per il 2027 e il 2028. A questo incentivo strutturale si affianca poi un canale ancora più diretto per abbattere i costi del percorso di certificazione — il cosiddetto bonus conciliazione — che vediamo tra poco.

Un'avvertenza doverosa: l'effettiva fruizione dell'esonero è subordinata a un decreto attuativo interministeriale (Lavoro, Famiglia ed Economia) e sarà riconosciuta su base mensile entro i limiti di spesa previsti, con il monitoraggio dell'INPS. Conviene quindi verificarne lo stato di attuazione nel momento in cui si avvia il percorso.

Il secondo piano di vantaggi è meno immediato ma spesso più rilevante nel tempo. Un'azienda che investe seriamente sulla conciliazione riduce il turnover e trattiene le competenze, migliora l'attrattività verso i talenti — che scelgono sempre più i datori di lavoro attenti alla qualità della vita — e rafforza il proprio employer branding. C'è poi il capitolo degli appalti e dei bandi pubblici, dove queste certificazioni si traducono spesso in criteri premianti. E non è solo teoria: secondo un'analisi di Unioncamere e del Centro Studi Tagliacarne, nel 2026 il 35% delle imprese attente al benessere dei lavoratori dichiara un aumento del fatturato, contro il 22% delle altre. Difatti, ciò che sulla carta appare come un adempimento diventa, nella pratica, un investimento su produttività e reputazione.

Il bonus conciliazione: contributi a fondo perduto per certificarsi

C'è poi la novità più operativa, ed è appena partita. Il Dipartimento per le Politiche della Famiglia e il Dipartimento per le Pari Opportunità, insieme a Unioncamere, hanno messo in campo un programma da 7,5 milioni di euro — riservato per il 60% alle piccole e medie imprese — per accompagnare mille aziende verso la certificazione UNI/PdR 192:2026 nell'arco di un anno. Non si tratta di denaro erogato direttamente, ma di contributi a fondo perduto sotto forma di servizi, distribuiti su due linee complementari.

La prima linea, con una dotazione di 3,25 milioni di euro, finanzia l'assistenza tecnica e l'accompagnamento alla certificazione, fino a un massimo di sei giornate di supporto specialistico per impresa, affidato a esperti iscritti in un apposito elenco predisposto da Unioncamere. La seconda, con 4,25 milioni, copre i costi della prima certificazione: un contributo parametrato al numero di addetti che arriva fino a 12.000 euro per impresa. Per le aziende già in possesso della certificazione sulla parità di genere (UNI/PdR 125) o del riconoscimento Family Audit è previsto anche un incremento di 450 euro, a copertura dei costi di mantenimento.

Sul piano pratico, possono partecipare le imprese con sede e attività in Italia e almeno un dipendente, dopo aver superato un test di autovalutazione online che misura la maturità organizzativa. Le domande si presentano sulla piattaforma ReStart di InfoCamere con procedura a sportello, in ordine cronologico e fino a esaurimento delle risorse, dalle ore 10:00 del 21 settembre 2026 e fino al 31 marzo 2027; il percorso di accompagnamento e il rilascio della certificazione vanno poi completati entro il 30 giugno 2027. È un'opportunità concreta e a tempo: conviene arrivare preparati, perché con la procedura a sportello i primi ad avere i requisiti in ordine sono anche i primi ad accedere.

Come si ottiene la certificazione

Il percorso verso la certificazione non si improvvisa, ma segue una logica chiara. Il primo passo è un'analisi del livello di maturità dell'organizzazione rispetto ai temi della conciliazione, per capire da dove si parte. Segue la definizione della governance — una vera e propria "cabina di regia" — che stabilisce chi fa cosa, con quali responsabilità e obiettivi, muovendo da una politica formale sulla conciliazione approvata dall'alta direzione e comunicata a tutta l'organizzazione, e formalizzata in un piano strategico con tempi e azioni.

Da lì l'azienda costruisce i due documenti operativi che stanno al cuore della prassi, ovvero il piano di welfare e il piano formativo, e attiva i sistemi di monitoraggio con i relativi KPI, raccogliendo le evidenze documentali che dimostrano quanto viene fatto. La conformità, tra l'altro, non è un giudizio generico: si basa su un punteggio, con una soglia minima fissata al 50% per le micro e piccole organizzazioni e al 60% per le medie e grandi, e richiede di soddisfare un numero minimo di indicatori quantitativi. Solo a questo punto interviene l'organismo di certificazione accreditato, che attraverso un audit documentale e operativo verifica la conformità ai requisiti e, in caso positivo, rilascia la certificazione. Come si intuisce, gran parte del lavoro è organizzativo e culturale, e riguarda la capacità di tradurre buone intenzioni in processi misurabili.

Il ruolo di Howay in questo percorso

Ed è proprio sul lavoro di preparazione che un partner formativo e consulenziale può fare la differenza. La certificazione vera e propria viene rilasciata da un organismo accreditato indipendente, ma tutto ciò che la precede — l'analisi della maturità organizzativa, la costruzione del piano formativo, lo sviluppo di una cultura orientata al benessere — è terreno in cui la formazione e la consulenza HR sono decisive.

In qualità di ente di formazione accreditato del gruppo W Group, Howay affianca le aziende esattamente in questa fase, con percorsi di consulenza HR e strumenti di assessment per fotografare il punto di partenza, e con una formazione mirata su leadership consapevole, gestione delle persone e benessere organizzativo. Avendo intrapreso in prima persona il percorso della certificazione sulla parità di genere, conosciamo da dentro cosa significhi trasformare i principi in processi. Ed è utile ricordarlo: con il nuovo bonus conciliazione, buona parte di questo lavoro di preparazione e di analisi può oggi contare su un contributo pubblico. Se vuoi capire da dove partire per costruire un ambiente di lavoro più sostenibile — e cogliere anche i vantaggi previsti dalla nuova normativa — ti basta contattarci per una prima valutazione.

Le informazioni di questo articolo hanno scopo divulgativo e, trattandosi di una materia con decreti attuativi in evoluzione, non sostituiscono una verifica aggiornata sulle condizioni di accesso agli incentivi.

Approfondimenti:

30/7/2026

Formazione obbligatoria sull'Intelligenza Artificiale: cosa prevede l'AI Act per le aziende

Nella tua azienda qualcuno usa ChatGPT per scrivere le email? Il reparto marketing genera immagini con l'intelligenza artificiale, l'amministrazione si fa aiutare a costruire una formula complessa, le Risorse Umane provano uno strumento che ordina i curriculum? Se hai risposto sì anche a una sola di queste domande, c'è un obbligo europeo che riguarda direttamente la tua organizzazione — e la maggior parte delle imprese italiane non sa ancora di doverlo rispettare.

Si tratta dell'obbligo di alfabetizzazione in materia di intelligenza artificiale, previsto dall'articolo 4 del Regolamento UE 2024/1689, meglio conosciuto come AI Act, in vigore dal 2 febbraio 2025. Per orientarsi tra requisiti e adempimenti, i due riferimenti ufficiali sono le domande e risposte sull'alfabetizzazione AI pubblicate dalla Commissione europea e il testo del cosiddetto omnibus digitale, il Regolamento UE 2026/1744 pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell'Unione europea il 24 luglio 2026 ed entrato in vigore il 27 luglio 2026, che ha modificato proprio la norma di cui parliamo. Sono le fonti da cui è tratto questo articolo e a cui rimandiamo per ogni approfondimento.

Nei prossimi paragrafi vediamo chi è concretamente coinvolto, cosa chiede oggi la norma dopo l'ultima riforma, da quando scattano i controlli, cosa fare in pratica e perché questo obbligo, letto bene, è più un'opportunità che un fastidio burocratico.

Cos'è l'AI Act e da quando si applica l'obbligo formativo

L'AI Act è il primo quadro normativo organico al mondo dedicato all'intelligenza artificiale. Il suo impianto ruota attorno al concetto di rischio: più un sistema può incidere sui diritti delle persone, più stringenti diventano gli obblighi per chi lo sviluppa e per chi lo utilizza. Le regole entrano in vigore in modo scaglionato, ed è proprio questo a generare confusione: molte imprese si sono convinte di avere ancora tempo davanti.

Il punto è che l'articolo 4, dedicato all'alfabetizzazione, si applica già dal 2 febbraio 2025. C'è però una data che le aziende dovrebbero segnare in agenda: le norme su vigilanza ed esecuzione si applicano dal 3 agosto 2026, con le autorità nazionali di vigilanza del mercato — e non l'Ufficio per l'IA della Commissione — che iniziano a operare in questo ambito dal 2 agosto 2026. Fino a quel momento l'obbligo esisteva ma senza un apparato di controllo pienamente attivo; da lì in avanti la situazione cambia. In altre parole, il tempo dell'attesa è finito.

C'è di più, ed è l'aspetto che spesso sfugge: a differenza degli obblighi documentali più pesanti, che riguardano soltanto i sistemi classificati ad alto rischio, l'obbligo di alfabetizzazione vale per tutti i sistemi di IA, a prescindere dal livello di rischio. Le stesse FAQ della Commissione lo chiariscono con un esempio concreto: un'azienda i cui dipendenti usano ChatGPT anche solo per scrivere testi o tradurre deve comunque informarli sui rischi specifici, come le cosiddette "allucinazioni", cioè le risposte inventate ma verosimili.

Cosa chiede oggi la norma, dopo l'omnibus digitale

Qui c'è la novità più importante, che rende superata gran parte di ciò che si legge ancora in giro. La versione originaria dell'articolo 4 imponeva a fornitori e deployer di garantire un livello sufficiente di alfabetizzazione del personale. Con il regolamento omnibus, in vigore dal 27 luglio 2026, quella formulazione è stata alleggerita: l'obbligo diventa quello di adottare misure per sostenere lo sviluppo dell'alfabetizzazione delle proprie persone, e il testo chiarisce che non è imposto il raggiungimento di un livello di competenza specifico per ciascun individuo.

Attenzione a non fraintendere: non è stato cancellato nulla. L'adempimento resta vincolante per fornitori e deployer, che devono comunque attivarsi concretamente. È cambiato l'accento, che si sposta da un obbligo di risultato uniforme a un impegno proporzionato al contesto d'uso, ai rischi dei sistemi impiegati e alle caratteristiche dell'organizzazione. La ragione è pratica: un obbligo identico per la multinazionale e per la microimpresa si era rivelato troppo rigido. Restano inoltre fermi gli obblighi più stringenti previsti per chi utilizza sistemi ad alto rischio, dove la formazione del personale è un presidio di sicurezza irrinunciabile.

Chi è obbligato: fornitori, "deployer" e collaboratori esterni

La norma individua due categorie: i fornitori, cioè chi sviluppa e immette sul mercato sistemi di IA, e i deployer, termine tecnico che indica semplicemente chi utilizza questi sistemi nell'ambito della propria attività professionale. È la seconda categoria a interessare la stragrande maggioranza delle imprese.

Non conta la dimensione dell'azienda, né il settore, né quanto sofisticato sia lo strumento adottato. Uno studio professionale di tre persone che usa l'IA per riassumere documenti è un deployer esattamente come una multinazionale che ha integrato modelli predittivi nella propria logistica. Cambia la proporzione delle misure da adottare, non l'esistenza dell'obbligo. E il perimetro, come precisa la Commissione, non si ferma ai dipendenti: comprende anche chi opera con questi sistemi per conto dell'organizzazione, quindi collaboratori esterni, appaltatori e fornitori di servizi, che devono possedere competenze adeguate al compito esattamente come il personale interno.

Cosa fare in pratica: i passaggi indicati dalla Commissione

Tradurre l'obbligo in azioni concrete è più semplice di quanto sembri. Le FAQ della Commissione indicano un contenuto minimo, che si può riassumere in quattro passaggi.

  • Costruire una comprensione generale dell'IA: che cos'è, come funziona, quale intelligenza artificiale viene usata in azienda e quali opportunità e rischi comporta. È la base comune per tutti.
  • Chiarire il proprio ruolo: l'organizzazione sviluppa sistemi di IA o si limita a utilizzare strumenti sviluppati da altri? Gli obblighi cambiano a seconda che si sia fornitori o deployer.
  • Valutare il rischio dei sistemi usati: cosa devono sapere le persone rispetto a quel preciso strumento, di quali rischi devono essere consapevoli e come attenuarli.
  • Calibrare le azioni formative: sulla base dell'analisi precedente, tenendo conto delle diverse conoscenze tecniche, dell'esperienza e del contesto d'uso, così da prevedere livelli e approcci differenziati.

Su un punto la Commissione è netta: affidarsi alle sole istruzioni per l'uso di uno strumento, o limitarsi a chiedere al personale di leggerle, in molti casi non basta. Servono misure reali. Vale la pena aggiungere due precisazioni che tolgono ansia a chi teme adempimenti pesanti: non è richiesto alcun certificato obbligatorio — è sufficiente tenere un registro interno delle formazioni svolte — e non serve nominare un "responsabile IA" né istituire un organo di governance dedicato. La conformità, però, non si esaurisce nel corso: è utile definire anche regole interne chiare su cosa è consentito fare con questi strumenti, soprattutto quando entrano in gioco dati riservati o personali.

Sanzioni: cosa si rischia davvero

Su questo punto conviene fare chiarezza, perché circolano cifre allarmistiche. Le multe più pesanti previste dall'AI Act — quelle che arrivano a decine di milioni di euro — riguardano le pratiche vietate, non l'obbligo di alfabetizzazione. L'articolo 4, di per sé, non è assistito da una sanzione autonoma.

Le autorità nazionali di vigilanza potranno comunque adottare misure in caso di violazione, sulla base delle leggi nazionali di recepimento, con un approccio dichiaratamente proporzionato: ogni eventuale sanzione va rapportata alla gravità del caso. La Commissione segnala però una circostanza da tenere presente: una contestazione diventa più probabile se si verifica un danno riconducibile alla mancanza di formazione adeguata del personale. In altre parole, il rischio concreto non è la multa astratta, ma trovarsi impreparati quando qualcosa va storto.

Perché conviene, al di là dell'obbligo

Sarebbe riduttivo leggere tutto questo come un adempimento in più. Le competenze legate all'intelligenza artificiale sono oggi tra le più richieste in assoluto sul mercato del lavoro, come abbiamo raccontato parlando delle competenze più richieste entro il 2030: formarsi non serve solo a rispettare una norma, ma a lavorare meglio.

C'è poi una considerazione di rischio operativo. Un collaboratore che non sa riconoscere un risultato inattendibile può inserire in un documento ufficiale un dato inventato; uno che non conosce le regole sulla riservatezza può caricare informazioni sensibili su una piattaforma esterna. Sono errori che nascono dall'inconsapevolezza, non dalla cattiva volontà, e la formazione è l'unico antidoto realmente efficace. Difatti, le organizzazioni che investono in alfabetizzazione ottengono in genere due risultati insieme: riducono i rischi e aumentano la produttività, perché le persone iniziano a usare gli strumenti nel modo giusto. Non a caso, tra gli strumenti di supporto pensati anche per le piccole imprese, la Commissione richiama la rete europea dei poli per l'innovazione digitale (EDIH), che offre formazione e funge da primo punto di riferimento sull'AI Act.

Come Howay può affiancare la tua azienda

In qualità di ente di formazione accreditato del gruppo W Group, Howay accompagna imprese e professionisti proprio su questo terreno. L'area Unlock AI raccoglie percorsi che spaziano dalle basi dell'intelligenza artificiale generativa fino alle applicazioni verticali per singole funzioni aziendali, dal controllo di gestione alla selezione del personale: li abbiamo raccontati nell'articolo dedicato ai corsi di intelligenza artificiale per aziende.

Per le organizzazioni che devono costruire un percorso di alfabetizzazione strutturato, i corsi possono essere progettati su misura sui reali fabbisogni e, in molti casi, finanziati attraverso i fondi disponibili, riducendo o azzerando il costo a carico dell'impresa. Ogni corso rilascia una certificazione digitale Open Badge, utile anche come evidenza formativa da conservare nel registro interno. Se vuoi capire da dove partire, ti basta contattarci per una valutazione della situazione della tua azienda.

Trattandosi di una materia in rapida evoluzione, le informazioni di questo articolo hanno scopo divulgativo e non sostituiscono una valutazione legale sulla specifica situazione aziendale.

Approfondimenti:

27/7/2026

Come scrivere un CV che superi i filtri automatici (e convinca chi lo legge)

Ci risiamo. Hai inviato 20 candidature e non hai ricevuto nemmeno una risposta. Nessun colloquio, nessun riscontro, spesso nemmeno una mail di cortesia. È una delle esperienze più frustranti per chi cerca lavoro, e la spiegazione più comune "evidentemente non ero all'altezza". quasi mai è quella giusta.

La verità è che, nella maggior parte dei casi, il tuo curriculum non è neanche stato letto da una persona. O meglio: prima di arrivare sulla scrivania di qualcuno è passato attraverso un sistema informatico che lo ha ordinato, classificato e, in qualche caso, messo in fondo alla pila. Sapere come funziona quel passaggio non è un trucco per aggirare la selezione: è semplicemente il modo per non farsi scartare per motivi che nulla hanno a che vedere con le tue capacità.

Ma quindi come vengono letti e selezionati i curriculum? Scopriamo cosa cerca davvero un sistema automatico (nelle aziende che lo usano), quali sono gli errori che ti penalizzano prima ancora di un occhio umano e cosa fa la differenza quando il tuo profilo arriva finalmente a una persona in carne e ossa.

Come vengono smistati e letti i Curriculum una volta spediti?

Le aziende più grandi e le agenzie per il lavoro ricevono per ogni posizione decine, a volte centinaia di candidature. Per gestirle utilizzano software gestionali dedicati, spesso chiamati ATS (Applicant Tracking System): sistemi che raccolgono i curriculum, ne estraggono le informazioni principali e li organizzano in un archivio consultabile per criteri.

Negli ultimi anni questi strumenti si sono evoluti parecchio. Alle ricerche per parole chiave si è affiancato lo screening semantico, che valuta la corrispondenza tra il profilo e la posizione anche quando le parole usate non sono identiche, e che si appoggia sempre più spesso a tecnologie di intelligenza artificiale. È un ambito, va detto, che la normativa europea considera delicato: i sistemi impiegati nella selezione del personale rientrano tra quelli soggetti a maggiori tutele, proprio perché incidono su opportunità concrete delle persone.

Questo significa che dall'altra parte non c'è un meccanismo cieco che decide al posto tuo. La decisione resta umana. Il punto è un altro: la macchina stabilisce l'ordine con cui i profili vengono guardati, e nella pratica un curriculum che finisce in fondo alla lista rischia di non essere mai aperto.

Cosa cerca davvero un sistema di selezione automatico e come 'bypassarlo'

Partiamo da un principio che vale sempre: non esiste un curriculum universale valido per ogni posizione. Il documento che farai andrà necessariamente adattato all'annuncio, e non per pigrizia di chi seleziona, ma perché la corrispondenza tra profilo e ruolo è esattamente ciò che viene misurato.

Le indicazioni pratiche più utili sono tre, e sono tutte alla portata di chiunque.

Usa le parole dell'annuncio: se l'offerta per cui ti stai candidando parla di "gestione del magazzino" e tu hai scritto "logistica interna", il sistema potrebbe non cogliere la corrispondenza. Riprendere la terminologia usata nell'annuncio, ovviamente solo dove corrisponde al vero, è il modo più semplice per farsi riconoscere.

Scegli un formato leggibile: i layout molto grafici, con colonne multiple, tabelle, icone al posto delle parole o testo inserito dentro un'immagine, mettono in difficoltà i sistemi di estrazione. Un documento pulito, con sezioni chiare e titoli espliciti, viene interpretato meglio.

Sii esplicito sulle informazioni chiave: ruolo, periodo, azienda, competenze e titoli devono essere scritti in modo diretto e ordinato, senza costringere nessuno, persona o software, a dedurre.

A tal proposito, chi non sa da dove cominciare può guardare al modello Europass, il formato promosso dalla Commissione europea: non è obbligatorio né sempre il più elegante, ma ha il pregio di essere strutturato in modo chiaro e universalmente comprensibile, ed è un buon punto di partenza per capire quali informazioni non possono mancare. Utilizzare il CV Formato Europeo, o qualcosa di simile a livello di semplicità è la scelta migliore.

Gli errori che fanno scartare il CV ad un passo dal Colloquio

Alcuni scivoloni ricorrono con impressionante regolarità. Il più diffuso è inviare lo stesso curriculum a tutti: un profilo generico non corrisponde bene a nessuna posizione in particolare, e la pretesa di andare bene per ogni ruolo finisce per comunicare l'esatto contrario.

C'è poi il problema opposto, cioè la densità artificiale di parole chiave: riempire il documento di termini presi dall'annuncio nella speranza di scalare le classifiche. È una strategia che oggi non funziona più con i sistemi evoluti e che, quando il curriculum arriva a una persona, produce un'impressione pessima.

Altri errori sono più banali ma altrettanto costosi: buchi temporali non spiegati: un periodo di formazione, di cura familiare o di riqualificazione va semplicemente raccontato, non nascosto, oppure informazioni di contatto incomplete, file salvati con nomi impresentabili, elenchi infiniti di esperienze irrilevanti che seppelliscono quelle importanti. E, naturalmente, gli errori di ortografia, che restano il segnale più immediato di scarsa cura.

Quando finalmente il CV arriva a una persona reale: cosa valuterà davvero

Superato il primo filtro, cambiano le regole del gioco. Chi seleziona dedica pochissimo tempo alla prima scrematura, quindi la parte alta del documento è la più preziosa: una breve presentazione professionale, tre o quattro righe che spieghino chi sei e cosa cerchi, vale più di qualsiasi elenco.

Da lì in avanti, ciò che distingue un buon curriculum è la concretezza dei risultati. "Mi sono occupato di customer service" dice poco; "ho gestito un portafoglio di ottanta clienti riducendo i tempi medi di risposta" dice molto. Non servono numeri inventati: basta descrivere cosa facevi davvero e con quali effetti.

Vale la pena ricordare, infine, che chi legge non è una macchina neppure nel senso emotivo del termine. Sul risultato di una candidatura incidono elementi che nessun software misura: la coerenza del percorso, la chiarezza con cui ci si racconta, la capacità di trasmettere affidabilità; che poi diventano decisivi al colloquio, dove entrano in gioco anche linguaggio del corpo e comunicazione non verbale.

Le Competenze che fanno la differenza nel Curriculum

Un ultimo aspetto riguarda il contenuto, più che la forma. A parità di esperienza, oggi emergono i profili che dimostrano di essersi aggiornati: competenze digitali, familiarità con gli strumenti di intelligenza artificiale, capacità di lavorare con i dati, ma anche competenze relazionali e organizzative. Ne abbiamo parlato diffusamente nell'articolo dedicato alle competenze più richieste entro il 2030.

Attenzione a come le presenti: scrivere "buona conoscenza dell'inglese" o "ottime capacità relazionali" non convince più nessuno, perché lo scrivono tutti. Molto più efficace indicare certificazioni verificabili, corsi effettivamente frequentati con l'ente che li ha erogati, attestati digitali come gli Open Badge, che sono riconosciuti a livello internazionale e possono essere condivisi e verificati online. Sono elementi che il sistema riconosce e che la persona apprezza, perché trasformano un'affermazione in un fatto documentato.

Se senti di avere esperienza ma poche competenze certificate da mettere nero su bianco, la strada più concreta è colmare quel vuoto: in qualità di ente di formazione accreditato del gruppo W Group, Howay propone percorsi che coprono sia le competenze tecniche sia quelle trasversali, con il rilascio di attestazioni digitali spendibili proprio in fase di candidatura. Puoi esplorare il catalogo completo e scegliere l'area più vicina al tuo obiettivo professionale.

Un curriculum, in fondo, non è un elenco di ciò che hai fatto: è la prima dimostrazione di come lavori. Ordinato, mirato e onesto, supera i filtri automatici perché è pensato bene — non perché è stato costruito per ingannarli.

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