
Il Project Manager è una delle figure più ricercate dalle aziende, ma è anche fra quelle che richiedono compiti e responsabilità differenti, in quanto riceve la gestione e coordinazione di interi team di lavoro, di processi produttivi, delle risorse e di progetti in generale.
Riuscire a far combaciare tutto è spesso difficile e stressante: bisogna garantire il raggiungimento degli obiettivi aziendali, avendo cura di mantenere un team coeso e motivato, evitando di andare incontro ad un eccessivo stress da lavoro correlato, che poi sfocerebbe nel burnout lavorativo.
Howay supporta da sempre professionisti e aziende nel sviluppare competenze che rispondano alle esigenze organiche e del singolo; nel caso dei corsi di Project Management, il pacchetto formativo è stato studiato per fornire metodologie e strumenti per pianificare, gestire e monitorare progetti garantendo tempi, qualità e risultati ottimali.
Di seguito entreremo nel dettaglio dei percorsi in esso contenuti, che è possibile seguire tramite webinar online e all’interno di una programmazione personalizzata su richiesta. Ricordiamo che l’area formativa rientra nel nuovo catalogo corsi Howay per il lavoro.
Un team efficace non è mai frutto del caso: nasce da un lavoro intenzionale, curato e continuo. Il Corso Dal Gruppo al Team, disponibile sia infrasettimanale che nel weekend, guida i Project Manager in un percorso pensato per trasformare un semplice gruppo di persone in un vero team, capace di muoversi in modo coordinato, responsabile e orientato agli obiettivi.
Le attività proposte uniscono teoria, esercitazioni mirate e confronto diretto su situazioni tipiche dei progetti moderni. I partecipanti imparano a creare un clima di fiducia e collaborazione, a riconoscere i talenti di ciascuno e a distribuirli in modo strategico all’interno delle fasi di lavoro. Una parte importante del percorso è dedicata alla gestione costruttiva delle tensioni: non si parla di “evitare i conflitti”, ma di saperli leggere, incanalare e trasformare in nuove possibilità operative.
Il corso offre inoltre strumenti pratici per dare feedback chiari e continui, e per modulare la propria leadership in team ibridi e multidisciplinari, mantenendo allineamento e motivazione anche a distanza.
La chiusura è dedicata al ruolo del Project Manager come leader consapevole: qualcuno che unisce visione e operatività, stimolando le persone a portare un contributo autentico e di qualità.
Questa nuova edizione del corso nasce come percorso di addestramento completo per usare Microsoft Office Project® in modo professionale, all’interno di contesti aziendali strutturati. Non è una semplice panoramica dello strumento: i contenuti seguono l’impostazione dei programmi suggeriti da Microsoft e si integrano con il percorso avanzato di Project Management, così da fornire una visione completa del software e del suo potenziale.
L’apprendimento è fortemente pratico: ogni partecipante lavora allo sviluppo di un progetto reale che diventa il filo conduttore del corso. Attraverso questo caso di studio si esplorano tutte le funzionalità principali del software, dalla creazione della WBS all’inserimento del reticolo logico, fino alla gestione delle risorse e all’analisi dei carichi. Vengono affrontati anche temi legati alla condivisione delle informazioni, alla strutturazione dei dati e alle visualizzazioni utili per report, controlli di avanzamento e comunicazione con il team.
Il corso non tratta gli aspetti dell’EPM e di Project Server, mantenendo il focus sulle competenze essenziali per gestire in autonomia progetti completi, monitorarne l’andamento e aggiornarne i piani in modo rigoroso.
Un percorso ideale per chi vuole utilizzare Microsoft Project con padronanza, precisione e metodo operativo.
La gestione del contratto è uno dei pilastri più delicati e importanti di ogni progetto: quando è affrontata con metodo, permette di prevenire incomprensioni, evitare costi imprevisti e tutelare sia l’azienda che il cliente. Il Corso di Contract e Claim Management offre ai Project Manager una visione chiara, pratica e completa di tutto ciò che riguarda la contrattualistica, dalla fase di negoziazione fino all’amministrazione durante l’esecuzione. L’obiettivo è sviluppare un approccio strutturato che riduca il rischio di errori, fraintendimenti e contenziosi.
I partecipanti esplorano le differenze tra i sistemi giuridici più diffusi, imparano a leggere correttamente termini e condizioni, e comprendono quali responsabilità spettano ai diversi ruoli coinvolti. Un’attenzione specifica è dedicata agli elementi critici che spesso generano claim: ritardi, modifiche non pianificate, extra-costi e carenze documentali.
Il corso fornisce strumenti per analizzare in modo rigoroso la baseline del progetto, individuare le tipologie di ritardo, stimare gli impatti economici e costruire una documentazione solida per eventuali perizie tecniche. Vengono affrontate anche le modalità di risoluzione delle dispute, dalla mediazione all’arbitrato.
Un percorso fondamentale per chi vuole gestire contratti e claim con consapevolezza, rigore e capacità decisionale.
Ogni progetto contiene variabili incerte e la capacità di gestirle determina in larga parte il suo esito. Da qui nasce l’idea di rinnovare il corso dedicato al Risk Management, che fornisce ai Project Manager un quadro completo di come identificare, valutare e monitorare i rischi lungo l’intero ciclo di vita del progetto. L’obiettivo non è solo “controllare le criticità”, ma imparare a leggere il rischio come componente naturale della progettualità, da governare con metodo e consapevolezza.
Durante il percorso, i partecipanti approfondiscono ruoli, responsabilità e metriche utilizzate per misurare probabilità e impatto, distinguendo tra analisi qualitativa e quantitativa. Vengono introdotte tecniche per classificare i rischi, costruire riserve adeguate e scegliere le strategie di risposta più efficaci, sia per mitigare minacce che per cogliere opportunità.
Un focus importante è dedicato alla documentazione: dal registro dei rischi al database aziendale, strumenti indispensabili per un monitoraggio continuo e trasparente. Il corso mostra anche come integrare la gestione dei rischi con pianificazione, controllo tempi-costi, contratti e approvvigionamenti, così da creare un processo davvero coordinato.
Un percorso indispensabile per chi vuole prendere decisioni più solide, prevenire criticità e guidare progetti con maggiore sicurezza operativa.
Il corso avanzato di Project Management è pensato per chi vive la gestione dei progetti in tutta la sua complessità e vuole padroneggiarne ogni aspetto con sicurezza. Si tratta di un percorso impegnativo, costruito per accompagnare i Project Manager verso una visione completa e matura del ruolo, soprattutto quando si parla di iniziative articolate, con obiettivi sfidanti, molteplici stakeholder e un controllo accurato di tempi e costi.
Il programma approfondisce i principi fondamentali del Project Management e introduce le principali strutture gerarchiche utili alla pianificazione: WBS, CWBS, ABS, PBS, RBS e tutte le correlazioni che permettono di tenere insieme responsabilità, attività e budget. Si esplorano poi le tecniche più diffuse per programmare le attività, dai metodi reticolari CPM, MPM e PERT fino alle rappresentazioni grafiche più utili per monitorare lo stato del lavoro.
Uno spazio importante è dedicato al controllo: dalla definizione della Baseline alla gestione dell’avanzamento, dalle analisi dei costi alla tecnica dell’Earned Value, fino alle proiezioni a finire. Il corso affronta anche la gestione delle varianti, la relazione con committenti e fornitori, oltre a elementi di rischio e qualità.
Un percorso completo, perfetto per chi vuole operare con metodo e visione sistemica, avendo già delle basi sull’argomento. In alternativa, puoi decidere di seguire il prossimo percorso formativo, ottimo come punto di partenza sul Management.
Il Corso di Fondamenti di Project Management, a differenza del precedente, introduce i concetti essenziali in modo pratico, semplice e immediatamente applicabile. È ideale per chi inizia a coordinare progetti, ma anche per chi desidera acquisire un linguaggio condiviso e una struttura di lavoro più chiara. L’obiettivo è fornire le basi per organizzare attività, tempi e responsabilità con maggiore consapevolezza, così da migliorare la gestione degli obiettivi quotidiani.
Durante il percorso vengono spiegati i concetti chiave dell’ambiente di progetto, del ciclo gestionale e delle tecniche fondamentali per pianificazione, programmazione e controllo. I partecipanti imparano a costruire una lista ordinata delle attività tramite la WBS, a distribuire correttamente i compiti e a determinare scadenze, impegno e durata delle attività. Il corso mostra come sequenziare il lavoro, valutare carichi e aggiornare il piano in modo sostenibile.
L’approccio è concreto e orientato alla pratica quotidiana: l’obiettivo è aiutare chi lavora in azienda a diventare più strutturato, ridurre dispersioni, comprendere i limiti delle diverse tecniche e saper scegliere quella più adatta.
Un’introduzione solida, perfetta per portare metodo e chiarezza anche nei progetti più semplici.
Il tempo è una risorsa limitata e spesso la sensazione di non averne abbastanza nasce più dal modo in cui lo gestiamo che dalla reale quantità disponibile. Il Corso dedicato al Lavoro per Obiettivi e Time Management aiuta i partecipanti a sviluppare un mindset nuovo, capace di trasformare la pianificazione quotidiana in un alleato invece che in un peso. L’obiettivo è imparare ad organizzare se stessi prima ancora della propria agenda, distinguere ciò che è prioritario da ciò che è urgente e acquisire abitudini più funzionali.
Durante il percorso si affrontano i principi che permettono di valutare come percepiamo il tempo e come lo utilizziamo. Si lavora con strumenti pratici come la matrice di Eisenhower, gli obiettivi SMART, la pianificazione giornaliera e le strategie per ridurre interruzioni e dispersioni. Un’attenzione particolare viene dedicata alla procrastinazione, con tecniche pratiche come il metodo del pomodoro, il time boxing e la costruzione di micro-abitudini.
Il corso accompagna i partecipanti anche nella revisione delle proprie routine e nell’adozione di comportamenti più sostenibili, riducendo stress e ansia legati ai continui cambiamenti del contesto lavorativo.
Un modulo essenziale per chi vuole ottenere risultati migliori con maggiore serenità e intenzionalità.
Approfondimenti:

Quanti di noi si sono trovati almeno una volta ad arrivare a sera dopo una giornata frenetica, con la sensazione di aver lavorato tantissimo ma di non aver portato a termine nulla di davvero importante? Email a cui rispondere, messaggi in chat, una riunione dopo l'altra, una notifica ogni pochi minuti: il tempo passa, ma le attività che richiedono attenzione vera restano lì, rimandate al giorno dopo.
È una condizione così diffusa da sembrare normale. Eppure, proprio mentre le attività che richiedono concentrazione diventano sempre più preziose, la capacità di dedicarsi a lungo a un solo compito si fa sempre più rara. È il punto di partenza di un concetto che negli ultimi anni ha avuto grande diffusione: il deep work, o lavoro profondo.
In questo articolo vediamo cos'è il deep work e da dove nasce, perché il multitasking ci rende meno efficaci, quali sono le regole principali del metodo e, soprattutto, come applicarlo concretamente in ufficio.
L'espressione deep work è stata resa popolare da Cal Newport, professore di informatica alla Georgetown University, nel libro Deep Work, pubblicato in Italia da ROI Edizioni con il titolo Deep work: Quattro regole per ritrovare il focus sulle attività davvero importanti.
Newport definisce il deep work come un lavoro svolto in uno stato di concentrazione totale e priva di distrazioni, che porta le proprie capacità cognitive al limite. È il tipo di attività che crea più valore e che è più difficile da replicare: analizzare un problema complesso, scrivere un documento importante, progettare una soluzione, imparare una competenza nuova.
All'estremo opposto c'è lo shallow work, il lavoro superficiale: attività di tipo logistico o ripetitivo, che si possono svolgere anche da distratti, come rispondere alle email, aggiornare un file o partecipare a una riunione poco utile. Sono attività necessarie, ma producono poco valore e, soprattutto, tendono a occupare tutto lo spazio disponibile se non vengono contenute.
La tesi di Newport è semplice: in un'economia sempre più basata sulla conoscenza, la capacità di lavorare in profondità sta diventando allo stesso tempo più rara e più preziosa. Chi la coltiva ha un vantaggio concreto, in termini di qualità del lavoro e di soddisfazione personale.
Molti di noi sono convinti di saper fare più cose contemporaneamente. In realtà, quando pensiamo di fare multitasking, il nostro cervello sta passando rapidamente da un'attività all'altra, e ogni passaggio ha un costo.
Quando interrompiamo un compito per rispondere a un messaggio, una parte della nostra attenzione resta agganciata a ciò che stavamo facendo, e riprendere il filo richiede tempo ed energia. Le ricerche condotte da Gloria Mark, docente all'Università della California a Irvine, sul lavoro d'ufficio hanno mostrato quanto le interruzioni frammentino la giornata e quanto possa essere lungo, a volte molti minuti, il tempo necessario per tornare pienamente concentrati sull'attività interrotta.
Il risultato è un paradosso: più ci sforziamo di essere reattivi su tutto, meno riusciamo a portare avanti ciò che conta. A questo si aggiunge un effetto meno visibile, ma importante: il continuo passaggio da uno stimolo all'altro aumenta la stanchezza mentale. È un tema che abbiamo visto anche raccontando il Wellbeing Happiness Forum 2026, dove si è parlato di come spesso non manchi il tempo, ma l'energia cognitiva per usarlo bene.
Nel suo libro, Newport propone quattro regole per coltivare la capacità di concentrazione profonda. Le riassumiamo con parole nostre.
La prima è lavorare in profondità: non aspettare che la concentrazione arrivi da sola, ma costruire abitudini e rituali che la favoriscano, scegliendo momenti, luoghi e modalità precise da dedicare al lavoro profondo.
La seconda è abituarsi alla noia. Se ogni pausa, ogni attesa, ogni momento vuoto viene riempito con lo smartphone, il cervello si abitua a ricevere stimoli continui e perde la capacità di restare concentrato quando serve. Allenare la tolleranza alla noia significa, in sostanza, allenare l'attenzione.
La terza riguarda l'uso consapevole degli strumenti digitali, a partire dai social network: non si tratta di eliminarli a priori, ma di valutare con onestà quali offrano un beneficio reale e quali sottraggano solo tempo e attenzione.
La quarta è limitare il lavoro superficiale: dare un confine alle attività di basso valore, pianificando la giornata in modo da proteggere il tempo dedicato a ciò che conta davvero.
Applicare il deep work in un contesto aziendale non significa chiudersi in una stanza per otto ore. Significa, più semplicemente, creare le condizioni perché alcune ore della settimana siano dedicate al lavoro che richiede concentrazione. Alcune pratiche aiutano a farlo:
Pianificare slot di concentrazione: bloccare in agenda una o due finestre di tempo, idealmente nelle ore in cui si è più lucidi, da dedicare a un solo compito importante, trattandole come un appuntamento da rispettare.
Gestire notifiche ed email: silenziare le notifiche durante gli slot di concentrazione e controllare la posta in momenti stabiliti, invece che in modo continuo.
Usare micro-rituali di avvio: un piccolo gesto ripetuto, come preparare la scrivania, chiudere le schede inutili o definire l'obiettivo della sessione, aiuta il cervello a entrare più rapidamente nella concentrazione.
C'è poi un aspetto spesso trascurato: anche l'ambiente, fisico e digitale, deve essere alleato della concentrazione. Uno spazio di lavoro ordinato, la possibilità di isolarsi quando serve, un desktop senza decine di finestre aperte fanno più differenza di quanto si pensi.
Infine, conta la capacità di riconoscere i propri ladri di attenzione: quelle interruzioni, interne o esterne, che ricorrono ogni giorno e che, una volta individuate, possono essere ridotte.
Il deep work non è solo una questione individuale. Se in un'organizzazione ci si aspetta che tutti rispondano subito a ogni messaggio, nessuno potrà davvero concentrarsi, per quanto disciplinato sia.
Per questo il ruolo di chi guida i team è decisivo. Alcune scelte organizzative possono fare una grande differenza: concordare con il gruppo fasce orarie senza riunioni, chiarire quali comunicazioni sono davvero urgenti e quali possono attendere, ridurre le riunioni a quelle realmente necessarie, rispettare il tempo di concentrazione dei collaboratori come si rispetta un appuntamento. Sono gli stessi principi che stanno alla base del diritto alla disconnessione: proteggere l'attenzione delle persone, dentro e fuori l'orario di lavoro.
In altre parole, un'azienda che rende possibile il lavoro profondo non è un'azienda in cui si lavora di più, ma una in cui si lavora meglio, con meno stress e più risultati sulle attività che contano.
Per trasformare questi principi in abitudini concrete, il catalogo Level Up 2027 comprende il corso Mind Reset: dal multitasking al Deep Work, nell'area Personal Development.
Il percorso, della durata di sei ore, è in programma nell'estate del 2027 e accompagna i partecipanti dal sovraccarico al controllo. Si parte dalla verità sul multitasking, per capire i limiti cognitivi e individuare i propri ladri di attenzione, e si passa poi alla gestione delle priorità, dall'urgenza all'importanza, con la progettazione di slot dedicati alla concentrazione. Il cuore del corso è dedicato al deep work, con tecniche e micro-rituali per coltivare l'attenzione profonda, e alla creazione di un ambiente digitale e fisico che favorisca il focus. Il percorso si chiude con un piano personale per portare i cambiamenti nella pratica quotidiana.
Come tutti i corsi del catalogo, è erogato online in formato interaziendale e si conclude con un attestato di partecipazione e un Open Badge digitale. Per chi preferisce un approccio ancora più flessibile, anche la formazione in pillole di microlearning può aiutare a imparare senza sottrarre lunghi blocchi di tempo alla giornata. Le aziende interessate possono muoversi fin da ora: in qualità di ente di formazione accreditato del gruppo W Group, Howay può progettare un percorso su misura per i tuoi team e verificare la possibilità di finanziarlo attraverso i fondi interprofessionali. Per capire da dove partire, puoi richiedere una consulenza.
Perché la concentrazione non è un talento che si ha o non si ha: è una capacità che si può allenare, e che oggi vale più che mai.
Approfondimenti:

Quante volte, al lavoro, hai preferito non dire nulla piuttosto che ammettere di aver commesso un errore? Oppure hai rimandato una decisione, ricontrollato tre volte un documento già corretto, evitato di proporre un'idea per il timore che non funzionasse? Sono reazioni molto più diffuse di quanto si pensi, e hanno una radice comune: la paura di sbagliare.
Quando questa paura diventa la norma, un'organizzazione rischia di scivolare in quella che possiamo chiamare una cultura dell'errore: un clima in cui ogni sbaglio viene vissuto come una colpa da nascondere, da attribuire a qualcun altro o da punire. È un clima che nessuno sceglie in modo consapevole, ma che si costruisce giorno dopo giorno, attraverso le reazioni dei responsabili, i silenzi nelle riunioni e le cose che non si dicono.
In questo articolo vediamo da dove nasce la paura di sbagliare, come si riconosce una cultura dell'errore, quali danni produce e cosa possono fare persone e organizzazioni per evitarla, trasformando gli sbagli in occasioni di apprendimento.
La paura dell'errore ha radici profonde. Fin dalla scuola siamo abituati a un sistema in cui lo sbaglio viene sottolineato in rosso e tradotto in un voto più basso: impariamo presto ad associare l'errore a una perdita, di valore o di considerazione. Al lavoro questa associazione si rafforza, perché in gioco ci sono la reputazione professionale, la fiducia dei colleghi e, a volte, la sicurezza del proprio ruolo.
Su questa base si innesta spesso un meccanismo psicologico ben preciso: la paura del fallimento, che porta a confondere ciò che si fa con ciò che si è. Se sbaglio un'attività, il pensiero diventa "sono inadeguato". Da qui nasce un vero e proprio circolo di autosabotaggio: per evitare di sbagliare si rimanda, si evitano le sfide, si sceglie la strada più prudente anche quando non è la migliore. E proprio questo comportamento, nel tempo, limita la crescita e aumenta le probabilità di commettere errori più gravi.
Non a caso la paura di sbagliare si intreccia spesso con altre forme di pressione legate al lavoro, come lo stress da lavoro correlato o il timore di non essere più all'altezza, di cui abbiamo parlato approfondendo la paura di diventare obsoleti.
Una cultura dell'errore raramente è dichiarata. Si riconosce dai comportamenti quotidiani, e alcuni segnali sono piuttosto chiari.
Il primo è la ricerca del colpevole: quando qualcosa va storto, la prima domanda è "chi è stato?" e non "cosa è successo?". Il secondo è il silenzio: nelle riunioni nessuno solleva dubbi, le domande sono poche e i problemi emergono solo quando è ormai impossibile ignorarli. Il terzo è la prudenza eccessiva: le persone si limitano a fare il minimo indispensabile, evitano iniziative e chiedono conferme continue prima di prendere qualsiasi decisione.
A questi si aggiunge un segnale più sottile, che riguarda chi guida: responsabili che non ammettono mai un proprio errore e che reagiscono agli sbagli dei collaboratori con rimproveri pubblici o con un'improvvisa perdita di fiducia. È soprattutto da questi comportamenti che le persone imparano cosa è sicuro fare e cosa no.
Quando sbagliare non è ammesso, gli errori non spariscono: diventano semplicemente invisibili. Le persone tendono a coprirli, a correggerli in silenzio o a segnalarli quando ormai è troppo tardi per intervenire. Il risultato è che piccoli problemi, che avrebbero potuto essere risolti con poco, crescono fino a diventare costosi.
C'è poi un secondo effetto, meno evidente ma altrettanto dannoso: l'immobilismo. In un ambiente in cui ogni errore viene sanzionato, nessuno ha interesse a sperimentare, proporre soluzioni nuove o prendersi una responsabilità in più. L'innovazione rallenta, perché innovare significa per definizione provare qualcosa che potrebbe non funzionare.
Infine, si deteriora la fiducia. Se ammettere un errore significa esporsi a critiche o conseguenze, le persone smettono di parlarsi apertamente. In sostanza, un'organizzazione che non tollera l'errore finisce per sapere sempre meno di ciò che accade al suo interno.
Può sembrare un paradosso, ma gli esempi più utili arrivano proprio dai settori in cui sbagliare ha le conseguenze più gravi. Nell'aviazione civile, per esempio, da decenni si promuove la segnalazione volontaria di errori e situazioni di rischio, anche quando non hanno prodotto conseguenze. L'idea è semplice: ogni errore segnalato è un'informazione preziosa per migliorare procedure e formazione, e punire chi lo segnala significherebbe perdere quell'informazione. È lo stesso principio che si sta diffondendo in sanità e in molti settori ad alto rischio.
Queste organizzazioni non sono indulgenti: mantengono standard elevatissimi. Semplicemente, spostano l'attenzione dalla ricerca del colpevole alla ricerca della causa. Alla base c'è quella che la ricerca organizzativa chiama sicurezza psicologica: la convinzione condivisa, all'interno di un gruppo, di poter esprimere dubbi, porre domande e ammettere errori senza essere umiliati o penalizzati. I team in cui questa condizione è presente tendono a imparare di più e a risolvere i problemi prima, proprio perché li fanno emergere prima.
Evitare una cultura dell'errore richiede un lavoro su due livelli: quello individuale e quello organizzativo.
Sul piano individuale, il primo passo è un cambiamento di mentalità: considerare l'errore come una parte inevitabile e utile di qualsiasi processo di apprendimento, invece che come una prova di inadeguatezza. Aiutano alcune pratiche concrete:
Separare l'errore dalla persona: chiedersi "cosa è andato storto?" invece di "cosa ho sbagliato io?" permette di analizzare la situazione con più lucidità.
Usare il problem solving: affrontare lo sbaglio come un problema da risolvere, individuando cause, alternative e azioni correttive.
Gestire lo stress: riconoscere i segnali di tensione e lavorare su di essi, perché l'ansia da prestazione è spesso essa stessa una causa di errori.
Sul piano organizzativo, conta soprattutto l'esempio di chi guida. Un responsabile che ammette apertamente i propri errori e racconta cosa ne ha imparato manda un messaggio più forte di qualsiasi policy. Allo stesso modo, prevedere momenti strutturati in cui analizzare insieme ciò che non ha funzionato, senza cercare colpevoli, aiuta a rendere normale ciò che prima veniva nascosto.
La relazione di fiducia tra le persone è ciò che distingue un ambiente in cui gli errori si nascondono da uno in cui si condividono. Conta il modo in cui ci si scambiano i riscontri, l'attenzione ai segnali deboli che anticipano un problema, il modo in cui vengono percepite le persone che si espongono.
Il feedback costruttivo è lo strumento principale per tenere insieme tutto questo. Dare un riscontro su un errore senza trasformarlo in un giudizio sulla persona, concentrandosi sui comportamenti e sulle azioni future, è una competenza che si può allenare. Lo stesso vale per la capacità di ricevere critiche senza viverle come un attacco. È un tema che tocca da vicino anche la gestione dei team in cui convivono generazioni diverse, come abbiamo visto parlando di Gen Z al lavoro: i più giovani si aspettano riscontri frequenti, e un ambiente in cui l'errore si può discutere apertamente è anche un ambiente in cui imparano più in fretta.
Per lavorare su questi temi, il catalogo Level Up 2027 comprende il corso E se sbagliassi... Gestione intelligente degli errori, nell'area Personal Development.
Il percorso, della durata di dodici ore, è in programma nella primavera del 2027 e si rivolge a professionisti, manager ed educatori. Si parte dalla paura dell'errore, analizzandone le cause psicologiche, le conseguenze e il ciclo dell'autosabotaggio, per poi lavorare sulle tecniche che aiutano a trasformarne la percezione, sugli strumenti pratici per gestirla, come il problem solving e la gestione dello stress, e sul feedback costruttivo, per imparare a dare e ricevere critiche in modo utile. Ampio spazio è dedicato anche a ciò che si può imparare dalle organizzazioni che "non possono permettersi errori" e al ruolo della fiducia tra le persone.
Come tutti i corsi del catalogo, è erogato online in formato interaziendale e si conclude con un attestato di partecipazione e un Open Badge digitale. Le aziende interessate possono muoversi fin da ora: in qualità di ente di formazione accreditato del gruppo W Group, Howay può progettare un percorso su misura per i tuoi team e verificare la possibilità di finanziarlo attraverso i fondi interprofessionali. Se vuoi capire da dove partire, puoi contattarci.
Perché un errore, se trattato nel modo giusto, smette di essere una colpa da nascondere e diventa uno dei modi più efficaci per crescere.
Approfondimenti:

Quando un grande committente chiede ai propri fornitori di rispettare un codice di condotta, l'obbligo arriva quasi sempre accompagnato da un compito molto concreto: far conoscere quelle regole a tutte le persone che lavorano in azienda, dimostrarlo in caso di verifica e ripetere l'operazione ogni volta che entra qualcuno di nuovo. È un lavoro che, se gestito con strumenti tradizionali, può assorbire tempo e risorse in modo sproporzionato.
È esattamente la situazione da cui è partita la collaborazione tra Howay e Toppazzini SpA, azienda di San Daniele del Friuli, in provincia di Udine, con circa 200 dipendenti e fornitrice di un importante brand internazionale dell'arredamento. Una storia che racconta come la formazione digitale possa trasformare un obbligo richiesto da un cliente in uno strumento organizzativo semplice da gestire, tracciabile e, in questo caso, anche finanziato.
Nei prossimi paragrafi vediamo da dove è nato il progetto, come è stato costruito il percorso, come è stato finanziato e quali risultati ha portato.
Sempre più spesso i grandi gruppi internazionali chiedono ai propri fornitori di aderire a un codice di condotta: un insieme di requisiti in materia di etica, salute e sicurezza sul lavoro, tutela dell'ambiente e responsabilità sociale, il cui rispetto è una condizione per lavorare all'interno della filiera.
Per un'azienda fornitrice, conformarsi a questi standard non significa soltanto adeguare processi e procedure: significa anche assicurarsi che tutto il personale conosca i requisiti, e poterlo documentare in occasione delle verifiche del cliente. Ed è proprio qui che, per Toppazzini, si concentrava la difficoltà maggiore.
Prima dell'intervento di Howay, la formazione sul codice di condotta del committente era gestita prevalentemente attraverso documentazione cartacea: un processo che richiedeva diverse ore e un carico amministrativo importante, tra materiali da distribuire, firme da raccogliere e archivi da mantenere aggiornati.
A complicare il quadro c’era una dinamica che oggi riguarda gran parte del mercato del lavoro: il ricambio frequente di personale. Come molte imprese manifatturiere, l’azienda accoglie nuovi ingressi ogni mese, tra dipendenti diretti e lavoratori in somministrazione, e per ciascuno la formazione doveva essere ripetuta da capo. In sostanza, un’attività che avrebbe dovuto essere ordinaria finiva per diventare un’incombenza continua.
L'esigenza era chiara: digitalizzare e snellire il processo, rendendo la formazione più semplice da erogare, da monitorare e da documentare.
La collaborazione non è nata dalla proposta di un corso già pronto. Toppazzini è un cliente storico di MAW, l'agenzia per il lavoro del gruppo W Group, con un rapporto attivo da circa dieci anni, e nel 2023 Howay ha incontrato l'azienda senza una richiesta formativa precisa: l'obiettivo era conoscerla meglio e capire dove si potesse dare un contributo concreto.
È stato durante il confronto con il titolare che è emersa, tra le altre, la necessità di rendere più efficiente la formazione richiesta dal committente. Da quell'attività di ascolto è nata l'idea di un percorso e-learning personalizzato, costruito intorno al problema reale dell'azienda e non adattando un prodotto standard.
Il primo passaggio è stato lavorare sui contenuti. I requisiti del codice di condotta andavano rispettati integralmente, quindi non si trattava di scegliere liberamente cosa insegnare, ma di trasformare una documentazione tecnica e normativa in un percorso comprensibile e accessibile.
Il secondo elemento decisivo è stato il pubblico. Il corso doveva essere seguito sia dagli impiegati sia dagli operai, con livelli molto diversi di familiarità con gli strumenti digitali e, in alcuni casi, con una conoscenza limitata della lingua italiana. Per questo sono state sviluppate due versioni distinte del percorso, ciascuna calibrata sui propri destinatari, con grande attenzione alla semplicità d'uso e alla chiarezza dei contenuti.
Il corso è stato prima condiviso con l'azienda in una versione dimostrativa, poi rifinito sulla base delle osservazioni ricevute. Una volta definito, è stato erogato all'intera popolazione aziendale, circa 200 persone, per allineare tutti sui requisiti, ed è poi diventato lo strumento ordinario per la formazione dei nuovi assunti.
È uno degli aspetti più interessanti della storia. Howay si è proposta di verificare la posizione dell’azienda presso Fondimpresa e, con la piena disponibilità di Toppazzini, ha analizzato lo stato dei crediti, la consistenza degli accantonamenti e la loro fruibilità.
Dall’analisi è emerso che l’azienda disponeva di congrue risorse accantonate e immediatamente fruibili. Un’opportunità che l’azienda ha colto e che ha permesso di finanziare le attività formative senza sostenerne direttamente i costi.
Da quel momento la collaborazione si è strutturata attraverso la presentazione di un piano formativo finanziato ogni anno. Howay stima, anche sulla base dell’andamento degli anni precedenti, il numero di utenze necessarie per la nuova formazione dedicata e le inserisce nella programmazione insieme alle altre attività formative. È un esempio concreto di come i fondi interprofessionali possano sostenere nel tempo la formazione continua, anche in presenza del turnover che l’attuale situazione del mercato del lavoro impone.
Il corso è oggi parte integrante del processo di inserimento dei nuovi assunti. Per ogni nuovo ingresso, l'azienda chiede a Howay di attivare il percorso; la persona riceve un link per accedere alla piattaforma e ha a disposizione, in genere, trenta giorni per completarlo.
Il supporto di Howay non si ferma all'attivazione. Ogni settimana l'azienda riceve un report con lo stato di avanzamento di ciascun partecipante, così da sapere chi ha concluso il percorso, chi deve ancora completarlo e quando è necessario un sollecito. Al termine viene rilasciato un attestato, che Howay trasmette anche direttamente all'azienda: una documentazione ordinata e tracciabile, particolarmente utile in occasione delle verifiche e degli audit del committente.
Nelle prime fasi non sono mancate alcune difficoltà pratiche, come la scarsa familiarità di alcune persone con gli strumenti informatici o le email di accesso finite nella cartella dello spam. Sono state risolte lavorando insieme alla referente aziendale: le comunicazioni vengono ora inviate a lei, che le trasmette ai colleghi, ed è stata preparata una breve guida con le istruzioni essenziali per accedere e completare il corso.
Il risultato principale, confermato dall'azienda, è stato un significativo snellimento della procedura formativa. Più nel dettaglio, la soluzione ha permesso di:
C’è poi un ulteriore sviluppo. Con il tempo la collaborazione si è estesa anche a percorsi di inglese e di Excel, che hanno ottenuto un ottimo riscontro dai partecipanti. Da un’esigenza specifica è nata così una relazione continuativa, che oggi accompagna l’azienda nella crescita delle competenze delle proprie persone a tutto tondo.
La struttura del percorso può essere adattata ad altre aziende che lavorano all'interno della stessa filiera, intervenendo sugli elementi di personalizzazione di ciascuna realtà. Più in generale, il principio progettuale vale per tutte le imprese che devono garantire il rispetto di standard specifici richiesti da un committente, da un ente certificatore o da una normativa di settore: raccogliere la documentazione di riferimento, rielaborarla in contenuti digitali chiari e costruire un percorso facile da seguire e da monitorare. Naturalmente, ogni caso va valutato nelle sue specificità.
Il caso Toppazzini racconta molto più della realizzazione di un corso e-learning. Racconta un metodo: partire dall'ascolto, individuare un processo da migliorare e costruire una soluzione che unisce consulenza, progettazione formativa, digitalizzazione, finanziamenti e supporto operativo nel tempo. Senza perdere di vista le persone che quel percorso dovranno seguirlo davvero.
In qualità di ente di formazione accreditato del gruppo W Group, Howay progetta percorsi su misura per le esigenze specifiche di ogni azienda e verifica, insieme all'impresa, le possibilità di finanziarli attraverso i fondi interprofessionali. Se anche la tua azienda deve formare il personale su uno standard, un codice di condotta o una procedura richiesta da un cliente e vuoi capire come semplificare il processo, puoi richiedere una consulenza.
Perché un obbligo, se affrontato con il metodo giusto, può diventare uno strumento che rende l'organizzazione più semplice da gestire.
Approfondimenti:

Potresti essere un responsabile di reparto con vent'anni di esperienza alle spalle, che fatica a capire perché il nuovo collega chieda un riscontro dopo ogni consegna. Oppure un giovane appena entrato in azienda, che non si spiega perché certe decisioni debbano passare sempre dagli stessi tre livelli di approvazione. O ancora un HR manager che deve far funzionare insieme entrambi, possibilmente senza che nessuno si senta fuori posto.
Sono situazioni sempre più comuni, perché oggi in molte organizzazioni lavorano fianco a fianco persone nate a distanza di trenta o quarant'anni, con esperienze, linguaggi e aspettative molto diverse. Al centro dell'attenzione c'è soprattutto la Generazione Z, i nati tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Dieci, che sta entrando nel mondo del lavoro e, in alcuni casi, sta già assumendo i primi ruoli di responsabilità.
In questo articolo vediamo cosa cerca davvero la Gen Z nel lavoro, perché tra generazioni nascono incomprensioni, cosa succede quando il responsabile è più giovane del suo team e come si guida, in concreto, un gruppo multigenerazionale.
Nelle organizzazioni di oggi convivono fino a quattro generazioni: i Baby Boomer, nati tra il dopoguerra e la metà degli anni Sessanta; la Generazione X, cresciuta a cavallo tra il mondo analogico e quello digitale; i Millennial, entrati nel lavoro con la diffusione di internet; e infine la Generazione Z, la prima composta da nativi digitali in senso pieno.
Ogni generazione porta con sé l'impronta del contesto in cui è cresciuta: il modo di intendere la carriera, il rapporto con la gerarchia, l'equilibrio tra vita privata e lavoro. Sono tendenze utili per capire certi comportamenti, ma con un limite importante: descrivono gruppi, non persone. Il rischio più grande, nella gestione di un team multigenerazionale, è proprio quello di trasformare queste tendenze in etichette, e di trattare ciascuno in base all'anno di nascita invece che per ciò che è e sa fare.
Il primo elemento è il senso di ciò che si fa. Secondo la Gen Z and Millennial Survey 2025 di Deloitte, condotta su oltre 23.000 giovani in 44 Paesi, l'89% della Gen Z considera importante avere uno scopo nel proprio lavoro per la soddisfazione e il benessere personale. Non si tratta necessariamente di grandi ideali: per qualcuno lo scopo è contribuire alla società, per altri imparare qualcosa di utile o garantire stabilità alla propria famiglia. Ma senza un "perché", la motivazione cala in fretta.
Il secondo elemento è la crescita. La stessa ricerca mostra che metà della Gen Z vorrebbe che il proprio responsabile fosse anche un mentore, capace di insegnare e accompagnare, ma solo poco più di un giovane su tre dichiara che questo accade davvero. È uno scarto che dice molto: i giovani chiedono guida, e spesso non la trovano.
C'è poi un dato che smentisce un luogo comune: solo il 6% della Gen Z indica il raggiungimento di una posizione di vertice come principale obiettivo di carriera. Non è mancanza di ambizione, ma un'idea diversa di successo, più legata all'apprendimento, all'equilibrio e alla possibilità di sperimentarsi in ruoli diversi che alla salita gerarchica. A questo si aggiungono un'attenzione forte al benessere psicologico e l'abitudine a un riscontro frequente, più vicino a una conversazione continua che alla valutazione di fine anno.
Le incomprensioni raramente nascono da valori opposti. Più spesso nascono da linguaggi e abitudini diverse.
Il primo terreno di scontro è la comunicazione. C'è chi preferisce l'email dettagliata o la riunione di persona, e chi è abituato al messaggio rapido in chat o a un breve vocale. Nessuno dei due modi è sbagliato, ma se non ci si accorda sui canali da usare per ciascun tipo di informazione, il rischio è che un messaggio arrivi in modo frainteso o non arrivi affatto.
Il secondo riguarda l'idea di carriera. Per molti professionisti senior crescere significa salire di ruolo in ruolo; per molti giovani significa ampliare le proprie esperienze, anche in orizzontale. Chi vede la carriera come una scala può leggere la mobilità come instabilità; chi la vede come un percorso può leggere la gerarchia come un ostacolo.
Il terzo, il più insidioso, sono gli stereotipi, che funzionano in entrambe le direzioni: i giovani "che non hanno voglia di fare la gavetta", i senior "che non sanno usare la tecnologia". È un tema emerso con forza anche al Business Leaders Summit 2026, dove è stato sottolineato come capacità come il pensiero critico e l'interpretazione dei dati siano spesso più sviluppate nei professionisti con più esperienza, mentre i giovani rischiano di perdere proprio quelle attività operative da cui un tempo partiva la loro crescita.
È uno scenario sempre più frequente, man mano che i primi esponenti della Gen Z si avvicinano ai trent'anni: un giovane team leader che coordina colleghi con quindici o vent'anni di esperienza in più.
Le difficoltà sono di due tipi. La prima è emotiva: per chi ha più esperienza può non essere semplice ricevere indicazioni da una persona molto più giovane, e frasi come "ai miei tempi si faceva così" sono spesso il segnale di questo disagio. La seconda è di metodo: il giovane responsabile tende a sperimentare e a cambiare spesso approccio, mentre i colleghi più esperti sono abituati a processi consolidati, con il risultato che uno percepisce resistenza e l'altro instabilità.
Funziona, in questi casi, un approccio che valorizzi la complementarità. Il giovane responsabile che riconosce apertamente il valore dell'esperienza altrui, chiedendo consiglio quando serve, non perde autorevolezza: la guadagna. E l'organizzazione può fare la sua parte, presentando la leadership come una questione di competenze e non di anzianità, creando spazi di confronto in entrambe le direzioni e offrendo a chi ha più esperienza percorsi di crescita specialistici, così che nessuno si senta scavalcato.
C'è infine un rischio da non sottovalutare: promuovere un giovane talento troppo presto, senza prepararlo a gestire conflitti, decisioni impopolari e responsabilità sulle persone. In questi casi non è il giovane a non essere pronto, ma l'organizzazione a non averlo accompagnato.
Non esiste una formula valida per tutti, ma alcune pratiche fanno la differenza:
Il filo comune di queste pratiche è uno: costruire uno scopo condiviso. Quando le persone capiscono perché il proprio lavoro conta e come contribuisce al risultato del gruppo, le differenze di età passano in secondo piano. È lo stesso principio emerso al Wellbeing Happiness Forum 2026, dove si è parlato di come aiutare ciascun team a vedere la propria parte nel futuro dell'organizzazione. E come abbiamo raccontato parlando di people management, guidare le persone oggi significa sempre più facilitare e accompagnare, oltre che dirigere.
Per sviluppare queste competenze, il catalogo Level Up 2027 comprende il corso Generazioni in dialogo: dalla Gen Z alla collaborazione intergenerazionale, nell'area Next-Gen Responsibility.
Il percorso, della durata di quattordici ore, è in programma nella primavera del 2027 e ha una caratteristica distintiva: è guidato da quattro professionisti con competenze complementari. Uno psicologo del lavoro aiuta a comprendere valori, motivazioni e benessere psicologico della Gen Z; un trainer di comunicazione lavora sulle differenze nei modelli comunicativi, sull'ascolto attivo e sull'equilibrio tra canali digitali e confronto diretto; un HR consultant approfondisce come attrarre, motivare e trattenere i giovani talenti; un leadership coach accompagna i partecipanti ad adattare il proprio stile di guida e a gestire i conflitti tra generazioni.
Come tutti i corsi del catalogo, è erogato online in formato interaziendale e si conclude con un attestato di partecipazione e un Open Badge digitale. Le aziende interessate possono muoversi fin da ora: in qualità di ente di formazione accreditato del gruppo W Group, Howay può progettare un percorso su misura per i tuoi team e verificare la possibilità di finanziarlo attraverso i fondi interprofessionali. Se vuoi capire da dove partire, puoi contattarci.
Perché un team in cui convivono generazioni diverse non è un problema da gestire, ma una ricchezza da far dialogare.
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