Consulente aziendale cosa fa e perché è importante
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Consulente aziendale cosa fa e perché è importante

Il consulente aziendale è un professionista che fornisce supporto a tutte quelle imprese che vogliono crescere in modo consapevole, sostenibile e orientato alle persone. Il suo compito, infatti, è quello di affiancarti nell’individuare i punti critici della tua organizzazione, che si tratti di produttività, clima interno, gestione del personale o processi poco fluidi, per poi costruire insieme un piano d’azione mirato e personalizzato. 

L’obiettivo non è solo sistemare ciò che non funziona, ma far emergere anche il potenziale nascosto che spesso è già presente in azienda.

È anche per questo che Howay offre un servizio di consulenza aziendale a tutto tondo: perché la formazione è solo una parte del cambiamento. Accompagniamo le imprese che scelgono di investire nelle persone, ottimizzare i processi e trasformare il proprio business con strumenti concreti e visione strategica.

Grazie alla certificazione Thomas International HPTI Assessment e al recente sondaggio Maturity Index, possiamo offrire una consulenza completa e personalizzata, che valorizza le risorse interne e ti prepara ad accogliere nuovi talenti con una marcia in più.

In questo articolo vedremo nel dettaglio cosa fa un consulente aziendale e perché, oggi più che mai, può fare la differenza per la tua impresa.

Consulente aziendale cosa fa per la tua attività

L’obiettivo della consulenza aziendale offerta Howay è triplice: valorizzare il capitale umano, aumentare la produttività e promuovere un reale benessere organizzativo. Non si tratta di interventi una tantum, ma di un percorso ragionato, basato su ascolto, analisi e azioni mirate. 

Per ottenere risultati duraturi, i nostri consulenti mettono in campo una serie di attività ben pianificate, modellate sulle esigenze specifiche dell’azienda. Ecco in cosa consiste, concretamente, il nostro lavoro:

  • Analisi della situazione aziendale: Un’indagine approfondita per comprendere cosa funziona e cosa no: dinamiche interne, organizzazione del lavoro, clima tra colleghi, struttura dei processi.
  • Individuazione delle criticità: Identifichiamo problemi nascosti o sottovalutati (spesso alla base di cali di performance, turnover o demotivazione) che l’azienda da sola fatica a intercettare.
  • Pianificazione di strategie su misura: Defininiamo obiettivi chiari e azioni concrete per migliorare l’efficienza, il clima lavorativo e il benessere collettivo, coinvolgendo attivamente tutte le figure chiave dell’organico.
  • Supporto alla leadership aziendale: Affianchiamo manager e responsabili nel percorso di crescita, potenziando le capacità decisionali, comunicative e organizzative.
  • Formazione mirata per il team: Progettiamo interventi formativi ad hoc per sviluppare competenze specifiche, motivare i collaboratori e costruire una cultura aziendale solida e condivisa.
  • Monitoraggio e miglioramento continuo: Non ci limitiamo a consigliare, ma seguiamo l’evoluzione delle azioni intraprese, misurando i risultati e adattando le strategie in modo flessibile.

Troppe aziende, ancora oggi, sottovalutano il valore di una consulenza professionale, pensando che i problemi si risolvano spontaneamente o che basti un corso non contestualizzato. In realtà, una consulenza ben strutturata può fare la differenza tra un’azienda che cresce e una che rischia di trovarsi in crisi senza nemmeno capire perché. 

Nel prossimo paragrafo vedremo perché è così importante affidarsi a una consulenza aziendale e quali vantaggi porta, anche nel medio-lungo periodo.

Il valore della consulenza aziendale

Secondo un recente studio di Keevee, le aziende che si rivolgono ad una consulenza professionale riscontrano in media un miglioramento dell’efficienza del 30% e un aumento dei ricavi del 25% già nel primo anno di collaborazione! Questi dati dimostrano come investire nella consulenza sia una scelta strategica che può generare un impatto tangibile sul business.

Ecco i principali vantaggi che può ottenere da un servizio personalizzato e ben strutturato:

  • Efficienza operativa maggiore: Riduzione dei colli di bottiglia, snellimento dei processi e riallocazione ottimale delle risorse, per lavorare meglio, senza influire sul work life balance.
  • Crescita dei ricavi: Strategie mirate e interventi tattici portano a risultati subito visibili, sviluppando opportunità che l’azienda da sola fatica a cogliere.
  • Acquisizione di visione esterna e analisi imparziale: Il consulente offre una prospettiva nuova, aiuta a vedere criticità nascoste e a valutare soluzioni che non emergono internamente.
  • Riduzione dei rischi: Identificare per tempo situazioni problematiche evita scelte sbagliate e costose; la consulenza fornisce strumenti di monitoraggio e valutazione.
  • Coinvolgimento e soddisfazione del personale: Interventi mirati su clima aziendale, engagement e benessere interno supportano la retention e rafforzano la cultura organizzativa, per esempio attraverso attività di team building ed eventi.
  • Formazione e sviluppo su misura: Percorsi pensati per elevare competenze di leadership, comunicazione, gestione del cambiamento e coaching, creando figure resilienti e lungimiranti.
  • Valutazione dinamica e miglioramento continuo: Oltre a consigliare, si definiscono indicatori chiari, si seguono i risultati e si adeguano le azioni in modo proattivo.

Oggi il mercato cambia velocemente, i competitor si adeguano, e persino settori consolidati trovano nuove sfide ogni giorno. Non rimandare l'opportunità di distinguerti: Howay ti aiuta a capire dove ti trovi rispetto alla concorrenza e costruire una strategia su misura, per valorizzare le tue risorse ed emergere con consapevolezza.

Gli strumenti di Howay per una consulenza personalizzata

Howay interviene su più fronti per accompagnare le aziende in un percorso di crescita autentico, sostenibile e centrato sulle persone. Il primo passo è la consulenza HR, pensata per capire a che punto si trova l’azienda in termini di sviluppo organizzativo e culturale. In questo processo si inserisce il Maturity Index, un sondaggio esclusivo progettato per offrire:

  • Una fotografia sintetica dello stato attuale: uno sguardo chiaro e oggettivo sul livello di maturità HR e formativo dell’organizzazione.
  • Un benchmark personalizzato: i risultati vengono confrontati con quelli di aziende simili per settore o dimensione, evidenziando punti di forza e criticità su cui lavorare.

Altro strumento fondamentale è la certificazione Thomas International HPTI Assessment, che permette di misurare la predisposizione dei dipendenti a ricoprire ruoli manageriali e di leadership. Basato sulle più moderne teorie psicometriche, l’HPTI si fonda su sei tratti fondamentali della personalità, offrendo una valutazione solida e orientata allo sviluppo del talento.

A supporto delle strategie, Howay mette a disposizione anche pacchetti formativi già strutturati oppure da personalizzare, con percorsi compatti e mirati per accrescere competenze in ambito digitale, benessere, soft skills e gestione aziendale. Ogni pacchetto include più corsi coordinati tra loro per garantire un apprendimento efficace, personalizzabile e subito operativo.

Infine, Howay Vibes è la proposta dedicata ad eventi ed esperienze di team building, pensate per trasformare ogni incontro in un’opportunità concreta di crescita. Attraverso attività coinvolgenti, originali e su misura, si stimola la collaborazione, si rafforza il clima aziendale e si valorizzano le persone nella loro unicità.

Questi sono solo alcuni degli interventi che Howay può mettere in campo. Ogni azienda è diversa, e per questo la consulenza viene sempre modellata sulle esigenze specifiche. Per scoprire quale strategia sia più adatta alla tua realtà, contatta il team di Howay.

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5/11/2026

Deep work: il metodo per lavorare concentrati senza distrazioni

Quanti di noi si sono trovati almeno una volta ad arrivare a sera dopo una giornata frenetica, con la sensazione di aver lavorato tantissimo ma di non aver portato a termine nulla di davvero importante? Email a cui rispondere, messaggi in chat, una riunione dopo l'altra, una notifica ogni pochi minuti: il tempo passa, ma le attività che richiedono attenzione vera restano lì, rimandate al giorno dopo.

È una condizione così diffusa da sembrare normale. Eppure, proprio mentre le attività che richiedono concentrazione diventano sempre più preziose, la capacità di dedicarsi a lungo a un solo compito si fa sempre più rara. È il punto di partenza di un concetto che negli ultimi anni ha avuto grande diffusione: il deep work, o lavoro profondo.

In questo articolo vediamo cos'è il deep work e da dove nasce, perché il multitasking ci rende meno efficaci, quali sono le regole principali del metodo e, soprattutto, come applicarlo concretamente in ufficio.

Cos'è il deep work e da dove nasce

L'espressione deep work è stata resa popolare da Cal Newport, professore di informatica alla Georgetown University, nel libro Deep Work, pubblicato in Italia da ROI Edizioni con il titolo Deep work: Quattro regole per ritrovare il focus sulle attività davvero importanti.

Newport definisce il deep work come un lavoro svolto in uno stato di concentrazione totale e priva di distrazioni, che porta le proprie capacità cognitive al limite. È il tipo di attività che crea più valore e che è più difficile da replicare: analizzare un problema complesso, scrivere un documento importante, progettare una soluzione, imparare una competenza nuova.

All'estremo opposto c'è lo shallow work, il lavoro superficiale: attività di tipo logistico o ripetitivo, che si possono svolgere anche da distratti, come rispondere alle email, aggiornare un file o partecipare a una riunione poco utile. Sono attività necessarie, ma producono poco valore e, soprattutto, tendono a occupare tutto lo spazio disponibile se non vengono contenute.

La tesi di Newport è semplice: in un'economia sempre più basata sulla conoscenza, la capacità di lavorare in profondità sta diventando allo stesso tempo più rara e più preziosa. Chi la coltiva ha un vantaggio concreto, in termini di qualità del lavoro e di soddisfazione personale.

Perché il multitasking ci rende meno efficaci

Molti di noi sono convinti di saper fare più cose contemporaneamente. In realtà, quando pensiamo di fare multitasking, il nostro cervello sta passando rapidamente da un'attività all'altra, e ogni passaggio ha un costo.

Quando interrompiamo un compito per rispondere a un messaggio, una parte della nostra attenzione resta agganciata a ciò che stavamo facendo, e riprendere il filo richiede tempo ed energia. Le ricerche condotte da Gloria Mark, docente all'Università della California a Irvine, sul lavoro d'ufficio hanno mostrato quanto le interruzioni frammentino la giornata e quanto possa essere lungo, a volte molti minuti, il tempo necessario per tornare pienamente concentrati sull'attività interrotta.

Il risultato è un paradosso: più ci sforziamo di essere reattivi su tutto, meno riusciamo a portare avanti ciò che conta. A questo si aggiunge un effetto meno visibile, ma importante: il continuo passaggio da uno stimolo all'altro aumenta la stanchezza mentale. È un tema che abbiamo visto anche raccontando il Wellbeing Happiness Forum 2026, dove si è parlato di come spesso non manchi il tempo, ma l'energia cognitiva per usarlo bene.

Le quattro regole del deep work

Nel suo libro, Newport propone quattro regole per coltivare la capacità di concentrazione profonda. Le riassumiamo con parole nostre.

La prima è lavorare in profondità: non aspettare che la concentrazione arrivi da sola, ma costruire abitudini e rituali che la favoriscano, scegliendo momenti, luoghi e modalità precise da dedicare al lavoro profondo.

La seconda è abituarsi alla noia. Se ogni pausa, ogni attesa, ogni momento vuoto viene riempito con lo smartphone, il cervello si abitua a ricevere stimoli continui e perde la capacità di restare concentrato quando serve. Allenare la tolleranza alla noia significa, in sostanza, allenare l'attenzione.

La terza riguarda l'uso consapevole degli strumenti digitali, a partire dai social network: non si tratta di eliminarli a priori, ma di valutare con onestà quali offrano un beneficio reale e quali sottraggano solo tempo e attenzione.

La quarta è limitare il lavoro superficiale: dare un confine alle attività di basso valore, pianificando la giornata in modo da proteggere il tempo dedicato a ciò che conta davvero.

Come applicare il deep work in ufficio

Applicare il deep work in un contesto aziendale non significa chiudersi in una stanza per otto ore. Significa, più semplicemente, creare le condizioni perché alcune ore della settimana siano dedicate al lavoro che richiede concentrazione. Alcune pratiche aiutano a farlo:

‍Pianificare slot di concentrazione: bloccare in agenda una o due finestre di tempo, idealmente nelle ore in cui si è più lucidi, da dedicare a un solo compito importante, trattandole come un appuntamento da rispettare.

Gestire notifiche ed email: silenziare le notifiche durante gli slot di concentrazione e controllare la posta in momenti stabiliti, invece che in modo continuo.

Usare micro-rituali di avvio: un piccolo gesto ripetuto, come preparare la scrivania, chiudere le schede inutili o definire l'obiettivo della sessione, aiuta il cervello a entrare più rapidamente nella concentrazione.

C'è poi un aspetto spesso trascurato: anche l'ambiente, fisico e digitale, deve essere alleato della concentrazione. Uno spazio di lavoro ordinato, la possibilità di isolarsi quando serve, un desktop senza decine di finestre aperte fanno più differenza di quanto si pensi.

Infine, conta la capacità di riconoscere i propri ladri di attenzione: quelle interruzioni, interne o esterne, che ricorrono ogni giorno e che, una volta individuate, possono essere ridotte.

Deep work e organizzazione: il ruolo di manager e aziende

Il deep work non è solo una questione individuale. Se in un'organizzazione ci si aspetta che tutti rispondano subito a ogni messaggio, nessuno potrà davvero concentrarsi, per quanto disciplinato sia.

Per questo il ruolo di chi guida i team è decisivo. Alcune scelte organizzative possono fare una grande differenza: concordare con il gruppo fasce orarie senza riunioni, chiarire quali comunicazioni sono davvero urgenti e quali possono attendere, ridurre le riunioni a quelle realmente necessarie, rispettare il tempo di concentrazione dei collaboratori come si rispetta un appuntamento. Sono gli stessi principi che stanno alla base del diritto alla disconnessione: proteggere l'attenzione delle persone, dentro e fuori l'orario di lavoro.

In altre parole, un'azienda che rende possibile il lavoro profondo non è un'azienda in cui si lavora di più, ma una in cui si lavora meglio, con meno stress e più risultati sulle attività che contano.

Il corso Howay Mind Reset: dal multitasking al Deep Work

Per trasformare questi principi in abitudini concrete, il catalogo Level Up 2027 comprende il corso Mind Reset: dal multitasking al Deep Work, nell'area Personal Development.

Il percorso, della durata di sei ore, è in programma nell'estate del 2027 e accompagna i partecipanti dal sovraccarico al controllo. Si parte dalla verità sul multitasking, per capire i limiti cognitivi e individuare i propri ladri di attenzione, e si passa poi alla gestione delle priorità, dall'urgenza all'importanza, con la progettazione di slot dedicati alla concentrazione. Il cuore del corso è dedicato al deep work, con tecniche e micro-rituali per coltivare l'attenzione profonda, e alla creazione di un ambiente digitale e fisico che favorisca il focus. Il percorso si chiude con un piano personale per portare i cambiamenti nella pratica quotidiana.

Come tutti i corsi del catalogo, è erogato online in formato interaziendale e si conclude con un attestato di partecipazione e un Open Badge digitale. Per chi preferisce un approccio ancora più flessibile, anche la formazione in pillole di microlearning può aiutare a imparare senza sottrarre lunghi blocchi di tempo alla giornata. Le aziende interessate possono muoversi fin da ora: in qualità di ente di formazione accreditato del gruppo W Group, Howay può progettare un percorso su misura per i tuoi team e verificare la possibilità di finanziarlo attraverso i fondi interprofessionali. Per capire da dove partire, puoi richiedere una consulenza.

Perché la concentrazione non è un talento che si ha o non si ha: è una capacità che si può allenare, e che oggi vale più che mai.

Approfondimenti:

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2/11/2026

Paura di sbagliare al lavoro: come evitare di costruire una cultura dell'errore

Quante volte, al lavoro, hai preferito non dire nulla piuttosto che ammettere di aver commesso un errore? Oppure hai rimandato una decisione, ricontrollato tre volte un documento già corretto, evitato di proporre un'idea per il timore che non funzionasse? Sono reazioni molto più diffuse di quanto si pensi, e hanno una radice comune: la paura di sbagliare.

Quando questa paura diventa la norma, un'organizzazione rischia di scivolare in quella che possiamo chiamare una cultura dell'errore: un clima in cui ogni sbaglio viene vissuto come una colpa da nascondere, da attribuire a qualcun altro o da punire. È un clima che nessuno sceglie in modo consapevole, ma che si costruisce giorno dopo giorno, attraverso le reazioni dei responsabili, i silenzi nelle riunioni e le cose che non si dicono.

In questo articolo vediamo da dove nasce la paura di sbagliare, come si riconosce una cultura dell'errore, quali danni produce e cosa possono fare persone e organizzazioni per evitarla, trasformando gli sbagli in occasioni di apprendimento.

Da dove nasce la paura di sbagliare al lavoro

La paura dell'errore ha radici profonde. Fin dalla scuola siamo abituati a un sistema in cui lo sbaglio viene sottolineato in rosso e tradotto in un voto più basso: impariamo presto ad associare l'errore a una perdita, di valore o di considerazione. Al lavoro questa associazione si rafforza, perché in gioco ci sono la reputazione professionale, la fiducia dei colleghi e, a volte, la sicurezza del proprio ruolo.

Su questa base si innesta spesso un meccanismo psicologico ben preciso: la paura del fallimento, che porta a confondere ciò che si fa con ciò che si è. Se sbaglio un'attività, il pensiero diventa "sono inadeguato". Da qui nasce un vero e proprio circolo di autosabotaggio: per evitare di sbagliare si rimanda, si evitano le sfide, si sceglie la strada più prudente anche quando non è la migliore. E proprio questo comportamento, nel tempo, limita la crescita e aumenta le probabilità di commettere errori più gravi.

Non a caso la paura di sbagliare si intreccia spesso con altre forme di pressione legate al lavoro, come lo stress da lavoro correlato o il timore di non essere più all'altezza, di cui abbiamo parlato approfondendo la paura di diventare obsoleti.

I segnali e i danni di una cultura dell'errore

Una cultura dell'errore raramente è dichiarata. Si riconosce dai comportamenti quotidiani, e alcuni segnali sono piuttosto chiari.

Il primo è la ricerca del colpevole: quando qualcosa va storto, la prima domanda è "chi è stato?" e non "cosa è successo?". Il secondo è il silenzio: nelle riunioni nessuno solleva dubbi, le domande sono poche e i problemi emergono solo quando è ormai impossibile ignorarli. Il terzo è la prudenza eccessiva: le persone si limitano a fare il minimo indispensabile, evitano iniziative e chiedono conferme continue prima di prendere qualsiasi decisione.

A questi si aggiunge un segnale più sottile, che riguarda chi guida: responsabili che non ammettono mai un proprio errore e che reagiscono agli sbagli dei collaboratori con rimproveri pubblici o con un'improvvisa perdita di fiducia. È soprattutto da questi comportamenti che le persone imparano cosa è sicuro fare e cosa no.

Quando sbagliare non è ammesso, gli errori non spariscono: diventano semplicemente invisibili. Le persone tendono a coprirli, a correggerli in silenzio o a segnalarli quando ormai è troppo tardi per intervenire. Il risultato è che piccoli problemi, che avrebbero potuto essere risolti con poco, crescono fino a diventare costosi.

C'è poi un secondo effetto, meno evidente ma altrettanto dannoso: l'immobilismo. In un ambiente in cui ogni errore viene sanzionato, nessuno ha interesse a sperimentare, proporre soluzioni nuove o prendersi una responsabilità in più. L'innovazione rallenta, perché innovare significa per definizione provare qualcosa che potrebbe non funzionare.

Infine, si deteriora la fiducia. Se ammettere un errore significa esporsi a critiche o conseguenze, le persone smettono di parlarsi apertamente. In sostanza, un'organizzazione che non tollera l'errore finisce per sapere sempre meno di ciò che accade al suo interno.

Cosa insegnano le organizzazioni che "non possono permettersi errori"

Può sembrare un paradosso, ma gli esempi più utili arrivano proprio dai settori in cui sbagliare ha le conseguenze più gravi. Nell'aviazione civile, per esempio, da decenni si promuove la segnalazione volontaria di errori e situazioni di rischio, anche quando non hanno prodotto conseguenze. L'idea è semplice: ogni errore segnalato è un'informazione preziosa per migliorare procedure e formazione, e punire chi lo segnala significherebbe perdere quell'informazione. È lo stesso principio che si sta diffondendo in sanità e in molti settori ad alto rischio.

Queste organizzazioni non sono indulgenti: mantengono standard elevatissimi. Semplicemente, spostano l'attenzione dalla ricerca del colpevole alla ricerca della causa. Alla base c'è quella che la ricerca organizzativa chiama sicurezza psicologica: la convinzione condivisa, all'interno di un gruppo, di poter esprimere dubbi, porre domande e ammettere errori senza essere umiliati o penalizzati. I team in cui questa condizione è presente tendono a imparare di più e a risolvere i problemi prima, proprio perché li fanno emergere prima.

Come evitare una cultura dell'errore e promuovere invece una cultura della Fiducia

Evitare una cultura dell'errore richiede un lavoro su due livelli: quello individuale e quello organizzativo.

Sul piano individuale, il primo passo è un cambiamento di mentalità: considerare l'errore come una parte inevitabile e utile di qualsiasi processo di apprendimento, invece che come una prova di inadeguatezza. Aiutano alcune pratiche concrete:

Separare l'errore dalla persona: chiedersi "cosa è andato storto?" invece di "cosa ho sbagliato io?" permette di analizzare la situazione con più lucidità.

Usare il problem solving: affrontare lo sbaglio come un problema da risolvere, individuando cause, alternative e azioni correttive.

Gestire lo stress: riconoscere i segnali di tensione e lavorare su di essi, perché l'ansia da prestazione è spesso essa stessa una causa di errori.

Sul piano organizzativo, conta soprattutto l'esempio di chi guida. Un responsabile che ammette apertamente i propri errori e racconta cosa ne ha imparato manda un messaggio più forte di qualsiasi policy. Allo stesso modo, prevedere momenti strutturati in cui analizzare insieme ciò che non ha funzionato, senza cercare colpevoli, aiuta a rendere normale ciò che prima veniva nascosto.

Il ruolo della fiducia e del feedback

La relazione di fiducia tra le persone è ciò che distingue un ambiente in cui gli errori si nascondono da uno in cui si condividono. Conta il modo in cui ci si scambiano i riscontri, l'attenzione ai segnali deboli che anticipano un problema, il modo in cui vengono percepite le persone che si espongono.

Il feedback costruttivo è lo strumento principale per tenere insieme tutto questo. Dare un riscontro su un errore senza trasformarlo in un giudizio sulla persona, concentrandosi sui comportamenti e sulle azioni future, è una competenza che si può allenare. Lo stesso vale per la capacità di ricevere critiche senza viverle come un attacco. È un tema che tocca da vicino anche la gestione dei team in cui convivono generazioni diverse, come abbiamo visto parlando di Gen Z al lavoro: i più giovani si aspettano riscontri frequenti, e un ambiente in cui l'errore si può discutere apertamente è anche un ambiente in cui imparano più in fretta.

Il corso Howay sulla gestione intelligente degli errori

Per lavorare su questi temi, il catalogo Level Up 2027 comprende il corso E se sbagliassi... Gestione intelligente degli errori, nell'area Personal Development.

Il percorso, della durata di dodici ore, è in programma nella primavera del 2027 e si rivolge a professionisti, manager ed educatori. Si parte dalla paura dell'errore, analizzandone le cause psicologiche, le conseguenze e il ciclo dell'autosabotaggio, per poi lavorare sulle tecniche che aiutano a trasformarne la percezione, sugli strumenti pratici per gestirla, come il problem solving e la gestione dello stress, e sul feedback costruttivo, per imparare a dare e ricevere critiche in modo utile. Ampio spazio è dedicato anche a ciò che si può imparare dalle organizzazioni che "non possono permettersi errori" e al ruolo della fiducia tra le persone.

Come tutti i corsi del catalogo, è erogato online in formato interaziendale e si conclude con un attestato di partecipazione e un Open Badge digitale. Le aziende interessate possono muoversi fin da ora: in qualità di ente di formazione accreditato del gruppo W Group, Howay può progettare un percorso su misura per i tuoi team e verificare la possibilità di finanziarlo attraverso i fondi interprofessionali. Se vuoi capire da dove partire, puoi contattarci.

Perché un errore, se trattato nel modo giusto, smette di essere una colpa da nascondere e diventa uno dei modi più efficaci per crescere.

Approfondimenti:

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30/10/2026

Formazione e-learning per i fornitori: il caso Toppazzini

Quando un grande committente chiede ai propri fornitori di rispettare un codice di condotta, l'obbligo arriva quasi sempre accompagnato da un compito molto concreto: far conoscere quelle regole a tutte le persone che lavorano in azienda, dimostrarlo in caso di verifica e ripetere l'operazione ogni volta che entra qualcuno di nuovo. È un lavoro che, se gestito con strumenti tradizionali, può assorbire tempo e risorse in modo sproporzionato.

È esattamente la situazione da cui è partita la collaborazione tra Howay e Toppazzini SpA, azienda di San Daniele del Friuli, in provincia di Udine, con circa 200 dipendenti e fornitrice di un importante brand internazionale dell'arredamento. Una storia che racconta come la formazione digitale possa trasformare un obbligo richiesto da un cliente in uno strumento organizzativo semplice da gestire, tracciabile e, in questo caso, anche finanziato.

Nei prossimi paragrafi vediamo da dove è nato il progetto, come è stato costruito il percorso, come è stato finanziato e quali risultati ha portato.

Cosa chiede un committente ai propri fornitori in materia di formazione?

Sempre più spesso i grandi gruppi internazionali chiedono ai propri fornitori di aderire a un codice di condotta: un insieme di requisiti in materia di etica, salute e sicurezza sul lavoro, tutela dell'ambiente e responsabilità sociale, il cui rispetto è una condizione per lavorare all'interno della filiera.

Per un'azienda fornitrice, conformarsi a questi standard non significa soltanto adeguare processi e procedure: significa anche assicurarsi che tutto il personale conosca i requisiti, e poterlo documentare in occasione delle verifiche del cliente. Ed è proprio qui che, per Toppazzini, si concentrava la difficoltà maggiore.

Qual era il problema da risolvere?

Prima dell'intervento di Howay, la formazione sul codice di condotta del committente era gestita prevalentemente attraverso documentazione cartacea: un processo che richiedeva diverse ore e un carico amministrativo importante, tra materiali da distribuire, firme da raccogliere e archivi da mantenere aggiornati.

A complicare il quadro c’era una dinamica che oggi riguarda gran parte del mercato del lavoro: il ricambio frequente di personale. Come molte imprese manifatturiere, l’azienda accoglie nuovi ingressi ogni mese, tra dipendenti diretti e lavoratori in somministrazione, e per ciascuno la formazione doveva essere ripetuta da capo. In sostanza, un’attività che avrebbe dovuto essere ordinaria finiva per diventare un’incombenza continua.

L'esigenza era chiara: digitalizzare e snellire il processo, rendendo la formazione più semplice da erogare, da monitorare e da documentare.

Come è nato il progetto?

La collaborazione non è nata dalla proposta di un corso già pronto. Toppazzini è un cliente storico di MAW, l'agenzia per il lavoro del gruppo W Group, con un rapporto attivo da circa dieci anni, e nel 2023 Howay ha incontrato l'azienda senza una richiesta formativa precisa: l'obiettivo era conoscerla meglio e capire dove si potesse dare un contributo concreto.

È stato durante il confronto con il titolare che è emersa, tra le altre, la necessità di rendere più efficiente la formazione richiesta dal committente. Da quell'attività di ascolto è nata l'idea di un percorso e-learning personalizzato, costruito intorno al problema reale dell'azienda e non adattando un prodotto standard.

Come è stato costruito il percorso e-learning?

Il primo passaggio è stato lavorare sui contenuti. I requisiti del codice di condotta andavano rispettati integralmente, quindi non si trattava di scegliere liberamente cosa insegnare, ma di trasformare una documentazione tecnica e normativa in un percorso comprensibile e accessibile.

Il secondo elemento decisivo è stato il pubblico. Il corso doveva essere seguito sia dagli impiegati sia dagli operai, con livelli molto diversi di familiarità con gli strumenti digitali e, in alcuni casi, con una conoscenza limitata della lingua italiana. Per questo sono state sviluppate due versioni distinte del percorso, ciascuna calibrata sui propri destinatari, con grande attenzione alla semplicità d'uso e alla chiarezza dei contenuti.

Il corso è stato prima condiviso con l'azienda in una versione dimostrativa, poi rifinito sulla base delle osservazioni ricevute. Una volta definito, è stato erogato all'intera popolazione aziendale, circa 200 persone, per allineare tutti sui requisiti, ed è poi diventato lo strumento ordinario per la formazione dei nuovi assunti.

Come si è finanziata la formazione?

È uno degli aspetti più interessanti della storia. Howay si è proposta di verificare la posizione dell’azienda presso Fondimpresa e, con la piena disponibilità di Toppazzini, ha analizzato lo stato dei crediti, la consistenza degli accantonamenti e la loro fruibilità.

Dall’analisi è emerso che l’azienda disponeva di congrue risorse accantonate e immediatamente fruibili. Un’opportunità che l’azienda ha colto e che ha permesso di finanziare le attività formative senza sostenerne direttamente i costi.

Da quel momento la collaborazione si è strutturata attraverso la presentazione di un piano formativo finanziato ogni anno. Howay stima, anche sulla base dell’andamento degli anni precedenti, il numero di utenze necessarie per la nuova formazione dedicata e le inserisce nella programmazione insieme alle altre attività formative. È un esempio concreto di come i fondi interprofessionali possano sostenere nel tempo la formazione continua, anche in presenza del turnover che l’attuale situazione del mercato del lavoro impone.

Come funziona oggi la gestione del corso?

Il corso è oggi parte integrante del processo di inserimento dei nuovi assunti. Per ogni nuovo ingresso, l'azienda chiede a Howay di attivare il percorso; la persona riceve un link per accedere alla piattaforma e ha a disposizione, in genere, trenta giorni per completarlo.

Il supporto di Howay non si ferma all'attivazione. Ogni settimana l'azienda riceve un report con lo stato di avanzamento di ciascun partecipante, così da sapere chi ha concluso il percorso, chi deve ancora completarlo e quando è necessario un sollecito. Al termine viene rilasciato un attestato, che Howay trasmette anche direttamente all'azienda: una documentazione ordinata e tracciabile, particolarmente utile in occasione delle verifiche e degli audit del committente.

Nelle prime fasi non sono mancate alcune difficoltà pratiche, come la scarsa familiarità di alcune persone con gli strumenti informatici o le email di accesso finite nella cartella dello spam. Sono state risolte lavorando insieme alla referente aziendale: le comunicazioni vengono ora inviate a lei, che le trasmette ai colleghi, ed è stata preparata una breve guida con le istruzioni essenziali per accedere e completare il corso.

Quali risultati ha portato il progetto?

Il risultato principale, confermato dall'azienda, è stato un significativo snellimento della procedura formativa. Più nel dettaglio, la soluzione ha permesso di:

  • Standardizzare la formazione: tutti ricevono gli stessi contenuti, nella versione più adatta al proprio ruolo.
  • Accelerare l'inserimento dei nuovi assunti: il percorso si attiva in pochi passaggi e si completa in tempi brevi.
  • Ridurre carta e attività amministrative: la documentazione è digitale e sempre disponibile.
  • Garantire la tracciabilità: report e attestati supportano le verifiche e gli audit del committente.

C’è poi un ulteriore sviluppo. Con il tempo la collaborazione si è estesa anche a percorsi di inglese e di Excel, che hanno ottenuto un ottimo riscontro dai partecipanti. Da un’esigenza specifica è nata così una relazione continuativa, che oggi accompagna l’azienda nella crescita delle competenze delle proprie persone a tutto tondo.

Questo modello si può replicare in altre aziende?

La struttura del percorso può essere adattata ad altre aziende che lavorano all'interno della stessa filiera, intervenendo sugli elementi di personalizzazione di ciascuna realtà. Più in generale, il principio progettuale vale per tutte le imprese che devono garantire il rispetto di standard specifici richiesti da un committente, da un ente certificatore o da una normativa di settore: raccogliere la documentazione di riferimento, rielaborarla in contenuti digitali chiari e costruire un percorso facile da seguire e da monitorare. Naturalmente, ogni caso va valutato nelle sue specificità.

Come Howay affianca le aziende nella formazione su misura

Il caso Toppazzini racconta molto più della realizzazione di un corso e-learning. Racconta un metodo: partire dall'ascolto, individuare un processo da migliorare e costruire una soluzione che unisce consulenza, progettazione formativa, digitalizzazione, finanziamenti e supporto operativo nel tempo. Senza perdere di vista le persone che quel percorso dovranno seguirlo davvero.

In qualità di ente di formazione accreditato del gruppo W Group, Howay progetta percorsi su misura per le esigenze specifiche di ogni azienda e verifica, insieme all'impresa, le possibilità di finanziarli attraverso i fondi interprofessionali. Se anche la tua azienda deve formare il personale su uno standard, un codice di condotta o una procedura richiesta da un cliente e vuoi capire come semplificare il processo, puoi richiedere una consulenza.

Perché un obbligo, se affrontato con il metodo giusto, può diventare uno strumento che rende l'organizzazione più semplice da gestire.

Approfondimenti:

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29/10/2026

Gen Z al lavoro: come gestire un team multigenerazionale

Potresti essere un responsabile di reparto con vent'anni di esperienza alle spalle, che fatica a capire perché il nuovo collega chieda un riscontro dopo ogni consegna. Oppure un giovane appena entrato in azienda, che non si spiega perché certe decisioni debbano passare sempre dagli stessi tre livelli di approvazione. O ancora un HR manager che deve far funzionare insieme entrambi, possibilmente senza che nessuno si senta fuori posto.

Sono situazioni sempre più comuni, perché oggi in molte organizzazioni lavorano fianco a fianco persone nate a distanza di trenta o quarant'anni, con esperienze, linguaggi e aspettative molto diverse. Al centro dell'attenzione c'è soprattutto la Generazione Z, i nati tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Dieci, che sta entrando nel mondo del lavoro e, in alcuni casi, sta già assumendo i primi ruoli di responsabilità.

In questo articolo vediamo cosa cerca davvero la Gen Z nel lavoro, perché tra generazioni nascono incomprensioni, cosa succede quando il responsabile è più giovane del suo team e come si guida, in concreto, un gruppo multigenerazionale.

Quante generazioni convivono oggi in azienda?

Nelle organizzazioni di oggi convivono fino a quattro generazioni: i Baby Boomer, nati tra il dopoguerra e la metà degli anni Sessanta; la Generazione X, cresciuta a cavallo tra il mondo analogico e quello digitale; i Millennial, entrati nel lavoro con la diffusione di internet; e infine la Generazione Z, la prima composta da nativi digitali in senso pieno.

Ogni generazione porta con sé l'impronta del contesto in cui è cresciuta: il modo di intendere la carriera, il rapporto con la gerarchia, l'equilibrio tra vita privata e lavoro. Sono tendenze utili per capire certi comportamenti, ma con un limite importante: descrivono gruppi, non persone. Il rischio più grande, nella gestione di un team multigenerazionale, è proprio quello di trasformare queste tendenze in etichette, e di trattare ciascuno in base all'anno di nascita invece che per ciò che è e sa fare.

Cosa cerca davvero la Gen Z nel lavoro?

Il primo elemento è il senso di ciò che si fa. Secondo la Gen Z and Millennial Survey 2025 di Deloitte, condotta su oltre 23.000 giovani in 44 Paesi, l'89% della Gen Z considera importante avere uno scopo nel proprio lavoro per la soddisfazione e il benessere personale. Non si tratta necessariamente di grandi ideali: per qualcuno lo scopo è contribuire alla società, per altri imparare qualcosa di utile o garantire stabilità alla propria famiglia. Ma senza un "perché", la motivazione cala in fretta.

Il secondo elemento è la crescita. La stessa ricerca mostra che metà della Gen Z vorrebbe che il proprio responsabile fosse anche un mentore, capace di insegnare e accompagnare, ma solo poco più di un giovane su tre dichiara che questo accade davvero. È uno scarto che dice molto: i giovani chiedono guida, e spesso non la trovano.

C'è poi un dato che smentisce un luogo comune: solo il 6% della Gen Z indica il raggiungimento di una posizione di vertice come principale obiettivo di carriera. Non è mancanza di ambizione, ma un'idea diversa di successo, più legata all'apprendimento, all'equilibrio e alla possibilità di sperimentarsi in ruoli diversi che alla salita gerarchica. A questo si aggiungono un'attenzione forte al benessere psicologico e l'abitudine a un riscontro frequente, più vicino a una conversazione continua che alla valutazione di fine anno.

Perché tra generazioni nascono incomprensioni?

Le incomprensioni raramente nascono da valori opposti. Più spesso nascono da linguaggi e abitudini diverse.

Il primo terreno di scontro è la comunicazione. C'è chi preferisce l'email dettagliata o la riunione di persona, e chi è abituato al messaggio rapido in chat o a un breve vocale. Nessuno dei due modi è sbagliato, ma se non ci si accorda sui canali da usare per ciascun tipo di informazione, il rischio è che un messaggio arrivi in modo frainteso o non arrivi affatto.

Il secondo riguarda l'idea di carriera. Per molti professionisti senior crescere significa salire di ruolo in ruolo; per molti giovani significa ampliare le proprie esperienze, anche in orizzontale. Chi vede la carriera come una scala può leggere la mobilità come instabilità; chi la vede come un percorso può leggere la gerarchia come un ostacolo.

Il terzo, il più insidioso, sono gli stereotipi, che funzionano in entrambe le direzioni: i giovani "che non hanno voglia di fare la gavetta", i senior "che non sanno usare la tecnologia". È un tema emerso con forza anche al Business Leaders Summit 2026, dove è stato sottolineato come capacità come il pensiero critico e l'interpretazione dei dati siano spesso più sviluppate nei professionisti con più esperienza, mentre i giovani rischiano di perdere proprio quelle attività operative da cui un tempo partiva la loro crescita.

Cosa succede quando il responsabile è più giovane del team?

È uno scenario sempre più frequente, man mano che i primi esponenti della Gen Z si avvicinano ai trent'anni: un giovane team leader che coordina colleghi con quindici o vent'anni di esperienza in più.

Le difficoltà sono di due tipi. La prima è emotiva: per chi ha più esperienza può non essere semplice ricevere indicazioni da una persona molto più giovane, e frasi come "ai miei tempi si faceva così" sono spesso il segnale di questo disagio. La seconda è di metodo: il giovane responsabile tende a sperimentare e a cambiare spesso approccio, mentre i colleghi più esperti sono abituati a processi consolidati, con il risultato che uno percepisce resistenza e l'altro instabilità.

Funziona, in questi casi, un approccio che valorizzi la complementarità. Il giovane responsabile che riconosce apertamente il valore dell'esperienza altrui, chiedendo consiglio quando serve, non perde autorevolezza: la guadagna. E l'organizzazione può fare la sua parte, presentando la leadership come una questione di competenze e non di anzianità, creando spazi di confronto in entrambe le direzioni e offrendo a chi ha più esperienza percorsi di crescita specialistici, così che nessuno si senta scavalcato.

C'è infine un rischio da non sottovalutare: promuovere un giovane talento troppo presto, senza prepararlo a gestire conflitti, decisioni impopolari e responsabilità sulle persone. In questi casi non è il giovane a non essere pronto, ma l'organizzazione a non averlo accompagnato.

Come si guida un team multigenerazionale?

Non esiste una formula valida per tutti, ma alcune pratiche fanno la differenza:

  • Ascoltare senza pregiudizi: capire cosa motiva ciascuna persona, a prescindere dall'età, invece di partire da ciò che ci si aspetta da una generazione.
  • Concordare i canali di comunicazione: stabilire insieme quali informazioni passano per email, quali in chat e quali richiedono un confronto di persona.
  • Attivare il mentoring nei due sensi: affiancare a quello tradizionale anche il reverse mentoring, in cui sono i più giovani a condividere competenze digitali con i colleghi più esperti, avendo cura che entrambe le parti partecipino con la giusta disponibilità.
  • Gestire i conflitti prima che diventino fratture: intervenire quando una divergenza è ancora una differenza di metodo, prima che si trasformi in una contrapposizione tra "giovani" e "anziani".

Il filo comune di queste pratiche è uno: costruire uno scopo condiviso. Quando le persone capiscono perché il proprio lavoro conta e come contribuisce al risultato del gruppo, le differenze di età passano in secondo piano. È lo stesso principio emerso al Wellbeing Happiness Forum 2026, dove si è parlato di come aiutare ciascun team a vedere la propria parte nel futuro dell'organizzazione. E come abbiamo raccontato parlando di people management, guidare le persone oggi significa sempre più facilitare e accompagnare, oltre che dirigere.

Il corso Howay Generazioni in dialogo

Per sviluppare queste competenze, il catalogo Level Up 2027 comprende il corso Generazioni in dialogo: dalla Gen Z alla collaborazione intergenerazionale, nell'area Next-Gen Responsibility.

Il percorso, della durata di quattordici ore, è in programma nella primavera del 2027 e ha una caratteristica distintiva: è guidato da quattro professionisti con competenze complementari. Uno psicologo del lavoro aiuta a comprendere valori, motivazioni e benessere psicologico della Gen Z; un trainer di comunicazione lavora sulle differenze nei modelli comunicativi, sull'ascolto attivo e sull'equilibrio tra canali digitali e confronto diretto; un HR consultant approfondisce come attrarre, motivare e trattenere i giovani talenti; un leadership coach accompagna i partecipanti ad adattare il proprio stile di guida e a gestire i conflitti tra generazioni.

Come tutti i corsi del catalogo, è erogato online in formato interaziendale e si conclude con un attestato di partecipazione e un Open Badge digitale. Le aziende interessate possono muoversi fin da ora: in qualità di ente di formazione accreditato del gruppo W Group, Howay può progettare un percorso su misura per i tuoi team e verificare la possibilità di finanziarlo attraverso i fondi interprofessionali. Se vuoi capire da dove partire, puoi contattarci.

Perché un team in cui convivono generazioni diverse non è un problema da gestire, ma una ricchezza da far dialogare.

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