
Che tu abbia un’attività, sia un libero professionista oppure una persona in cerca di lavoro, è molto probabile che tu abbia già sentito parlare dei corsi finanziati e delle opportunità che offrono. Il motivo è semplice: permettono di accedere a percorsi formativi senza dover sostenere costi diretti, ma anche di acquisire competenze aggiornate, spesso in linea con le richieste attuali del mercato del lavoro.
Negli ultimi anni, infatti, la formazione finanziata ha assunto un ruolo sempre più importante, proprio perché consente di colmare lacune, aggiornarsi o intraprendere nuovi percorsi professionali senza gravare sul proprio budget. Non si tratta quindi solo di un vantaggio economico, ma di un espediente per migliorare la propria posizione lavorativa o far crescere il proprio business.
Noi di Howay ci occupiamo da sempre di formazione aziendale e professionale, supportando imprese e professionisti non solo nella progettazione di percorsi personalizzati, ma anche nell’accesso a bandi e fondi che permettono di frequentare corsi in modo gratuito.
A questo punto è naturale porsi una domanda: chi mette realmente a disposizione queste opportunità? In Italia, gli enti e le regioni che erogano corsi gratuiti sono diversi e si rivolgono a pubblici differenti, dai disoccupati ai lavoratori dipendenti, fino agli imprenditori e liberi professionisti.
Conoscere questi soggetti significa orientarsi meglio tra le opportunità disponibili, fare scelte più consapevoli e sfruttare al massimo il potenziale della formazione per il proprio percorso professionale.
È fondamentale chiarire che nella maggior parte dei corsi gratuiti non si tratta di formazione “offerta” in modo casuale, ma di formazione finanziata. Questo significa che i costi dei percorsi vengono coperti, totalmente o parzialmente, da risorse pubbliche o da fondi specifici destinati allo sviluppo delle competenze.
In Italia, i principali soggetti che mettono a disposizione queste opportunità sono le Regioni, i fondi interprofessionali e alcuni enti bilaterali o di settore. Le Regioni, in particolare, svolgono un ruolo centrale perché gestiscono fondi europei e nazionali, come il Fondo Sociale Europeo Plus (FSE+), pubblicando bandi rivolti a lavoratori, disoccupati e imprese.
La Regione Lombardia rappresenta uno degli esempi più strutturati in questo senso, con bandi dedicati alla formazione continua, voucher formativi e misure per la riqualificazione professionale.
Accanto ai bandi regionali, troviamo i fondi interprofessionali, che rappresentano uno dei principali strumenti per la formazione aziendale nel nostro Paese. Si tratta di organismi promossi dalle parti sociali che permettono alle imprese di finanziare la formazione dei propri dipendenti utilizzando una quota dei contributi già versati all’INPS (lo 0,30%).
Un altro attore importante è Forma.Temp, fondo dedicato alla formazione dei lavoratori in somministrazione e dei disoccupati, gestito in collaborazione con le agenzie per il lavoro, come MAW e Injob.
In tutti questi casi, i corsi non vengono erogati direttamente dagli enti finanziatori, ma da enti di formazione accreditati. L’accreditamento è un requisito essenziale: ogni Regione mantiene un elenco ufficiale di soggetti autorizzati a operare sui propri bandi. Verificare che un ente sia accreditato significa assicurarsi che rispetti standard qualitativi e procedurali ben precisi, evitando improvvisazioni e garantendo la validità dei percorsi formativi. Howay, per esempio, è accreditato dalla Regione Lombardia.
Uno degli aspetti più fraintesi della formazione finanziata riguarda i destinatari. Spesso si pensa che i corsi gratuiti siano rivolti esclusivamente a persone disoccupate o in difficoltà, ma la realtà è molto più articolata.
Generalmente, i beneficiari della formazione finanziata includono diverse categorie. I lavoratori dipendenti possono accedere ai corsi attraverso i fondi interprofessionali, ai quali le aziende aderiscono gratuitamente per finanziare percorsi di aggiornamento e sviluppo delle competenze interne. Questo significa che un’azienda può formare il proprio personale senza sostenere costi aggiuntivi, utilizzando risorse già versate sotto forma di contributi obbligatori.
Anche imprenditori e liberi professionisti possono accedere a percorsi finanziati, soprattutto tramite bandi regionali come quelli della Formazione Continua. Questi strumenti sono pensati per sostenere la competitività delle imprese e favorire l’aggiornamento professionale in un mercato in continua evoluzione.
Chiaramente esistono anche percorsi dedicati a chi è in cerca di lavoro. In questo caso, strumenti come Forma.Temp finanziano corsi orientati all’inserimento o reinserimento lavorativo, spesso collegati a concrete opportunità occupazionali.
Ma perché esistono questi corsi gratuiti? La risposta è tutt’altro che banale. La formazione finanziata non nasce tanto come benefit, ma come strategia di crescita per il sistema economico. L’obiettivo è duplice: da un lato migliorare l’occupabilità delle persone, dall’altro aumentare la competitività delle imprese.
In altre parole, si tratta di un investimento pubblico e collettivo sulle competenze. Proprio per questo motivo, i corsi devono rispettare standard precisi e vengono finanziati solo se rispondono a reali fabbisogni del mercato del lavoro.
Accedere alla formazione finanziata può sembrare semplice sulla carta, ma nella pratica si tratta di un processo strutturato, composto da diverse fasi e regolato da criteri precisi.
Il primo passo consiste nell’individuare lo strumento più adatto: fondo interprofessionale, bando regionale o misura specifica per disoccupati. Ogni canale ha regole, tempistiche e destinatari diversi, ed è fondamentale partire da un’analisi chiara della propria situazione e degli obiettivi formativi.
Nel caso delle aziende, ad esempio, l’accesso ai fondi interprofessionali avviene tramite adesione gratuita e successiva presentazione di un piano formativo. Questo piano deve essere costruito a partire da un’analisi dei fabbisogni interni e approvato secondo criteri definiti dal fondo.
Per quanto riguarda i bandi regionali, il processo prevede la pubblicazione di avvisi pubblici, la verifica dei requisiti, la presentazione della domanda e, in caso di approvazione, l’erogazione dei corsi secondo modalità stabilite. Spesso sono previsti anche vincoli su contenuti, durata e modalità di partecipazione.
Una volta avviata la formazione, entrano in gioco ulteriori fasi: monitoraggio delle attività, tracciamento delle presenze, verifica dei risultati e rendicontazione finale. Questo passaggio è fondamentale, perché consente agli enti finanziatori di verificare che le risorse siano state utilizzate correttamente.
È proprio questa complessità a rappresentare uno dei principali ostacoli per aziende e professionisti. Senza competenze specifiche, il rischio è quello di commettere errori, perdere opportunità o non riuscire a completare correttamente l’iter.
Per questo motivo, sempre più realtà scelgono di affidarsi a enti di formazione accreditati e specializzati come il nostro, in grado di gestire l’intero processo: dall’individuazione del bando alla progettazione, fino all’erogazione e alla rendicontazione. Un supporto strutturato permette di accedere alla formazione finanziata in modo più semplice e meno ostico, trasformando una procedura complessa in un’opportunità.
Approfondimenti:

Hai presente quella sensazione di avere intorno persone in gamba, ognuna brava nel proprio ruolo, e vedere però che insieme non ingranano? Le riunioni si allungano senza decidere nulla, le tensioni restano sotto traccia, ciascuno tira per conto proprio. È il segnale che un insieme di individui capaci non fa ancora una squadra: il lavoro di squadra è un'altra cosa, e va costruito.
Non è una questione di buona volontà, ma di competenze. Comunicare con efficacia, guidare le persone e reggere la pressione sono abilità che si allenano, non doti che sbocciano da sole — e la posta in gioco è alta: secondo l'ultima rilevazione Gallup (State of the Global Workplace 2026), a livello mondiale solo il 20% dei lavoratori si sente davvero coinvolto nel proprio lavoro, con l'Europa in fondo alla classifica.
Un'esperienza di team building può accendere la scintilla — sul blog abbiamo già visto quando conviene integrarlo con la formazione, come misurarne l'efficacia nel tempo e se può essere finanziato — ma perché quella scintilla diventi un modo di lavorare servono competenze quotidiane. Qui entrano in gioco tre percorsi Howay, ognuno dedicato a una leva diversa del team working. Vediamoli.
Il primo ingranaggio di ogni squadra è la comunicazione. Non quella dei grandi annunci, ma lo scambio di tutti i giorni: ascoltare davvero, cogliere i bisogni che nessuno dice ad alta voce, affrontare le questioni spinose senza far saltare la fiducia. È qui che nascono, o si evitano, la maggior parte delle incomprensioni tra colleghi.
Comunicare con impatto in azienda parte proprio da questo. Il percorso, realizzato in partnership con la Scuola Gestalt Coaching, lavora sull'intelligenza emotiva, sulla capacità di entrare in relazione con empatia, sulla gestione delle emozioni e su quella presenza consapevole che rende ogni conversazione più nitida. Sono dodici ore in modalità webinar, in programma dal 7 al 21 ottobre 2026 (450 €), pensate per chi vuole costruire relazioni professionali capaci di reggere anche nei momenti di attrito.
C'è un fattore che, più di ogni altro, decide se un gruppo diventa squadra: chi lo guida. Lo dice un dato che dovrebbe far riflettere chiunque abbia responsabilità di coordinamento — sempre secondo Gallup, circa il 70% della variazione nel coinvolgimento di un team dipende dal suo responsabile. Quando cresce chi guida, insomma, cresce tutto il gruppo.
È a questo che risponde Dal Gruppo al Team: Strategie per PM ad Alta Leadership, rivolto a Project Manager, team leader e responsabili di funzione. In dodici ore accompagna a costruire fiducia e obiettivi condivisi, a dare feedback che spostano davvero le performance, a trasformare i conflitti in occasioni di crescita e a tenere unite squadre complesse e ibride, tra presenza e lavoro da remoto. Per adattarsi ai ritmi di chi già lavora, è disponibile in due formule da 450 €: una weekend, dal 7 al 28 novembre 2026, e una infrasettimanale, dal 19 novembre al 10 dicembre.
Immagina ora una fase di picco: scadenze ravvicinate, imprevisti a catena, il carico che sale. È il momento in cui anche i gruppi più solidi rischiano di incrinarsi, perché lo stress non resta mai un fatto privato: si riversa sulle relazioni, sul tono delle riunioni, sulla qualità del lavoro di tutti.
Gestione dello stress nasce per attrezzare le persone ad affrontare proprio questi momenti. Anche questo percorso, in collaborazione con la Scuola Gestalt Coaching, aiuta a riconoscere le proprie fonti di tensione e a trasformarle in risorsa, alternando esercizi esperienziali, consapevolezza del respiro e la costruzione di un piano d'azione personalizzato da portarsi a casa. Bastano otto ore, distribuite tra il 5 e il 12 novembre 2026 (300 €), per acquisire strumenti che tengono insieme lucidità individuale e serenità collettiva.
Comunicazione, guida e gestione della pressione non vivono in compartimenti separati: sono le tre leve che, messe insieme, fanno la differenza tra un insieme di persone e una squadra che funziona. Puoi partire da quella più urgente per la tua realtà oppure combinarle in un percorso, a seconda che tu voglia far crescere te stesso, un collaboratore o l'intero gruppo.
Come ente di formazione accreditato, Howay affianca privati e aziende su tutti e tre i fronti, e progetta anche esperienze di team building su misura per chi vuole completare il quadro. Ogni corso rilascia una certificazione Open Badge riconosciuta a livello internazionale e, iscrivendosi con almeno sessanta giorni di anticipo, dà diritto a un omaggio formativo esclusivo. Perché una squadra che funziona non è mai un colpo di fortuna: è il risultato di competenze che si possono imparare.
Approfondimenti:
Forse ti sarà capitato di sentir parlare di bilancio o rendicontazione di sostenibilità e di chiederti se sia un tema riservato alle grandi multinazionali, oppure qualcosa che riguarda da vicino anche la tua realtà. È una domanda legittima, soprattutto in un periodo in cui la sostenibilità è entrata stabilmente nel linguaggio delle imprese, dei clienti e dei candidati.
Il mondo del lavoro sta cambiando rapidamente, spinto da digitalizzazione, intelligenza artificiale, nuove generazioni e trasformazioni di mercato. In questo scenario, raccontare in modo trasparente il proprio impatto ambientale, sociale e di governance non è più un esercizio d'immagine, ma un modo concreto per costruire fiducia con chi lavora con noi e per noi.
Ecco perché vorremmo approfondire proprio cos'è una rendicontazione di sostenibilità, perché si redige e chi è davvero obbligato a farlo. Poi ti raccontiamo una scelta concreta: quella di Howay, che ha pubblicato la sua prima Relazione di Sostenibilità. Ti spieghiamo anche perché si chiama proprio "Relazione" e non "Rendicontazione", una differenza che ha un significato preciso. Il documento è disponibile per il download in fondo alla pagina.
La rendicontazione di sostenibilità è il documento con cui un'organizzazione misura e comunica i propri impegni e i propri impatti su tre dimensioni fondamentali: ambientale, sociale e di governance, quelle che vengono sintetizzate nell'acronimo ESG. In altre parole, è il modo con cui un'azienda mette nero su bianco non solo i risultati economici, ma anche l'effetto delle proprie attività sulle persone, sul territorio e sull'ambiente.
Perché un'impresa dovrebbe farlo? Le ragioni sono diverse e si rafforzano a vicenda. Il documento serve a dare trasparenza verso gli stakeholder — clienti, lavoratori, partner, istituzioni — offrendo una visione chiara e accessibile di come l'organizzazione interpreta la sostenibilità. Allo stesso tempo, rappresenta uno strumento interno prezioso, perché spinge a raccogliere, analizzare e sistematizzare dati che spesso restano sparsi. A tal proposito, a livello europeo il quadro di riferimento è rappresentato dagli European Sustainability Reporting Standards (ESRS), i principi previsti dalla normativa per garantire che le informazioni siano comparabili e affidabili.
Qui è utile fare chiarezza, perché la normativa è cambiata di recente. L'obbligo nasce dalla CSRD, recepita in Italia con il D.Lgs. 125/2024. Tra il 2025 e il 2026, però, l'Unione Europea è intervenuta con il pacchetto di semplificazione noto come Omnibus I, che ha ridisegnato in modo significativo il perimetro dei soggetti coinvolti.
Il risultato è che l'obbligo si concentra oggi sulle imprese di grandi dimensioni: in sintesi, le realtà che superano sia la soglia dei 1.000 dipendenti sia quella dei 450 milioni di euro di fatturato, oltre alle grandi società quotate già tenute a rendicontare. Gli Stati membri, Italia compresa, dovranno recepire le nuove regole entro il 19 marzo 2027. La conseguenza più rilevante è che la grande maggioranza delle piccole e medie imprese non rientra tra i soggetti obbligati.
Eppure molte organizzazioni scelgono di redigere comunque un documento di sostenibilità in forma volontaria. Le motivazioni sono concrete: rispondere alle richieste della propria filiera, rafforzare reputazione e competitività, attrarre e trattenere talenti sempre più attenti ai valori delle aziende per cui lavorano. È esattamente in questa cornice che si colloca la scelta di Howay.
Howay fa parte di W Group, il gruppo all'interno del quale opera anche MAW. Da alcuni anni MAW redige la propria rendicontazione di sostenibilità in forma volontaria, allineandosi progressivamente agli standard europei e costruendo un documento solido e completo.
In coerenza con questo percorso di gruppo, anche Howay ha deciso di muovere il primo passo. Nel 2026, infatti, pubblica per la prima volta la propria Relazione di Sostenibilità: non un obbligo di legge, ma una scelta consapevole. Per una realtà dalle dimensioni contenute, misurarsi in modo strutturato su ambiente, persone e governance significa avviare un sistema interno di raccolta e analisi dei dati ESG e costruire una base di partenza da cui far crescere il proprio impegno negli anni. Il documento, in prospettiva, è destinato a confluire nel futuro bilancio consolidato di sostenibilità di W Group, valido per tutte le società del Gruppo.
È il punto su cui vale la pena soffermarsi, perché la scelta delle parole non è casuale. La Relazione di Sostenibilità di Howay si appoggia, dal punto di vista metodologico, alla Rendicontazione di Sostenibilità di MAW, che ne costituisce il riferimento principale e più completo, redatta in conformità agli ESRS.
Trattandosi di un primo esercizio volontario, con un approccio prevalentemente narrativo e non ancora pienamente conforme agli standard europei, Howay ha scelto deliberatamente il termine "Relazione" anziché "Rendicontazione". In sostanza, la parola "rendicontazione" identifica il documento strutturato e allineato agli ESRS, mentre "relazione" comunica con onestà che siamo all'avvio di un percorso, con alcuni rimandi al documento più completo di MAW per gli aspetti condivisi. Lungi dall'essere un limite, questa precisione è essa stessa un segno di trasparenza: dire con chiarezza a che punto si è rappresenta già un modo di prendere sul serio la sostenibilità.
Il documento accompagna il lettore attraverso le tre dimensioni ESG, con dati e iniziative concrete:
I contenuti sono organizzati seguendo gli ESRS risultati materiali per l'azienda, con riferimento alle informazioni generali, ai cambiamenti climatici, alla forza lavoro, ai lavoratori della catena del valore e alla condotta d'impresa.
Scarica la Relazione di Sostenibilità di Howay!
La sostenibilità, però, non si esaurisce in un documento: prima di tutto è una cultura da costruire giorno dopo giorno. In qualità di ente di formazione accreditato, Howay affianca aziende e professionisti anche su questo terreno, con percorsi dedicati ai temi ambientali ed ESG e con esperienze come il Pantonario della sostenibilità o le attività di team building a basso impatto. Perché, come accade per la nostra Relazione, ogni cambiamento concreto inizia sempre da un primo passo.

Ti è mai capitato di vedere un'iniziativa ben pianificata deragliare per un evento che nessuno aveva previsto? Un fornitore che salta, una tecnologia che cambia in corsa, un cliente che modifica i requisiti a metà strada, un imprevisto normativo. Sono situazioni che ogni Project Manager conosce bene, e che fanno spesso la differenza tra una commessa chiusa nei tempi e nei budget previsti e una che brucia mesi di lavoro.
In tutti questi casi, la variabile decisiva non è il piano in sé, ma la capacità di anticipare ciò che potrebbe accadere. È esattamente il terreno del Risk Management, una delle competenze più ricercate nel Project Management moderno e tema centrale del corso che Howay propone con la nuova edizione in partenza il 17 settembre 2026.
Il Risk Management è la disciplina che si occupa di governare le situazioni di incertezza all'interno di un'iniziativa progettuale. Non è solo prevenzione: comprende anche il riconoscimento delle opportunità, ovvero di quegli eventi positivi che, se colti per tempo, possono migliorare il risultato finale in termini di tempi, qualità o margine.
Parlare di rischio non significa quindi essere pessimisti o cercare ostacoli ovunque, ma adottare uno sguardo lucido sulle variabili che possono influenzare un'iniziativa e prepararsi a gestirle. Per un Project Manager si traduce in una capacità ben precisa: prendere decisioni informate, allocare riserve in modo razionale e proteggere gli obiettivi del progetto senza farsi travolgere dagli eventi.
Il contesto in cui si muovono oggi le imprese rende la gestione dei rischi una competenza sempre meno opzionale. La trasformazione digitale e l'integrazione dell'intelligenza artificiale nei processi aziendali introducono variabili nuove, spesso poco prevedibili: tempi di adozione, impatto sui ruoli, qualità degli output, sicurezza dei dati. A queste si aggiungono temi che fino a pochi anni fa erano ai margini e oggi sono al centro di ogni commessa: la cybersicurezza, con la piena operatività della Direttiva NIS 2; la sostenibilità ambientale e la rendicontazione ESG; la fragilità delle catene di fornitura globali, esposte a tensioni geopolitiche e logistiche.
I dati di settore confermano la centralità del tema: secondo il Pulse of the Profession del Project Management Institute, circa un terzo dei progetti aziendali non raggiunge gli obiettivi originari di tempi, costi o qualità, e tra le cause più ricorrenti di insuccesso figurano proprio una valutazione superficiale dei rischi iniziali e una scarsa preparazione alle variabili emerse durante l'esecuzione.
In altre parole, un progetto non fallisce quasi mai per cattiva pianificazione iniziale, ma per come reagisce all'imprevisto. Servono dunque metodi rigorosi, strumenti di analisi e una grammatica condivisa per discutere le minacce e le opportunità con stakeholder, sponsor e team. Ed è proprio questa grammatica che si costruisce attraverso un percorso formativo strutturato come quello proposto da Howay.
Il processo di Risk Management parte ben prima dell'avvio dei lavori e accompagna l'intero ciclo di vita dell'iniziativa. Il primo passo è l'identificazione: capire quali sono le aree del progetto più esposte all'incertezza, censire le minacce specifiche e classificarle secondo categorie utili (tecniche, organizzative, contrattuali, finanziarie, normative). Una mappatura chiara è la base di tutto: senza un elenco strutturato, qualunque analisi successiva resta superficiale.
Una volta identificate le criticità, occorre analizzarle, scegliendo tra approccio qualitativo e quantitativo. L'analisi qualitativa stabilisce priorità incrociando probabilità e impatto, generalmente attraverso matrici e scale di valutazione. Quella quantitativa, più rigorosa, utilizza metriche numeriche e simulazioni per stimare l'impatto economico e temporale, ed è particolarmente utile nei progetti di grande dimensione. A questa fase si lega un tema delicato: la determinazione delle riserve (contingencies), ovvero quante risorse di tempo e budget mettere da parte per coprire eventuali imprevisti senza sbilanciare il piano.
A questo punto entrano in gioco le strategie di risposta: evitare il rischio modificando il piano, trasferirlo a terzi attraverso assicurazioni o contratti, ridurne probabilità o impatto con azioni mirate, oppure accettarlo consapevolmente quando i costi della mitigazione superano la criticità stessa. Esiste anche una declinazione speculare per le opportunità: sfruttarle, condividerle con partner, potenziarle o semplicemente accettarle. Pensiamo, per fare un esempio concreto, a un progetto IT che dipende dal rilascio di una nuova tecnologia da parte di un fornitore: un buon Risk Management identifica in anticipo lo scenario di un possibile ritardo, pianifica alternative tecniche praticabili e definisce in anticipo chi prende quale decisione se il ritardo si materializza. Quando l'imprevisto arriva, il team non improvvisa: applica un piano già condiviso.
La fase finale è il monitoraggio, che accompagna l'intera commessa: le criticità non sono fotografie statiche ma scenari dinamici, e vanno aggiornate periodicamente man mano che le condizioni evolvono.
Un Risk Management efficace non vive nella memoria del singolo Project Manager: ha bisogno di strumenti documentali condivisi. Il primo è il registro dei rischi di progetto, ovvero il documento operativo che tiene traccia di ogni criticità identificata, della sua valutazione, della strategia di risposta scelta, dei responsabili e dello stato di avanzamento. È lo strumento che permette di passare le consegne tra colleghi, fare reportistica a sponsor e committenti, e mantenere una visione d'insieme nelle iniziative più articolate.
Accanto al registro, le organizzazioni più mature costruiscono nel tempo un database aziendale dei rischi, una memoria storica che raccoglie le esperienze maturate sui progetti passati. È una risorsa preziosa, perché permette di apprendere dagli errori, di anticipare scenari ricorrenti e di costruire stime sempre più realistiche per le nuove commesse. In molte aziende strutturate questo database è oggi integrato con i sistemi di pianificazione e controllo, in modo che la gestione delle incertezze sia parte naturale del flusso operativo e non un'attività separata e isolata.
Il corso di Risk Management di Howay, in programma dal 17 al 24 settembre 2026 in modalità webinar online, è pensato per fornire ai Project Manager un quadro completo e operativo della disciplina. Si tratta di un percorso di 8 ore concentrate, accessibile sia ai privati sia alle aziende, costruito per portare i partecipanti dalla teoria all'applicazione concreta in tempi rapidi e con un costo concorrenziale rispetto alla media del mercato della formazione manageriale.
Il programma è articolato per coprire tutti gli aspetti della disciplina: dai principi generali e dalle definizioni di rischio e opportunità, ai ruoli coinvolti nei processi di gestione; dalle tecniche per l'identificazione delle aree di rischio alla classificazione strutturata, fino alle metodologie per l'analisi qualitativa e quantitativa con le relative metriche di misurazione. Una parte importante del percorso è dedicata alla determinazione delle riserve (contingencies), un tema spesso trascurato ma decisivo per la solidità del piano economico, e alle principali strategie di risposta ai rischi, declinate sia per le minacce sia per le opportunità.
Il corso affronta poi gli aspetti più operativi: la pianificazione dei processi di gestione e di monitoraggio dei rischi, la documentazione di progetto con focus sul registro dei rischi e sul database aziendale, e infine l'integrazione del Risk Management con gli altri processi del Project Management, in particolare la pianificazione e il controllo di tempi e costi, l'amministrazione contrattuale e l'approvvigionamento. Un percorso completo, pensato per chi vuole governare i progetti con maggiore sicurezza decisionale, e non subirne le sorprese.
Al termine, i partecipanti ricevono una certificazione digitale Open Badge, riconosciuta a livello internazionale, che attesta le competenze acquisite e arricchisce concretamente il proprio profilo professionale. Howay propone inoltre un Giveaway formativo esclusivo per chi si iscrive con almeno 60 giorni di anticipo rispetto alla data di inizio: un omaggio legato alle competenze più richieste dal mercato del lavoro, pensato per moltiplicare il valore del percorso formativo scelto.
Il corso si rivolge in primo luogo ai Project Manager che gestiscono progetti articolati e vogliono strutturare con metodo la propria gestione del rischio, ma è altrettanto utile per capi commessa, program manager, controller di progetto e responsabili di funzione che lavorano in contesti dove l'incertezza pesa sulle scelte quotidiane. È pensato anche per chi opera in settori particolarmente esposti all'imprevisto, come industria, IT, costruzioni, consulenza e servizi finanziari.
In qualità di ente formativo accreditato del gruppo W Group, Howay propone con questo percorso una formazione concreta e operativa, costruita per generare risultati visibili sui progetti reali. È possibile esplorare la scheda completa del corso, consultare l'intera area tematica di Project Management per scoprire gli altri percorsi correlati, oppure contattare Howay per costruire un percorso formativo su misura per la propria azienda o per il proprio team.
Approfondimenti:

Ti capita di sentir parlare di intelligenza artificiale ovunque — nelle riunioni, sui giornali, tra i colleghi — e di chiederti come usarla davvero nel tuo lavoro, in Azienda, al di là delle parole? È una sensazione comune, perché l'AI è passata in pochissimo tempo da promessa futura a competenza del presente.
I numeri raccontano un'accelerazione evidente. Secondo il Rapporto annuale 2026 dell'ISTAT, tra il 2023 e il 2025 la quota di imprese italiane che utilizzano almeno una tecnologia di intelligenza artificiale è più che triplicata, passando dal 6% al 16,4%. Eppure, quando si chiede alle piccole e medie imprese che non l'hanno ancora adottata quale sia l'ostacolo principale, la risposta è quasi sempre la stessa: la mancanza di competenze interne.
C'è poi un dato che riguarda da vicino chi lavora. Secondo il Barometro 2026 di Planeta e GAD3, il 75% dei professionisti italiani non ha mai ricevuto una formazione strutturata sull'IA, e oltre la metà vorrebbe farla senza averne avuto l'occasione. La buona notizia è che non si tratta di "essere sostituiti", ma di imparare a far lavorare l'AI per te. In questo articolo vediamo perché conviene formarsi adesso e quali corsi sull'intelligenza artificiale propone Howay con il percorso Unlock AI, compresi i due in arrivo in autunno.
Per molto tempo la formazione tecnologica è stata percepita come qualcosa riservato agli addetti ai lavori. Oggi non è più così: l'AI tocca trasversalmente il marketing, il controllo di gestione, le risorse umane, la logistica e praticamente ogni funzione aziendale. La domanda non è più "se" imparare a usarla, ma "come" farlo in modo concreto e responsabile.
A tal proposito, è utile sgombrare il campo da un equivoco. Le analisi più recenti sul mercato del lavoro italiano — come il rapporto L'IA nel mercato del lavoro italiano di Anitec-Assinform e Politecnico di Torino — parlano più di augmentation che di sostituzione: l'intelligenza artificiale tende a ridisegnare le mansioni, alleggerendo le attività ripetitive e dando più valore a quelle di supervisione, interpretazione e decisione. In altre parole, l'AI non sostituisce la professionalità delle persone: la potenzia, a patto di saperla governare.
Per chi già lavora, quindi, l'obiettivo non è diventare un programmatore, ma acquisire la capacità di integrare gli strumenti di AI nelle attività quotidiane per guadagnare tempo, qualità e lucidità nelle decisioni. Ed è proprio qui che la formazione fa la differenza, perché trasforma uno strumento potente ma generico in una leva di produttività su misura del tuo ruolo.
Unlock AI è l'area tematica con cui Howay raccoglie i propri percorsi dedicati all'intelligenza artificiale generativa e ai suoi usi concreti nel lavoro. I corsi sono pensati per chi vuole passare dalla teoria alla pratica, con casi d'uso reali, strumenti operativi e prompt pronti da utilizzare fin da subito.
Si tratta di percorsi erogati in modalità webinar, della durata di 12 ore (6 ore per il corso introduttivo), con iscrizione aperta sia ai privati sia alle aziende. Al termine ricevi una certificazione digitale Open Badge, riconosciuta a livello internazionale, che attesta le competenze acquisite. Un dettaglio utile da tenere a mente: iscrivendoti con almeno 60 giorni di anticipo rispetto alla data di inizio, ottieni anche un omaggio formativo esclusivo, legato alle competenze più richieste dal mercato.
Tra i percorsi del catalogo, due aprono le iscrizioni per le edizioni autunnali:
Accanto ai corsi in calendario, l'area Unlock AI comprende altri percorsi le cui ultime edizioni si sono già concluse, ma che restano disponibili in forma personalizzata su richiesta, per un singolo professionista o per il team di un'azienda:
In sostanza, Unlock AI copre l'intero arco di maturità: dalle basi per orientarsi fino alle applicazioni verticali per ruoli e funzioni specifiche.
I percorsi sono aperti tanto ai privati quanto alle aziende. Se sei un professionista, rappresentano un'occasione concreta di upskilling individuale, con cui aggiungere al tuo profilo una competenza tra le più ricercate. Se invece guidi un'azienda o un team, la formazione aziendale sull'AI può essere progettata su misura, partendo dai reali fabbisogni delle persone e dei processi.
Per iscriverti è sufficiente accedere al catalogo Unlock AI e scegliere il corso più in linea con i tuoi obiettivi, ricordando l'omaggio riservato a chi si iscrive con 60 giorni di anticipo. In qualità di ente di formazione accreditato, Howay affianca persone e organizzazioni in questo percorso con un approccio pratico e orientato ai risultati, perché l'intelligenza artificiale diventi davvero uno strumento di lavoro quotidiano e non solo un argomento di cui sentir parlare.
Scopri tutti i corsi sull'intelligenza artificiale di Howay: area Unlock AI
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