
Ottenere un finanziamento per corsi rappresenta una grande opportunità per le aziende: significa poter riqualificare i propri dipendenti, aggiornare le competenze in linea con i cambiamenti del mercato e far crescere il proprio business, il tutto senza dover intaccare il bilancio interno.
I corsi finanziati per aziende, infatti, vengono spesso messi a disposizione attraverso bandi pubblici rivolti soprattutto a piccole e medie imprese e liberi professionisti che, come sappiamo, devono fare i conti con budget limitati e per questo motivo sono talvolta costretti a rinunciare alla formazione.
Se a questo si aggiunge il fatto che l’iter burocratico per accedere ai finanziamenti aziendali può risultare complesso e non privo di rischi, è facile capire perché molte imprese e professionisti rinuncino in partenza alle opportunità messe a disposizione dagli enti pubblici. Non solo: come consulenti, ci capita spesso di confrontarci con aziende che non hanno piena consapevolezza di quante e quali opportunità di formazione finanziata siano disponibili per loro.
In questo articolo vogliamo quindi invitarti a prestare attenzione agli errori da non commettere quando si parla di corsi gratuiti per dipendenti e liberi professionisti e spiegarti perché Howay può diventare il partner ideale in questo percorso.
Uno degli errori più frequenti quando si parla di finanziamenti per la formazione riguarda la lettura superficiale del bando. Può sembrare banale, ma in realtà è un problema molto diffuso: molte aziende si limitano a consultare velocemente i requisiti principali o le informazioni riassuntive, senza analizzare l’intero documento.
I bandi pubblici, infatti, contengono indicazioni molto precise che riguardano requisiti di accesso, modalità di presentazione della domanda, tipologia di corsi finanziabili, tempistiche e documentazione richiesta. Trascurare anche solo un dettaglio può compromettere la possibilità di accedere al finanziamento o, nei casi peggiori, portare all’esclusione della domanda.
Non bisogna dimenticare che ogni bando ha regole specifiche. Alcuni prevedono criteri di priorità, altri stabiliscono limiti legati alla dimensione aziendale o al settore di attività. Ci sono poi indicazioni tecniche che riguardano la progettazione dei corsi, le modalità di erogazione della formazione o le spese considerate ammissibili.
Per questo motivo è fondamentale leggere attentamente il bando in ogni sua parte e verificare con precisione cosa viene richiesto.
Un altro errore piuttosto comune riguarda la documentazione necessaria per presentare la domanda di finanziamento. I bandi pubblici richiedono quasi sempre una serie di documenti amministrativi e tecnici che devono essere compilati correttamente, firmati dove previsto e allegati secondo le modalità indicate.
Può capitare che alcune aziende inviino la domanda con documenti mancanti, moduli compilati in modo parziale oppure certificazioni non aggiornate. In altri casi si utilizzano versioni obsolete dei moduli richiesti dal bando o si trascurano allegati che vengono considerati secondari ma che, in realtà, fanno parte integrante della pratica.
Quando la documentazione non è completa o presenta irregolarità, il rischio è quello di vedere la domanda respinta oppure di dover affrontare richieste di integrazione che rallentano l’intero processo. In contesti competitivi, dove i finanziamenti vengono assegnati anche in base all’ordine di arrivo o alla qualità della proposta, questi ritardi possono fare la differenza.
Quando si individuano opportunità di finanziamento interessanti, può essere forte la tentazione di presentare comunque la domanda anche se non si soddisfano tutti i requisiti richiesti dal bando. Alcune aziende pensano che la mancanza di un solo requisito possa essere tollerata oppure valutata con una certa flessibilità.
In realtà, i criteri di ammissibilità rappresentano una delle condizioni fondamentali per accedere ai finanziamenti pubblici. I bandi stabiliscono con precisione quali soggetti possono partecipare, in base a elementi come la dimensione dell’impresa, il settore di attività, la sede operativa o la tipologia di lavoratori coinvolti nei percorsi formativi.
Se anche uno solo di questi requisiti non viene rispettato, la domanda rischia di essere esclusa già nella fase iniziale di valutazione. Questo significa aver investito tempo e risorse nella preparazione della pratica senza alcuna possibilità concreta di ottenere il finanziamento.
Un’analisi preliminare, effettuata anche da un team di professionisti come il nostro, consente di capire se l’azienda rientra effettivamente tra i beneficiari e di concentrare gli sforzi solo sulle opportunità realmente accessibili.
Può capitare che alcune aziende scelgano i percorsi formativi semplicemente perché disponibili o gratuiti, senza valutare se siano davvero utili per il proprio contesto organizzativo.
La formazione, però, non dovrebbe mai essere improvvisata. Ogni percorso dovrebbe nascere da un’analisi reale dei fabbisogni interni dell’azienda: quali competenze mancano? Quali aggiornamenti sono necessari per affrontare i cambiamenti del mercato? Quali figure professionali hanno bisogno di rafforzare o sviluppare nuove abilità?
Scegliere corsi senza una visione chiara rischia di trasformare un’opportunità in un investimento poco efficace. I dipendenti partecipano a programmi formativi che non hanno un reale impatto sul lavoro quotidiano, mentre l’azienda non ottiene benefici in termini di crescita, innovazione o miglioramento dei processi.
I finanziamenti pubblici rappresentano invece un’occasione preziosa per progettare percorsi di formazione mirati e coerenti con gli obiettivi aziendali. Quando i corsi vengono selezionati in modo strategico, la formazione diventa uno strumento capace di rafforzare le competenze interne, migliorare l’organizzazione del lavoro e sostenere lo sviluppo dell’impresa nel medio e lungo periodo.
Un altro errore che può compromettere l’accesso ai finanziamenti riguarda la gestione delle tempistiche. I bandi pubblici, come quelli proposti dalla Regione Lombardia, stabiliscono sempre scadenze precise entro cui presentare la domanda, e non sono previste eccezioni per chi invia la documentazione in ritardo.
Può sembrare un dettaglio scontato, ma in realtà molte aziende iniziano a informarsi sui finanziamenti quando la scadenza è ormai vicina. In queste situazioni il tempo disponibile per analizzare il bando, raccogliere la documentazione e progettare il piano formativo diventa molto limitato.
Preparare una domanda richiede infatti diversi passaggi: verificare i requisiti di accesso, definire i percorsi di formazione, raccogliere i documenti amministrativi e compilare correttamente tutta la modulistica prevista. Quando questi passaggi vengono affrontati all’ultimo momento, aumenta il rischio di commettere errori o di non riuscire a completare la pratica in tempo.
Una pianificazione accurata consente di preparare la domanda in modo più efficace e di presentarla senza la pressione delle scadenze imminenti.
Un equivoco piuttosto diffuso tra imprese e professionisti riguarda la possibilità di combinare più strumenti di agevolazione. Alcune aziende sono convinte che i finanziamenti pubblici non possano essere cumulati tra loro e, per questo motivo, si limitano a sfruttare una sola opportunità.
In realtà, in molti casi esistono strumenti che possono essere integrati tra loro, nel rispetto delle regole previste dalla normativa e dai singoli bandi. Questo significa che, con una corretta pianificazione, è possibile costruire percorsi di formazione più ampi e strutturati, sfruttando diverse opportunità disponibili.
Un altro errore collegato a questa convinzione riguarda la gestione delle spese. Alcune imprese decidono di sostenere costi per la formazione prima ancora di aver presentato la domanda di finanziamento, rischiando così di perdere la possibilità di far rientrare quelle spese tra quelle ammissibili.
Per questo motivo è sempre importante valutare con attenzione le condizioni previste dai bandi e comprendere quali agevolazioni possano essere effettivamente combinate tra loro.
Tra tutti gli errori possibili, forse il più rilevante è sottovalutare la complessità dell’intero processo. Accedere ai finanziamenti per la formazione non significa semplicemente compilare un modulo: richiede competenze specifiche, attenzione alle regole dei bandi e una gestione accurata di tutte le fasi della pratica.
Dalla scelta del bando più adatto alla progettazione del piano formativo, fino alla presentazione della domanda e alla rendicontazione finale, ogni passaggio richiede precisione e conoscenza delle procedure. Per molte aziende, gestire tutto questo internamente può diventare impegnativo, soprattutto quando il reparto amministrativo è già impegnato nelle attività quotidiane.
Affidarsi a un partner specializzato come Howay permette invece di affrontare il percorso della formazione finanziata con maggiore tranquillità. Un supporto esperto consente di individuare i bandi più adatti alla propria impresa, monitorare le opportunità disponibili e analizzare i reali fabbisogni formativi dell’organizzazione.
Inoltre, un partner qualificato può occuparsi della progettazione dei percorsi formativi, della gestione della pratica burocratica e dell’erogazione dei corsi, fino alla rendicontazione finale richiesta dagli enti finanziatori. In questo modo l’azienda può concentrarsi sul proprio lavoro, sapendo di poter contare su un supporto competente per valorizzare al meglio le opportunità di formazione finanziata.
Approfondimenti:

Nella tua azienda qualcuno usa ChatGPT per scrivere le email? Il reparto marketing genera immagini con l'intelligenza artificiale, l'amministrazione si fa aiutare a costruire una formula complessa, le Risorse Umane provano uno strumento che ordina i curriculum? Se hai risposto sì anche a una sola di queste domande, c'è un obbligo europeo che riguarda direttamente la tua organizzazione — e la maggior parte delle imprese italiane non sa ancora di doverlo rispettare.
Si tratta dell'obbligo di alfabetizzazione in materia di intelligenza artificiale, previsto dall'articolo 4 del Regolamento UE 2024/1689, meglio conosciuto come AI Act, in vigore dal 2 febbraio 2025. Per orientarsi tra requisiti e adempimenti, i due riferimenti ufficiali sono le domande e risposte sull'alfabetizzazione AI pubblicate dalla Commissione europea e il testo del cosiddetto omnibus digitale, il Regolamento UE 2026/1744 pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell'Unione europea il 24 luglio 2026 ed entrato in vigore il 27 luglio 2026, che ha modificato proprio la norma di cui parliamo. Sono le fonti da cui è tratto questo articolo e a cui rimandiamo per ogni approfondimento.
Nei prossimi paragrafi vediamo chi è concretamente coinvolto, cosa chiede oggi la norma dopo l'ultima riforma, da quando scattano i controlli, cosa fare in pratica e perché questo obbligo, letto bene, è più un'opportunità che un fastidio burocratico.
L'AI Act è il primo quadro normativo organico al mondo dedicato all'intelligenza artificiale. Il suo impianto ruota attorno al concetto di rischio: più un sistema può incidere sui diritti delle persone, più stringenti diventano gli obblighi per chi lo sviluppa e per chi lo utilizza. Le regole entrano in vigore in modo scaglionato, ed è proprio questo a generare confusione: molte imprese si sono convinte di avere ancora tempo davanti.
Il punto è che l'articolo 4, dedicato all'alfabetizzazione, si applica già dal 2 febbraio 2025. C'è però una data che le aziende dovrebbero segnare in agenda: le norme su vigilanza ed esecuzione si applicano dal 3 agosto 2026, con le autorità nazionali di vigilanza del mercato — e non l'Ufficio per l'IA della Commissione — che iniziano a operare in questo ambito dal 2 agosto 2026. Fino a quel momento l'obbligo esisteva ma senza un apparato di controllo pienamente attivo; da lì in avanti la situazione cambia. In altre parole, il tempo dell'attesa è finito.
C'è di più, ed è l'aspetto che spesso sfugge: a differenza degli obblighi documentali più pesanti, che riguardano soltanto i sistemi classificati ad alto rischio, l'obbligo di alfabetizzazione vale per tutti i sistemi di IA, a prescindere dal livello di rischio. Le stesse FAQ della Commissione lo chiariscono con un esempio concreto: un'azienda i cui dipendenti usano ChatGPT anche solo per scrivere testi o tradurre deve comunque informarli sui rischi specifici, come le cosiddette "allucinazioni", cioè le risposte inventate ma verosimili.
Qui c'è la novità più importante, che rende superata gran parte di ciò che si legge ancora in giro. La versione originaria dell'articolo 4 imponeva a fornitori e deployer di garantire un livello sufficiente di alfabetizzazione del personale. Con il regolamento omnibus, in vigore dal 27 luglio 2026, quella formulazione è stata alleggerita: l'obbligo diventa quello di adottare misure per sostenere lo sviluppo dell'alfabetizzazione delle proprie persone, e il testo chiarisce che non è imposto il raggiungimento di un livello di competenza specifico per ciascun individuo.
Attenzione a non fraintendere: non è stato cancellato nulla. L'adempimento resta vincolante per fornitori e deployer, che devono comunque attivarsi concretamente. È cambiato l'accento, che si sposta da un obbligo di risultato uniforme a un impegno proporzionato al contesto d'uso, ai rischi dei sistemi impiegati e alle caratteristiche dell'organizzazione. La ragione è pratica: un obbligo identico per la multinazionale e per la microimpresa si era rivelato troppo rigido. Restano inoltre fermi gli obblighi più stringenti previsti per chi utilizza sistemi ad alto rischio, dove la formazione del personale è un presidio di sicurezza irrinunciabile.
La norma individua due categorie: i fornitori, cioè chi sviluppa e immette sul mercato sistemi di IA, e i deployer, termine tecnico che indica semplicemente chi utilizza questi sistemi nell'ambito della propria attività professionale. È la seconda categoria a interessare la stragrande maggioranza delle imprese.
Non conta la dimensione dell'azienda, né il settore, né quanto sofisticato sia lo strumento adottato. Uno studio professionale di tre persone che usa l'IA per riassumere documenti è un deployer esattamente come una multinazionale che ha integrato modelli predittivi nella propria logistica. Cambia la proporzione delle misure da adottare, non l'esistenza dell'obbligo. E il perimetro, come precisa la Commissione, non si ferma ai dipendenti: comprende anche chi opera con questi sistemi per conto dell'organizzazione, quindi collaboratori esterni, appaltatori e fornitori di servizi, che devono possedere competenze adeguate al compito esattamente come il personale interno.
Tradurre l'obbligo in azioni concrete è più semplice di quanto sembri. Le FAQ della Commissione indicano un contenuto minimo, che si può riassumere in quattro passaggi.
Su un punto la Commissione è netta: affidarsi alle sole istruzioni per l'uso di uno strumento, o limitarsi a chiedere al personale di leggerle, in molti casi non basta. Servono misure reali. Vale la pena aggiungere due precisazioni che tolgono ansia a chi teme adempimenti pesanti: non è richiesto alcun certificato obbligatorio — è sufficiente tenere un registro interno delle formazioni svolte — e non serve nominare un "responsabile IA" né istituire un organo di governance dedicato. La conformità, però, non si esaurisce nel corso: è utile definire anche regole interne chiare su cosa è consentito fare con questi strumenti, soprattutto quando entrano in gioco dati riservati o personali.
Su questo punto conviene fare chiarezza, perché circolano cifre allarmistiche. Le multe più pesanti previste dall'AI Act — quelle che arrivano a decine di milioni di euro — riguardano le pratiche vietate, non l'obbligo di alfabetizzazione. L'articolo 4, di per sé, non è assistito da una sanzione autonoma.
Le autorità nazionali di vigilanza potranno comunque adottare misure in caso di violazione, sulla base delle leggi nazionali di recepimento, con un approccio dichiaratamente proporzionato: ogni eventuale sanzione va rapportata alla gravità del caso. La Commissione segnala però una circostanza da tenere presente: una contestazione diventa più probabile se si verifica un danno riconducibile alla mancanza di formazione adeguata del personale. In altre parole, il rischio concreto non è la multa astratta, ma trovarsi impreparati quando qualcosa va storto.
Sarebbe riduttivo leggere tutto questo come un adempimento in più. Le competenze legate all'intelligenza artificiale sono oggi tra le più richieste in assoluto sul mercato del lavoro, come abbiamo raccontato parlando delle competenze più richieste entro il 2030: formarsi non serve solo a rispettare una norma, ma a lavorare meglio.
C'è poi una considerazione di rischio operativo. Un collaboratore che non sa riconoscere un risultato inattendibile può inserire in un documento ufficiale un dato inventato; uno che non conosce le regole sulla riservatezza può caricare informazioni sensibili su una piattaforma esterna. Sono errori che nascono dall'inconsapevolezza, non dalla cattiva volontà, e la formazione è l'unico antidoto realmente efficace. Difatti, le organizzazioni che investono in alfabetizzazione ottengono in genere due risultati insieme: riducono i rischi e aumentano la produttività, perché le persone iniziano a usare gli strumenti nel modo giusto. Non a caso, tra gli strumenti di supporto pensati anche per le piccole imprese, la Commissione richiama la rete europea dei poli per l'innovazione digitale (EDIH), che offre formazione e funge da primo punto di riferimento sull'AI Act.
In qualità di ente di formazione accreditato del gruppo W Group, Howay accompagna imprese e professionisti proprio su questo terreno. L'area Unlock AI raccoglie percorsi che spaziano dalle basi dell'intelligenza artificiale generativa fino alle applicazioni verticali per singole funzioni aziendali, dal controllo di gestione alla selezione del personale: li abbiamo raccontati nell'articolo dedicato ai corsi di intelligenza artificiale per aziende.
Per le organizzazioni che devono costruire un percorso di alfabetizzazione strutturato, i corsi possono essere progettati su misura sui reali fabbisogni e, in molti casi, finanziati attraverso i fondi disponibili, riducendo o azzerando il costo a carico dell'impresa. Ogni corso rilascia una certificazione digitale Open Badge, utile anche come evidenza formativa da conservare nel registro interno. Se vuoi capire da dove partire, ti basta contattarci per una valutazione della situazione della tua azienda.
Trattandosi di una materia in rapida evoluzione, le informazioni di questo articolo hanno scopo divulgativo e non sostituiscono una valutazione legale sulla specifica situazione aziendale.
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Ci risiamo. Hai inviato 20 candidature e non hai ricevuto nemmeno una risposta. Nessun colloquio, nessun riscontro, spesso nemmeno una mail di cortesia. È una delle esperienze più frustranti per chi cerca lavoro, e la spiegazione più comune "evidentemente non ero all'altezza". quasi mai è quella giusta.
La verità è che, nella maggior parte dei casi, il tuo curriculum non è neanche stato letto da una persona. O meglio: prima di arrivare sulla scrivania di qualcuno è passato attraverso un sistema informatico che lo ha ordinato, classificato e, in qualche caso, messo in fondo alla pila. Sapere come funziona quel passaggio non è un trucco per aggirare la selezione: è semplicemente il modo per non farsi scartare per motivi che nulla hanno a che vedere con le tue capacità.
Ma quindi come vengono letti e selezionati i curriculum? Scopriamo cosa cerca davvero un sistema automatico (nelle aziende che lo usano), quali sono gli errori che ti penalizzano prima ancora di un occhio umano e cosa fa la differenza quando il tuo profilo arriva finalmente a una persona in carne e ossa.
Le aziende più grandi e le agenzie per il lavoro ricevono per ogni posizione decine, a volte centinaia di candidature. Per gestirle utilizzano software gestionali dedicati, spesso chiamati ATS (Applicant Tracking System): sistemi che raccolgono i curriculum, ne estraggono le informazioni principali e li organizzano in un archivio consultabile per criteri.
Negli ultimi anni questi strumenti si sono evoluti parecchio. Alle ricerche per parole chiave si è affiancato lo screening semantico, che valuta la corrispondenza tra il profilo e la posizione anche quando le parole usate non sono identiche, e che si appoggia sempre più spesso a tecnologie di intelligenza artificiale. È un ambito, va detto, che la normativa europea considera delicato: i sistemi impiegati nella selezione del personale rientrano tra quelli soggetti a maggiori tutele, proprio perché incidono su opportunità concrete delle persone.
Questo significa che dall'altra parte non c'è un meccanismo cieco che decide al posto tuo. La decisione resta umana. Il punto è un altro: la macchina stabilisce l'ordine con cui i profili vengono guardati, e nella pratica un curriculum che finisce in fondo alla lista rischia di non essere mai aperto.
Partiamo da un principio che vale sempre: non esiste un curriculum universale valido per ogni posizione. Il documento che farai andrà necessariamente adattato all'annuncio, e non per pigrizia di chi seleziona, ma perché la corrispondenza tra profilo e ruolo è esattamente ciò che viene misurato.
Le indicazioni pratiche più utili sono tre, e sono tutte alla portata di chiunque.
Usa le parole dell'annuncio: se l'offerta per cui ti stai candidando parla di "gestione del magazzino" e tu hai scritto "logistica interna", il sistema potrebbe non cogliere la corrispondenza. Riprendere la terminologia usata nell'annuncio, ovviamente solo dove corrisponde al vero, è il modo più semplice per farsi riconoscere.
Scegli un formato leggibile: i layout molto grafici, con colonne multiple, tabelle, icone al posto delle parole o testo inserito dentro un'immagine, mettono in difficoltà i sistemi di estrazione. Un documento pulito, con sezioni chiare e titoli espliciti, viene interpretato meglio.
Sii esplicito sulle informazioni chiave: ruolo, periodo, azienda, competenze e titoli devono essere scritti in modo diretto e ordinato, senza costringere nessuno, persona o software, a dedurre.
A tal proposito, chi non sa da dove cominciare può guardare al modello Europass, il formato promosso dalla Commissione europea: non è obbligatorio né sempre il più elegante, ma ha il pregio di essere strutturato in modo chiaro e universalmente comprensibile, ed è un buon punto di partenza per capire quali informazioni non possono mancare. Utilizzare il CV Formato Europeo, o qualcosa di simile a livello di semplicità è la scelta migliore.
Alcuni scivoloni ricorrono con impressionante regolarità. Il più diffuso è inviare lo stesso curriculum a tutti: un profilo generico non corrisponde bene a nessuna posizione in particolare, e la pretesa di andare bene per ogni ruolo finisce per comunicare l'esatto contrario.
C'è poi il problema opposto, cioè la densità artificiale di parole chiave: riempire il documento di termini presi dall'annuncio nella speranza di scalare le classifiche. È una strategia che oggi non funziona più con i sistemi evoluti e che, quando il curriculum arriva a una persona, produce un'impressione pessima.
Altri errori sono più banali ma altrettanto costosi: buchi temporali non spiegati: un periodo di formazione, di cura familiare o di riqualificazione va semplicemente raccontato, non nascosto, oppure informazioni di contatto incomplete, file salvati con nomi impresentabili, elenchi infiniti di esperienze irrilevanti che seppelliscono quelle importanti. E, naturalmente, gli errori di ortografia, che restano il segnale più immediato di scarsa cura.
Superato il primo filtro, cambiano le regole del gioco. Chi seleziona dedica pochissimo tempo alla prima scrematura, quindi la parte alta del documento è la più preziosa: una breve presentazione professionale, tre o quattro righe che spieghino chi sei e cosa cerchi, vale più di qualsiasi elenco.
Da lì in avanti, ciò che distingue un buon curriculum è la concretezza dei risultati. "Mi sono occupato di customer service" dice poco; "ho gestito un portafoglio di ottanta clienti riducendo i tempi medi di risposta" dice molto. Non servono numeri inventati: basta descrivere cosa facevi davvero e con quali effetti.
Vale la pena ricordare, infine, che chi legge non è una macchina neppure nel senso emotivo del termine. Sul risultato di una candidatura incidono elementi che nessun software misura: la coerenza del percorso, la chiarezza con cui ci si racconta, la capacità di trasmettere affidabilità; che poi diventano decisivi al colloquio, dove entrano in gioco anche linguaggio del corpo e comunicazione non verbale.
Un ultimo aspetto riguarda il contenuto, più che la forma. A parità di esperienza, oggi emergono i profili che dimostrano di essersi aggiornati: competenze digitali, familiarità con gli strumenti di intelligenza artificiale, capacità di lavorare con i dati, ma anche competenze relazionali e organizzative. Ne abbiamo parlato diffusamente nell'articolo dedicato alle competenze più richieste entro il 2030.
Attenzione a come le presenti: scrivere "buona conoscenza dell'inglese" o "ottime capacità relazionali" non convince più nessuno, perché lo scrivono tutti. Molto più efficace indicare certificazioni verificabili, corsi effettivamente frequentati con l'ente che li ha erogati, attestati digitali come gli Open Badge, che sono riconosciuti a livello internazionale e possono essere condivisi e verificati online. Sono elementi che il sistema riconosce e che la persona apprezza, perché trasformano un'affermazione in un fatto documentato.
Se senti di avere esperienza ma poche competenze certificate da mettere nero su bianco, la strada più concreta è colmare quel vuoto: in qualità di ente di formazione accreditato del gruppo W Group, Howay propone percorsi che coprono sia le competenze tecniche sia quelle trasversali, con il rilascio di attestazioni digitali spendibili proprio in fase di candidatura. Puoi esplorare il catalogo completo e scegliere l'area più vicina al tuo obiettivo professionale.
Un curriculum, in fondo, non è un elenco di ciò che hai fatto: è la prima dimostrazione di come lavori. Ordinato, mirato e onesto, supera i filtri automatici perché è pensato bene — non perché è stato costruito per ingannarli.
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Ti è mai capitato di ritrovarti a guidare un gruppo di persone in gamba e di accorgerti che, nonostante le competenze di ciascuno, la squadra non gira come dovrebbe? Motivazione altalenante, piccoli conflitti che si trascinano, talenti che dopo un po' se ne vanno senza un vero perché. Guidare le persone è un mestiere a sé, diverso dal saper fare bene il proprio lavoro — e come ogni mestiere si impara.
Lo confermano anche i dati: secondo Gallup, circa il 70% della variazione nel coinvolgimento di un team dipende da chi lo guida. In altre parole, la differenza tra un gruppo che si limita a "portare a casa il compito" e uno che dà davvero il meglio passa in gran parte dalle competenze di chi lo coordina. È esattamente il terreno del People Management.
In questo articolo vediamo cosa comprende l'area People Management di Howay, quali corsi sono in programma in questo momento, quali percorsi restano attivabili su misura e come accedervi, sia come azienda sia come singolo professionista.
Con People Management si intende l'insieme di strumenti e capacità che servono a guidare le persone e i team: comunicazione, motivazione, gestione dei talenti, dei conflitti e del cambiamento. Non riguarda solo chi ha un ruolo dirigenziale, ma chiunque coordini colleghi, progetti o funzioni in contesti organizzativi sempre più complessi.
La buona notizia, come dicevamo, è che si tratta di competenze che si sviluppano. La leadership, l'ascolto, la capacità di dare feedback e di valorizzare le persone non sono doti innate riservate a pochi, ma abilità che con il giusto percorso si acquisiscono e si affinano. Proprio per questo Howay dedica a quest'area un pacchetto formativo ampio, che spazia dalla gestione strategica delle Risorse Umane fino agli strumenti pratici del lavoro quotidiano.
L'offerta dell'area è varia e tocca sia la gestione strategica delle Risorse Umane sia gli strumenti più operativi del lavoro quotidiano. Ecco i percorsi con le iscrizioni attualmente aperte, il link per accedervi è questo.
HR Business Partner: creare valore attraverso modelli operativi strategici (dal 10 al 24 settembre 2026, 750 €). È il corso più strategico dell'area, pensato per chi lavora nelle Risorse Umane e vuole far compiere alla propria funzione un salto di ruolo: da gestore di processi a vero partner del business. Lavorando sul modello di Dave Ulrich e sull'evoluzione dei Service Delivery Model, insegna a ripensare ruoli, governance e processi HR in chiave di efficacia e impatto. Ampio spazio è dedicato alle HR analytics, alla lettura dei KPI e dei driver economici, per sviluppare quel business acumen che permette di costruire business case credibili, orientati al ROI, e di comunicare il valore generato dalle persone nel linguaggio della direzione.
I filtri percettivi e la gestione degli stati interni del recruiter (dall'11 al 25 settembre 2026, 450 €). Ogni scelta nasce dal modo in cui osserviamo il mondo, e in un colloquio di selezione questo pesa più di quanto si creda. Il percorso, costruito sulle tecniche della Programmazione Neuro-Linguistica, accompagna chi seleziona a riconoscere i filtri mentali e i metaprogrammi che condizionano il giudizio, così da mantenere centratura e neutralità anche nelle situazioni più complesse. L'obiettivo è potenziare ascolto, calibrazione e qualità del feedback, trasformando la selezione da giudizio automatico a valutazione consapevole: un vero e proprio esercizio di intelligenza relazionale.
Il leader coach: da manager a leader, da leader a coach (formula infrasettimanale, dal 5 al 26 ottobre 2026, 450 €). Un webinar dal taglio esperienziale e pragmatico, rivolto a chi gestisce team e vuole essere riconosciuto come leader, non soltanto come responsabile. Attraverso esercizi di team coaching, i partecipanti imparano a liberare, indirizzare e valorizzare il potenziale di ogni collaboratore, spostando il proprio stile da direttivo ad abilitante. È il percorso ideale per manager, team leader, imprenditori e professionisti HR che vogliono far crescere le persone insieme ai risultati.
Lettura e interpretazione della busta paga (dal 29 ottobre al 19 novembre 2026, 400 €). Il più concreto del gruppo: un corso che insegna a leggere il cedolino voce per voce e a capire davvero come si formano retribuzione e contribuzione. Tra esercitazioni pratiche e casi particolari, è utile a chi opera in ambito HR e amministrativo, ma anche a chiunque voglia smettere di guardare la propria busta paga come un documento indecifrabile. Un tassello spesso trascurato, eppure fondamentale per muoversi con consapevolezza nel mondo del lavoro.
Tutti i percorsi sono aperti sia ai privati sia alle aziende, si svolgono in modalità webinar e rilasciano la certificazione Open Badge riconosciuta a livello internazionale. Come per gli altri corsi Howay, chi si iscrive con almeno 60 giorni di anticipo riceve anche un omaggio formativo esclusivo, legato alle competenze più richieste dal mercato.
Accanto ai corsi in calendario, l'area People Management comprende diversi percorsi le cui ultime edizioni si sono già concluse, ma che restano disponibili su richiesta, in forma personalizzata per un professionista o per il team di un'azienda.
Tra questi, Leadership e sviluppo dei collaboratori, realizzato in partnership con la Scuola Gestalt Coaching, dedicato a chi vuole evolvere il proprio stile di guida imparando a leggere le situazioni e a valorizzare i talenti. C'è poi lo Strategic Workforce Planning, che collega la strategia aziendale alle persone attraverso people analytics e pianificazione dei fabbisogni di competenze, per anticipare e non subire il cambiamento. Completano il quadro Come selezionare il personale con la PNL, focalizzato sulla comunicazione efficace nei colloqui, e la formula weekend del Leader Coach, alternativa a quella infrasettimanale per chi ha esigenze di calendario diverse. Sono tutti percorsi riattivabili: basta segnalare l'interesse per costruire insieme l'edizione più adatta.
Il bello di quest'area è che parla a due interlocutori diversi, con lo stesso obiettivo di fondo. Se sei un'azienda, i percorsi possono essere progettati su misura sulle esigenze del tuo team, con la possibilità, in molti casi, di ricorrere alla formazione finanziata per abbattere i costi. Se invece sei un privato o un professionista che vuole crescere nella gestione delle persone, puoi iscriverti ai corsi in programma o chiedere informazioni sul percorso più in linea con i tuoi obiettivi.
In qualità di ente di formazione accreditato del gruppo W Group, Howay affianca in entrambi i casi con un approccio concreto e orientato ai risultati. Per costruire un corso ad hoc o semplicemente per ricevere maggiori informazioni, ti basta contattarci: saremo felici di aiutarti a trovare il percorso giusto. Perché guidare bene le persone, in fondo, è la competenza da cui dipendono tutte le altre.
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Ti sei mai chiesto se le competenze che usi oggi al lavoro varranno ancora qualcosa tra cinque anni? È una domanda che si fanno in tanti, e non è pessimismo: è semplice consapevolezza di quanto in fretta stia cambiando il mestiere di tutti.
La risposta, per fortuna, non è drammatica come si potrebbe temere. Nessuno diventerà improvvisamente inutile: quello che cambia è il mix di skill che serve avere. Le tecnologie assorbono le attività ripetitive e prevedibili, e in cambio alzano il valore di ciò che le macchine non sanno fare. Il risultato è un mercato del lavoro che chiede allo stesso tempo più competenze tecniche e più competenze umane.
Vediamo quindi quali sono le skill destinate a contare di più entro il 2030, sia sul fronte tecnologico sia su quello trasversale, e perché la vera abilità decisiva non è nessuna delle due, ma la capacità di continuare a imparare.
Partiamo dal dato che riassume tutto. Secondo il Future of Jobs Report del World Economic Forum (è un report biennale), i datori di lavoro si aspettano che entro il 2030 cambi il 39% delle competenze chiave dei lavoratori: quasi due su cinque saranno trasformate o diventeranno obsolete. Un numero importante, che però racconta anche una buona notizia, perché è in calo rispetto al 44% rilevato appena due anni prima. La corsa non sta accelerando all'infinito: si sta stabilizzando, anche grazie al fatto che sempre più persone hanno iniziato a formarsi.
Lo stesso report stima che entro il 2030 nasceranno circa 170 milioni di nuovi ruoli a fronte di 92 milioni destinati a ridimensionarsi. Il saldo, insomma, è positivo. Il punto è che i posti che si creano e quelli che si perdono non riguardano le stesse persone né le stesse competenze: la distanza tra i due mondi si colma soltanto con la formazione. Non a caso, quasi due terzi delle aziende indicano proprio nella carenza di competenze il principale ostacolo alla propria trasformazione.
Sul fronte tecnico la classifica è netta, e in cima c'è una coppia che ormai non sorprende più nessuno, anzi è entrata nell'utilizzo quotidiano almeno da un paio d'anni. Stiamo parlando di Intelligenza artificiale e big data: sono le competenze in più rapida crescita in assoluto, con il 90% dei datori di lavoro che ne prevede una domanda in aumento entro il 2030. Non significa saper programmare un modello, ma saper usare gli strumenti di AI generativa nel proprio lavoro, riconoscere un risultato affidabile e integrarlo nei processi quotidiani.
Ma non solo, perché insieme all'AI cresce la necessità di avere maggiore protezione. E quindi, Reti e cybersicurezza: più le attività si spostano online, più cresce il bisogno di persone capaci di proteggere dati e infrastrutture. È una competenza che, con l'entrata a regime delle normative europee, riguarda ormai anche le piccole imprese e non solo i reparti IT. Per concludere, non può mancare la cosiddetta Alfabetizzazione tecnologica e lettura dei dati: saper raccogliere, interpretare e soprattutto raccontare i numeri è diventato trasversale a ogni funzione, dal marketing all'amministrazione. Non serve essere analisti: serve saper trasformare i dati in decisioni.
A queste tre macro categorie si affianca un'area in forte espansione, quella della sostenibilità ambientale: la transizione verso modelli produttivi a basso impatto sta creando domanda di conoscenze applicate all'efficienza energetica e alla gestione responsabile delle risorse, ben oltre i confini dei settori tradizionalmente "verdi". Anche di questo abbiamo parlato di recente, raccontando cosa significa per un'azienda misurare e comunicare il proprio impatto.
Qui arriva la parte che spesso viene trascurata, e che invece fa la differenza. Se le tecnologie corrono, le competenze che restano saldamente umane acquistano valore proprio perché diventano scarse. Il report del World Economic Forum è chiaro su questo: le due famiglie di skill in crescita più rapida sono quelle cognitive e quelle socio-emotive.
Il pensiero analitico resta la competenza più ricercata in assoluto: sette aziende su dieci lo considerano essenziale. Accanto ad esso crescono il pensiero creativo, cioè la capacità di trovare soluzioni quando le strade già battute non funzionano, e la resilienza, intesa come flessibilità e agilità di fronte al cambiamento. Sono qualità che non si imparano leggendo un manuale, ma che si allenano.
C'è poi tutto il capitolo delle relazioni. La leadership e la capacità di guidare le persone, l'intelligenza emotiva con cui si riconoscono e si gestiscono le emozioni proprie e altrui, l'ascolto attivo e l'abilità di collaborare in team sempre più eterogenei, distribuiti tra sedi diverse e culture diverse. Sono tutte competenze che l'automazione, per quanto avanzata, non è in grado di sostituire — perché richiedono giudizio, empatia e responsabilità.
Ecco perché la contrapposizione tra "competenze tecniche" e "competenze umane" è un falso problema. Il profilo che il mercato cercherà nel 2030 non è né il tecnico puro né il buon comunicatore: è chi sa tenere insieme le due cose.
Se dovessimo indicarne una sola, però, sarebbe quella meno appariscente: la capacità di imparare. In un contesto in cui quasi il 40% delle competenze si rinnova nel giro di cinque anni, nessuna abilità specifica offre una garanzia a vita. Quella che la offre è l'abitudine ad aggiornarsi con costanza.
È il principio alla base di due parole che sentirai sempre più spesso: upskilling, cioè perfezionare le competenze che già possiedi, e reskilling, ossia acquisirne di nuove per cambiare ruolo o direzione. Due strade diverse con un unico presupposto: smettere di considerare la formazione come qualcosa che finisce con la scuola. Difatti, il vero vantaggio competitivo oggi non sta in ciò che sai, ma nella velocità con cui riesci a imparare ciò che ancora non sai.
Da dove cominciare, allora? Un buon punto di partenza è fare un inventario onesto: in cosa ti senti bravo/a? Quali attività del tuo lavoro potrebbero essere automatizzate nei prossimi anni, e quali invece dipendono dal tuo giudizio? Da lì si capisce dove conviene investire. Il consiglio, valido tanto per un professionista quanto per un'azienda, è di non aspettare che il cambiamento bussi alla porta: quando la competenza serve, impararla è già tardi.
In qualità di ente di formazione accreditato, Howay accompagna persone e organizzazioni esattamente su questo terreno, con un catalogo che copre entrambi i fronti di cui abbiamo parlato: dai corsi di intelligenza artificiale all'analisi dei dati, dalla cybersicurezza alla comunicazione, dalla leadership alla gestione dei team. Per le aziende, i percorsi possono essere progettati su misura e, in molti casi, finanziati attraverso i fondi disponibili; per chi vuole rimettersi in gioco, la formazione resta lo strumento più concreto per trovare lavoro o cambiarlo.
Il 2030 non è un traguardo lontano: è il risultato di quello che decidi di imparare da qui in avanti.
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