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DOCENTI DI FORMAZIONE IN MATERIA DI SALUTE E SICUREZZA:

‍‍Ricerchiamo docenti per una collaborazione continuativa per erogare corsi di formazione in materia di salute e sicurezza negli ambienti di lavoro. ‍

I corsi erogabili dai formatori rientrano nella categoria formazione di base, generale e rischi specifici, secondo quanto previsto dal il D.Lgs 81/08 e dall’AccordoStato Regioni 21/12/2011.
I suddetti percorsi formativi potranno essere erogati sia in presenza che in modalità webinar in relazione a quanto stabilito dalla normativa vigente.

I formatori dovranno avere i seguenti requisiti:

  • Qualifica di “formatore” secondo quanto previsto dal D. I. 06/03/2013 “Criteri di qualificazione della figura del formatore perla salute e sicurezza sul lavoro”
  • Esperienza di docenza almeno triennale nella materia oggetto di candidatura
  • Avere buone doti relazionali e comunicative
  • Disponibilità anche ad eventuali trasferte nella regione di candidatura
  • Essere in possesso di Partita Iva (obbligatorio)

Gli interessati IN POSSESSO DEI REQUISITI possono candidarsi nella sezione LAVORA CON NOI come docenti.

Nel cv preghiamo di inserire l'autorizzazione al trattamento dei dati personali ai sensi del Dlgs 196/03 e Reg.UE 2016/679. (La ricerca è rivolta a candidati ambosessi).

 

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DOCENTI CORSI DI LINGUE:

Ricerchiamo docenti di lingua per una collaborazione continuativa per erogare corsi di lingue straniere.

I percorsi formativi rientrano nella categoria della formazione di base, avranno una durata di 80 ore e si rivolgeranno ad un pubblico non esperto.
Ogni corso potrà essere erogato sia in presenza presso la nostra sede di VERONA sia in modalità webinar in relazione a quanto stabilito dalla normativa vigente.

I candidati dovranno avere i seguenti requisiti:

  • Esperienza certificata di almeno 1 anno nella lingua oggetto di insegnamento
  • Avere buone doti relazionali e comunicative
  • Disponibilità ad insegnare presso la nostra sede diVerona
  • Essere in possesso di Partita Iva (obbligatorio)

Gli interessati IN POSSESSO DEI REQUISITI possono candidarsi nella sezione LAVORA CON NOI come docenti.

Nel cv preghiamo di inserire l'autorizzazione al trattamento dei dati personali ai sensi del Dlgs 196/03 e Reg.UE 2016/679. (La ricerca è rivolta a candidati ambosessi).

 

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FORMATORE PER GIOVANI IN DISPERSIONE SCOLASTICA:

Ricerchiamo formatore con esperienza maturata assieme a giovani in dispersione scolastica.

Il candidato dovrà condurre un laboratorio formativo, IN PRESENZA, presso la nostra sede di Verona, e dovrà possedere i seguenti requisiti:

  • Laurea in Psicologia, Laurea in scienze dell’educazione e della formazione, Laurea in pedagogia
  • Esperienza di almeno 5 anni in percorsi di orientamento giovanile
  • Ottime doti relazionali e comunicative
  • Disponibilità ad insegnare presso la nostra sede di Verona
  • Essere in possesso di Partita Iva (obbligatorio)

Il formatore dovrà sviluppare azioni volte a:

  • riconoscere e interpretare i segnali di disagio e demotivazione degli studenti 
  • Contrastare modelli di pensiero negativo riguardo l’immagine di sé e del futuro
  • Gestire l’ansia e lo stress legati alla visione negativa del futuro
  • Attività di empowerment e di problem solving per costruire una nuova visione di sé e del futuro
  • Realizzare interventi di mentoring e coaching di gruppo
  • Realizzare un project work finale a testimonianza dell’arricchimento delle competenze personali

Il corso si svolgerà in presenza, in viaGermania 1 a Verona, il 15 e il 16 maggio dalle ore 9-18.

Gli interessati IN POSSESSO DEI REQUISITI possono candidarsi nella sezione LAVORA CON NOI come docenti.

Nel cv preghiamo di inserire l'autorizzazione al trattamento dei dati personali ai sensi del Dlgs 196/03 e Reg.UE 2016/679. (La ricerca è rivolta a candidati ambosessi).

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Ultimi novità e aggiornamenti

25/9/2026

Corsi di sicurezza sul lavoro: quali sono obbligatori e ogni quanto si rinnovano

Il periodo transitorio concesso alle aziende per adeguarsi alle nuove regole sulla formazione in materia di sicurezza è terminato, e da maggio 2026 si applica un unico impianto normativo. Per molte imprese significa una cosa concreta: alcuni attestati che sembravano ancora validi, in realtà non lo sono più.

Il caso più frequente riguarda i preposti, il cui aggiornamento è passato da una cadenza di cinque anni a una di due. Ma è solo l'esempio più evidente di un equivoco diffuso, cioè l'idea che la formazione sulla sicurezza si faccia una volta e poi resti valida per sempre. La maggior parte dei corsi previsti dal D.Lgs. 81/2008 ha invece una validità a termine, con scadenze diverse per ciascuna figura aziendale.

In questo articolo vediamo quali corsi sono obbligatori e per quali figure, ogni quanto vanno rinnovati, cosa è cambiato con le nuove regole, cosa si rischia in caso di formazione scaduta e come tenere le scadenze sotto controllo.

Chi deve fare la formazione sulla sicurezza?

Il principio di partenza è nell'articolo 37 del Testo unico: il datore di lavoro deve garantire a ciascun lavoratore una formazione sufficiente e adeguata in materia di salute e sicurezza. L'obbligo riguarda tutte le aziende, indipendentemente da dimensione e settore, e si estende a diverse figure con percorsi distinti.

‍Lavoratori: un modulo di formazione generale, comune a tutti i settori, e uno di formazione specifica legato ai rischi della mansione, con durata crescente in base al livello di rischio dell'azienda.

Preposti e dirigenti: chi sovrintende le attività e chi ha responsabilità organizzative segue percorsi aggiuntivi rispetto a quelli previsti per i lavoratori.

Datore di lavoro: oltre al percorso previsto per chi assume direttamente il ruolo di responsabile del servizio di prevenzione e protezione, esiste ora un obbligo formativo anche per chi non lo svolge.

RLS: il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza ha un proprio percorso iniziale e un aggiornamento dedicato.

Addetti alle emergenze: antincendio e primo soccorso seguono normative specifiche, distinte dall'Accordo generale.

A questi si aggiungono le abilitazioni per attrezzature particolari — carrelli elevatori, piattaforme di lavoro elevabili, gru, macchine movimento terra — che richiedono percorsi dedicati con parte pratica.

Ogni quanto vanno rinnovati i corsi?

Veniamo al punto che genera più confusione, anche perché diverse tabelle ancora in circolazione riportano cadenze superate. Il quadro attuale, alla luce delle nuove regole, si può riassumere così.

L'aggiornamento dei lavoratori resta quinquennale, con una durata minima di sei ore. Va inoltre ripetuto ogni volta che intervengono elementi nuovi: una modifica degli esiti della valutazione dei rischi, un cambio di mansione, l'introduzione di nuove attrezzature o tecnologie.

Per i preposti è arrivato il cambiamento più rilevante: l'aggiornamento è passato da quinquennale a biennale, sempre di sei ore. È la novità che sta cogliendo impreparate più aziende, perché chi si è formato confidando nella vecchia cadenza si ritrova con un attestato non più valido molto prima del previsto.

Per i dirigenti l'aggiornamento resta quinquennale, con durata minima di sei ore. Analoga cadenza quinquennale è prevista per il datore di lavoro, con durate che variano a seconda che svolga o meno il ruolo di RSPP; va segnalato che, trascorsi dieci anni dal corso o dall'ultimo aggiornamento, è necessario ripetere il percorso completo.

L'RLS ha la cadenza più stretta di tutte: l'aggiornamento è annuale, con durata di quattro o otto ore a seconda del numero di dipendenti dell'azienda.

Per gli addetti al primo soccorso l'aggiornamento è triennale, mentre per gli addetti antincendio e per le abilitazioni alle attrezzature la cadenza è quinquennale.

Cosa è cambiato con il nuovo Accordo Stato-Regioni

Il riferimento normativo oggi è l'Accordo Stato-Regioni del 17 aprile 2025, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 24 maggio dello stesso anno, che ha abrogato e sostituito integralmente i precedenti accordi del 2011, 2012 e 2016, unificandoli in un testo organico.

C'è una data che conviene tenere a mente: era previsto un periodo transitorio di dodici mesi, durante il quale si potevano ancora avviare corsi secondo le vecchie regole. Quel periodo si è concluso il 24 maggio 2026: da allora il nuovo impianto si applica senza eccezioni.

Le modifiche più significative riguardano quattro aspetti:

Durate riviste: il percorso per i preposti è passato da otto a dodici ore, mentre quello per i dirigenti è sceso da sedici a dodici, con un modulo aggiuntivo per i cantieri temporanei o mobili.

Nuovo obbligo per i datori di lavoro: la formazione diventa obbligatoria anche per chi non assume direttamente il ruolo di RSPP, con un termine di ventiquattro mesi dalla pubblicazione per mettersi in regola.

Stop all'e-learning per alcuni percorsi: per la formazione dei preposti, iniziale e di aggiornamento, la modalità e-learning non è più ammessa; resta possibile la videoconferenza sincrona.

Requisiti più stringenti sull'erogazione: massimo trenta partecipanti per aula, frequenza minima del 90% delle ore, verifica finale obbligatoria, conservazione del fascicolo del corso per dieci anni e indicazione del codice fiscale sugli attestati.

È stato inoltre introdotto l'obbligo di valutare il gradimento dei partecipanti e di verificare l'efficacia della formazione durante l'attività lavorativa: un passaggio che avvicina la formazione obbligatoria alla logica di qualità già applicata agli altri percorsi aziendali.

Cosa si rischia se la formazione è scaduta

Un attestato scaduto equivale, nella sostanza, a una formazione non effettuata. Le conseguenze si collocano su tre piani.

Il primo è quello sanzionatorio: la mancata formazione è una violazione contestabile in sede di vigilanza, con sanzioni a carico del datore di lavoro e, nei casi previsti, anche del dirigente. Il secondo è operativo: un lavoratore privo di formazione valida non può essere adibito a determinate mansioni, e questo può bloccare attività o accessi in cantiere. Il terzo, il più pesante, riguarda la responsabilità in caso di infortunio, dove l'assenza di formazione aggiornata diventa un elemento centrale nell'accertamento delle responsabilità.

Vale la pena ricordare, inoltre, che i costi della formazione obbligatoria non possono in alcun modo gravare sul lavoratore.

Come tenere sotto controllo le scadenze

Il problema pratico, in molte aziende, non è la volontà di essere in regola: è che ogni persona ha corsi diversi con date diverse, e in organizzazioni anche di media dimensione le combinazioni diventano rapidamente ingestibili a memoria.

Alcuni accorgimenti aiutano parecchio. Il primo è costruire uno scadenzario unico, che associ a ogni lavoratore la sua mansione e i corsi previsti, calcolando le scadenze dalla data riportata sull'attestato. Il secondo è impostare un preavviso di almeno tre mesi, perché organizzare un corso richiede tempo — soprattutto ora che alcune modalità a distanza non sono più ammesse. Il terzo è aggiornare lo scadenzario a ogni cambio di mansione o di ruolo: chi diventa preposto non eredita automaticamente la formazione che gli serve.

Un'ultima verifica utile riguarda il lavoro agile, oggetto di un intervento normativo recente: dal 2026 il datore di lavoro deve consegnare al lavoratore e al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza un'informativa scritta annuale sui rischi connessi a questa modalità. Ne abbiamo parlato approfondendo il tema del diritto alla disconnessione.

Una buona notizia: oggi la sicurezza obbligatoria si può finanziare

C'è un aspetto che molte imprese ignorano e che vale la pena conoscere, soprattutto ora che il nuovo Accordo ha ampliato il fabbisogno formativo di parecchie organizzazioni.

Storicamente la formazione obbligatoria sulla sicurezza era esclusa dai finanziamenti a catalogo dei fondi interprofessionali: andava sostenuta interamente con risorse proprie. Con l'Avviso 4/2026 di Fondimpresa questo è cambiato, e i percorsi previsti dal D.Lgs. 81/2008 rientrano tra quelli finanziabili, insieme allo sviluppo di competenze avanzate. Abbiamo dedicato un approfondimento alle condizioni e alle scadenze di questa opportunità nell'articolo sull'Avviso Fondimpresa 4/2026.

In qualità di ente di formazione accreditato del gruppo W Group, Howay partecipa a questo avviso e affianca le aziende nella mappatura dei fabbisogni: capire quali obblighi vanno assolti nei prossimi mesi, quali competenze conviene sviluppare in parallelo e come combinarli in un unico piano finanziato. Se vuoi valutare la situazione della tua impresa, ti basta contattarci per una prima analisi.

Le informazioni di questo articolo hanno scopo divulgativo: trattandosi di una materia tecnica e in evoluzione, per la valutazione degli obblighi specifici della tua azienda è sempre opportuno rivolgersi al proprio RSPP o a un consulente qualificato.

Approfondimenti:

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24/9/2026

Diventare saldatore: patentini, sbocchi e percorso

La scala antincendio di un edificio, la struttura di un capannone, le tubazioni di un impianto industriale, lo scafo di un'imbarcazione, il telaio di un macchinario agricolo. Oggetti diversissimi, con un elemento in comune: da qualche parte, lungo la loro costruzione, c'è stata una persona che ha unito due pezzi di metallo in modo che si comportassero come uno solo. E dalla qualità di quel lavoro dipende, letteralmente, la tenuta di tutto il resto.

È per questo che il saldatore resta uno dei profili tecnici più ricercati dall'industria, e al tempo stesso uno dei più difficili da trovare. Ma è anche un mestiere su cui circolano parecchie informazioni imprecise, a partire dal famoso "patentino": cos'è davvero, chi lo rilascia, quanto dura, se serve un corso per ottenerlo.

In questo articolo mettiamo ordine: vediamo cosa fa oggi un saldatore, come funziona la qualifica secondo la normativa europea, come si svolge l'esame, quali sono gli sbocchi professionali e come costruire un percorso concreto per entrare nel settore.

Cosa fa oggi un saldatore: un mestiere antico diventato tecnologico

Il saldatore è l'operatore specializzato che realizza giunzioni tra componenti metallici attraverso diversi procedimenti, garantendo che il risultato sia solido, sicuro e conforme alle specifiche di progetto. Il lavoro non si esaurisce nel momento della saldatura: comprende la lettura del disegno tecnico e delle istruzioni di lavoro, la preparazione dei pezzi e dei lembi da unire, la scelta dei parametri, il controllo del risultato e la cura delle attrezzature.

I procedimenti più diffusi sono tre, ciascuno con un proprio ambito ideale:

Elettrodo rivestito: il metodo più tradizionale e versatile, molto usato in carpenteria e nei lavori in cantiere, anche all'aperto, poi abbiamo il MIG/MAG a filo continuo: il procedimento più diffuso nella produzione industriale, apprezzato per la velocità e la produttività. E per finire il TIG: la tecnica di precisione, utilizzata per spessori sottili, acciaio inossidabile, alluminio e lavorazioni in cui l'aspetto e la pulizia del giunto contano quanto la resistenza.

Rispetto al passato, il mestiere è cambiato parecchio. Attrezzature a controllo elettronico, sistemi di aspirazione dei fumi, dispositivi di protezione più efficaci e una crescente diffusione della saldatura automatizzata hanno reso la professione più sicura e più tecnica: oggi un buon saldatore deve saper leggere una procedura quanto saper guidare una torcia.

Patentino da Saldatore: quando è obbligatorio

Quello che nel linguaggio comune si chiama "patentino" è in realtà la qualifica del saldatore, regolata dalla norma UNI EN ISO 9606. È una norma armonizzata a livello europeo, e questo significa che una qualifica ottenuta in Italia secondo questo standard è riconosciuta in tutta l'Unione e in molti Paesi extraeuropei che lo adottano. Il testo della norma per gli acciai, la UNI EN ISO 9606-1, è consultabile sullo store ufficiale dell'ente di normazione UNI.

Il primo equivoco da sciogliere è che non esiste un patentino unico. La qualifica descrive in modo molto preciso cosa il saldatore è abilitato a fare: con quale procedimento, su quale famiglia di materiali, entro quali spessori e diametri, in quali posizioni di lavoro e su quale tipo di giunto. Per questo la norma si articola in più parti, dedicate agli acciai, all'alluminio, al rame, al nichel e al titanio, e per questo molti professionisti accumulano più qualifiche nel corso della carriera.

Il secondo equivoco riguarda chi la rilascia. La qualifica non è un attestato rilasciato da una scuola, ma un certificato emesso da un organismo di certificazione indipendente, al termine di una prova pratica svolta sotto il controllo di un esaminatore. Per sostenerla non sono previsti requisiti formali, né l'obbligo di frequentare un corso: in teoria chiunque può presentarsi. Nella pratica, però, senza una preparazione solida — teorica e manuale — superare le prove è molto difficile.

Il patentino diventa obbligatorio quando lo richiedono le norme di prodotto o il committente, cioè in tutti i casi in cui la sicurezza di una struttura o di un impianto dipende dalla qualità delle saldature. I casi tipici sono le costruzioni metalliche e la carpenteria strutturale (norma UNI EN 1090, necessaria per la marcatura CE delle strutture in acciaio e alluminio), le attrezzature e le tubazioni in pressione (direttiva PED), e poi i settori ferroviario, navale, energetico e petrolchimico, ciascuno con i propri standard aggiuntivi.

Fuori da questi ambiti la qualifica non è imposta per legge, ma è sempre più spesso richiesta dalle aziende come garanzia minima di professionalità, e rappresenta un elemento molto pesante in fase di selezione.

L'Esame: Come si svolge e cosa bisogna sapere

La prova di qualifica è molto concreta. Il candidato deve eseguire un giunto seguendo una WPS — la specifica di procedura di saldatura, cioè il documento che fissa procedimento, materiali, gas di protezione, spessori, tipo di giunzione e parametri elettrici — sotto la supervisione dell'esaminatore, che verifica anche la preparazione dei lembi, la pulizia e il rispetto delle condizioni previste.

Il pezzo saldato viene poi sottoposto a una serie di controlli. Si parte dall'esame visivo, si prosegue con i controlli non distruttivi come la radiografia o gli ultrasuoni, che individuano eventuali difetti interni, e si arriva alle prove distruttive, in cui dal giunto vengono ricavati dei provini da piegare, rompere o esaminare in sezione per valutarne l'integrità. Solo se tutti gli esiti sono conformi viene emesso il certificato, con indicato con precisione il campo di validità.

Quanto dura la Qualifica e cosa fare per mantenerla nel tempo

Qui le informazioni in circolazione sono spesso contraddittorie, perché la norma prevede più modalità. Il punto fermo è che la qualifica va confermata ogni sei mesi dal datore di lavoro o dal coordinatore di saldatura, che attestano che il saldatore ha continuato a lavorare nel campo per cui è qualificato, senza interruzioni superiori a sei mesi.

Per la validità di lungo periodo, la UNI EN ISO 9606-1 prevede invece tre possibilità alternative, scelte al momento della qualifica e indicate sul certificato: sostenere una nuova prova ogni tre anni; oppure, ogni due anni, far verificare con controlli volumetrici o distruttivi due saldature eseguite negli ultimi sei mesi; oppure ancora mantenere la qualifica in modo continuativo, a condizione che l'azienda operi con un sistema di gestione della qualità della saldatura e documenti periodicamente la conformità del lavoro svolto.

Un ultimo chiarimento utile: il certificato appartiene alla persona, non all'azienda. Cambiando datore di lavoro resta valido, ma la conferma periodica dovrà essere garantita dal nuovo responsabile.

Gli sbocchi professionali e il percorso per entrare nel settore

La saldatura apre molte più strade di quanto si immagini. La più immediata è il lavoro in produzione, nelle carpenterie metalliche, nell'industria meccanica, nella cantieristica, nell'impiantistica e nella manutenzione industriale, come dipendente oppure in proprio, aprendo un'attività su commessa.

Con l'esperienza si possono poi aprire due direzioni di crescita. La prima è la specializzazione: qualifiche su più procedimenti e materiali, lavorazioni in posizioni difficili, settori ad alta specializzazione come quello navale, ferroviario o energetico, e la qualifica di operatore per la saldatura automatica e robotizzata, regolata da una norma dedicata. La seconda è quella dei ruoli tecnici e di controllo: chi conosce a fondo procedure, difetti e controlli non distruttivi può evolvere verso il controllo qualità, l'ispezione delle saldature e, con una formazione specifica, il ruolo di coordinatore di saldatura, la figura che supervisiona l'intero processo in azienda e ne garantisce la conformità.

È un percorso che valorizza molto la base teorica: più si conoscono materiali, normative e metodi di controllo, più il mestiere diventa una professione con margini di crescita reali.

Riassumendo, la strada più efficace si compone di quattro tappe. Si parte da una formazione tecnica di base su procedimenti, metallurgia dei materiali, normative e lettura delle procedure. Si prosegue con la pratica, idealmente affiancando un saldatore esperto o attraverso esperienze in azienda. Si affronta quindi la qualifica presso un organismo di certificazione, sul procedimento e sul materiale più richiesti nel settore che interessa. E infine si continua a specializzarsi, aggiungendo qualifiche e competenze nel tempo.

La Welding Academy di Howay

È proprio sulla prima tappa che si concentra la Welding Academy di Howay, l'area del nostro catalogo dedicata alla formazione tecnica e pratica sulla saldatura. Il percorso di riferimento è il corso Fondamenti di saldatura e metallurgica applicata: 24 ore, senza prerequisiti, erogato presso la sede Howay di Verona, in via Germania 1, con modalità in presenza, webinar e con il supporto della realtà virtuale.

Il programma copre tutto ciò che serve per affrontare la qualifica e lavorare con consapevolezza in produzione e nel controllo qualità: saldatura ad arco e brasatura, preparazione dei giunti con esercitazioni pratiche, normative ASME ed EN, metallurgia degli acciai al carbonio e inossidabili, saldabilità dei materiali, difetti e loro prevenzione, simbologia, controlli non distruttivi — liquidi penetranti, radiografia, ultrasuoni, esame visivo — e lettura e interpretazione delle WPS, cioè esattamente i documenti su cui si svolge l'esame. Il percorso si chiude con un test finale di verifica.

L'ultima edizione si è conclusa in primavera, ma il corso può essere riattivato su richiesta, anche con contenuti adattati alle esigenze specifiche. Per chi è in cerca di occupazione o lavora in somministrazione esistono inoltre canali di formazione finanziata, mentre per le imprese è possibile valutare il finanziamento attraverso i fondi interprofessionali.

Sei interessato? Contattaci

Se vuoi avvicinarti a questo mestiere, o consolidare le basi che hai già maturato sul campo, puoi contattarci come privato: ti aiuteremo a capire se il percorso è adatto al tuo livello di partenza, quali sono le prossime date disponibili e se esistono possibilità di finanziamento per la tua situazione.

Se invece rappresenti un'azienda e hai bisogno di formare il tuo personale — nuovi ingressi da avviare al mestiere, operatori da preparare alla qualifica, tecnici da far crescere verso il controllo qualità — possiamo costruire insieme un percorso su misura, in aula presso la nostra sede o direttamente per il tuo team.

In entrambi i casi ti basta scriverci dalla pagina contatti: il team Howay ti risponderà per fissare un primo confronto.

Perché in un mestiere in cui la qualità del lavoro si misura, letteralmente, con i raggi X, partire da basi solide non è un dettaglio: è ciò che fa la differenza tra saper saldare e saperlo fare davvero.

Approfondimenti:

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21/9/2026

Arbejdsglaede: cosa ci insegna la parola danese per la felicità al lavoro

Che il lavoro sia prima di tutto fatica è una convinzione che ci portiamo dietro da secoli, e che la lingua italiana registra fedelmente. Diciamo "buon lavoro" come si dice "buona fortuna", ci congratuliamo con chi "se l'è sudata", e quando qualcuno confessa di divertirsi in ufficio scatta quasi sempre la stessa battuta: allora non stai lavorando davvero.

In danese esiste una parola che rende questa battuta incomprensibile. Si scrive arbejdsglæde — dall'unione di arbejde, lavoro, e glæde, gioia — e significa, letteralmente, gioia di lavorare. Non soddisfazione, non equilibrio, non benessere: gioia. E il fatto che una lingua senta il bisogno di coniarla, mentre altre no, racconta qualcosa di preciso su cosa ciascuna cultura consideri normale.

In questo articolo vediamo cosa significa davvero l'arbejdsglaede, perché la sua assenza nel nostro vocabolario non è un dettaglio, cosa dice la ricerca scientifica sul legame tra felicità e prestazioni, e quali elementi la generano concretamente in un'organizzazione.

Che cos'è l'arbejdsglaede? E in Italiano abbiamo una parola simile?

La definizione più semplice è anche la più spiazzante: arbejdsglaede è non avere un problema con il lunedì. È la condizione di chi trova un piacere intrinseco in ciò che fa, non perché il lavoro sia sempre facile o entusiasmante, ma perché nel complesso lo considera un'attività che dà energia invece di toglierla.

La differenza rispetto ai concetti a cui siamo abituati è sostanziale. La soddisfazione lavorativa è una valutazione a posteriori: ci si chiede, tirando le somme, se il rapporto tra ciò che si dà e ciò che si riceve sia accettabile. L'engagement misura quanto una persona sia coinvolta negli obiettivi dell'organizzazione, ed è un concetto costruito soprattutto dal punto di vista dell'azienda. L'arbejdsglaede è un'altra cosa ancora: è un'emozione quotidiana, non un bilancio, e riguarda anzitutto la persona.

Va anche detto cosa non è, perché l'equivoco è dietro l'angolo: non ha nulla a che vedere con il divertimento organizzato, con le sale relax o con le iniziative pensate per rendere più gradevole un ambiente che resta problematico. Nella cultura nordica non è un beneficio accessorio, ma un presupposto: si dà per scontato che un lavoro debba poter essere vissuto con piacere, e quando questo non accade si considera un problema da risolvere, non una condizione naturale da sopportare.

Potrà sembrare una curiosità linguistica, e invece è il cuore della questione. Le lingue coniano termini specifici per le cose che una comunità pratica abitualmente e ha bisogno di nominare in fretta.

Non a caso l'arbejdsglaede ha parenti stretti: il norvegese e lo svedese hanno forme praticamente identiche, il tedesco possiede Arbeitsfreude, e l'estone usa töörõõm, che significa esattamente la stessa cosa. Nelle lingue romanze, invece, il termine manca. Possiamo dire "soddisfazione professionale" o "benessere lavorativo", ma sono espressioni tecniche, prese in prestito dal linguaggio aziendale: nessuna descrive un'emozione che una persona possa attribuire spontaneamente alla propria giornata.

L'assenza di una parola non impedisce di provare il sentimento, ma rende più difficile pretenderlo. Se non esiste un modo semplice per dire "vado al lavoro volentieri", quella condizione tende a essere percepita come una fortuna individuale — capitata a chi ha trovato l'impiego giusto — anziché come un obiettivo su cui un'organizzazione possa lavorare.

Cosa ci dice la ricerca: le persone felici lavorano davvero meglio?

Su questo punto esistono evidenze solide, e conviene partire da quelle invece che da impressioni generiche. Lo studio più citato è quello condotto da Andrew Oswald, Eugenio Proto e Daniel Sgroi dell'Università di Warwick, pubblicato sul Journal of Labor Economics: attraverso quattro esperimenti che hanno coinvolto oltre settecento persone, i ricercatori hanno rilevato che i soggetti resi più felici mostravano una produttività superiore di circa il 12%.

L'aspetto più interessante, però, non è la percentuale: è il meccanismo. Come hanno spiegato gli autori, chi lavora in uno stato d'animo positivo tende a utilizzare il tempo in modo più efficace, aumentando il ritmo senza che la qualità del risultato ne risenta. Non si tratta quindi di persone che si impegnano di più per gratitudine verso l'azienda, ma di persone che lavorano meglio perché la loro attenzione non è occupata altrove.

Lo studio mostra anche il rovescio: eventi che riducono il benessere si accompagnano sistematicamente a una produttività più bassa. Il legame, insomma, funziona in entrambe le direzioni — ed è una ragione sufficiente per smettere di considerare la felicità al lavoro un tema morbido, buono per le presentazioni ma non per le decisioni.

Se si guarda a cosa produce davvero questa condizione, due elementi tornano con regolarità, e nessuno dei due richiede investimenti straordinari.

Il primo sono i risultati: la sensazione di essere competenti, di portare a termine cose che hanno un senso e di vederselo riconoscere. È un bisogno molto concreto, e spiega perché tante iniziative di benessere falliscano: se una persona passa le giornate su attività di cui non capisce l'utilità, o il cui esito nessuno guarda mai, nessuna sala relax compenserà quel vuoto.

Il secondo sono le relazioni: stimare i colleghi, fidarsi di loro, avere con chi coordina un rapporto che non sia solo di controllo. Su questo la cultura scandinava ha qualche vantaggio strutturale — gerarchie più piatte, decisioni più trasparenti, la consuetudine svedese della pausa collettiva nota come fika — ma il principio è replicabile ovunque: le relazioni si costruiscono con occasioni regolari di incontro, non con eventi straordinari una volta all'anno.

C'è poi un terzo elemento, meno appariscente: il rispetto del tempo fuori dal lavoro. Nei paesi nordici la settimana lavorativa è tra le più corte d'Europa e la reperibilità permanente non è considerata un segno di dedizione. Anche qui il punto non è l'orario in sé, ma il messaggio che veicola: quando si dà per scontato che le persone abbiano una vita oltre l'ufficio, tornano più volentieri. È lo stesso ragionamento che abbiamo sviluppato parlando di work life balance e di diritto alla disconnessione.

Si può importare un modello culturale?

La risposta onesta è no, non integralmente. Il modello scandinavo poggia su un assetto sociale, contrattuale e fiscale che non si trapianta copiando qualche pratica. Chi si limita a introdurre la pausa caffè strutturata sperando nella trasformazione del clima aziendale resterà deluso.

Quello che si può fare, però, è lavorare sui presupposti, che sono trasferibili. Significa chiarire alle persone quale contributo stanno dando e riconoscerlo quando arriva; ridurre le attività che nessuno legge mai; rendere le decisioni comprensibili anche a chi non le prende; proteggere i tempi di recupero invece di premiare implicitamente chi non stacca mai. Sono interventi organizzativi, non slogan.

E c'è un punto su cui vale la pena insistere: la gran parte di questi elementi passa da chi guida i team. Un responsabile che sa riconoscere un buon lavoro, dare feedback utili e gestire le tensioni prima che si incancreniscano incide sul clima quotidiano più di qualsiasi programma aziendale. È il motivo per cui il benessere organizzativo, alla fine, è quasi sempre una questione di competenze: non di buone intenzioni.

Come Howay affianca persone e aziende nello 'stare bene al lavoro'

Howay lavora esattamente su questo terreno, con percorsi dedicati alla gestione delle persone e dei team, alla comunicazione efficace, all'intelligenza emotiva e alla gestione dello stress. Per le organizzazioni, i piani possono essere costruiti su misura a partire da un'analisi del clima e dei fabbisogni reali, e in molti casi finanziati attraverso i fondi disponibili.

È un tema che portiamo anche fuori dai nostri percorsi: saremo presenti al Wellbeing Happiness Forum 2026, il 21 e 22 ottobre a Milano, con due interventi dedicati proprio al benessere e a una formazione sostenibile per chi lavora. Se vuoi capire da dove partire nella tua realtà, ti basta contattarci per una prima valutazione.

Alla fine, forse, la lezione della parola danese è tutta qui: finché consideriamo la gioia di lavorare un'eccezione fortunata, continueremo a non avere un termine per indicarla. Il giorno in cui ci sembrerà normale aspettarsela, probabilmente ne avremo coniato uno anche noi.

Approfondimenti:

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17/9/2026

Howay al Wellbeing Happiness Forum 2026: benessere, microlearning e organizzazioni del futuro

Arrivare a fine giornata con la sensazione di non aver concluso nulla, pur non essendosi fermati un attimo. Rimandare l'ennesimo corso perché "questa settimana proprio non ci sta". Sono esperienze comuni a moltissimi professionisti, e raccontano qualcosa che il dibattito sul benessere organizzativo ha spesso trascurato: il problema non è solo la quantità di tempo, ma l'energia mentale che resta a disposizione.

È uno dei temi che Howay porterà al Wellbeing Happiness Forum 2026, in programma il 21 e 22 ottobre 2026 al Centro Congressi Stella Polare di Fiera Milano Rho, dove parteciperà in qualità di sponsor con due interventi e con Mornin'cup, la piattaforma di microlearning nata proprio per rendere la formazione sostenibile nelle agende reali delle persone.

Nei prossimi paragrafi vediamo cos'è il Forum, quali sono i due speech che porteremo, e perché il modo in cui impariamo è diventato parte integrante del discorso sul benessere.

Cos'è il Wellbeing Happiness Forum

Organizzato da Ecosistema Formazione Italia e OMM Business, il Wellbeing Happiness Forum si presenta come il primo evento in Italia interamente dedicato al benessere, alla felicità e al welfare nel mondo del lavoro. L'edizione 2026 raccoglie oltre 160 speaker e più di 1.600 partecipanti, tra cui professionisti HR, wellbeing e welfare manager, responsabili della formazione, istituzioni e realtà del terzo settore.

I temi affrontati restituiscono bene l'ampiezza del dibattito attuale: sostenibilità umana, purpose, salute psicofisica, welfare aziendale, attrazione e trattenimento dei talenti, diversità e inclusione, benessere digitale e leadership consapevole. Un programma costruito attorno a un'idea precisa, ovvero che il benessere non sia un beneficio accessorio da aggiungere in coda, ma un modo diverso di progettare le organizzazioni.

Il formato alterna interventi sul palco, workshop ed esperienze immersive, e per la giornata del 21 ospita anche il Coaching Day promosso da ICF Italia. Il programma completo è consultabile sul sito ufficiale del Forum.

21 ottobre — Il professionista esausto: non ci manca il tempo, ci manca spazio mentale

Il primo intervento affronta una condizione che riguarda ormai una platea vastissima. Essere professionisti oggi significa prendere decisioni in continuazione, gestire un flusso costante di informazioni, aggiornarsi senza sosta e, in mezzo a tutto questo, trovare il tempo per imparare in agende già sature.

Il punto di partenza dello speech è che non si tratti soltanto di una questione di ore disponibili, ma di energia cognitiva. È una distinzione tutt'altro che accademica: due persone con lo stesso tempo libero possono avere una capacità di apprendere completamente diversa, a seconda di quanto quel tempo arrivi già "consumato" da decisioni, riunioni e stimoli.

L'intervento sarà guidato da Marcella Loporchio, docente su Mornin'cup — dove cura, tra gli altri, proprio un percorso dedicato a questo tema — e accompagnerà il pubblico a riconoscere i segnali della stanchezza mentale che sempre più spesso accompagna il lavoro quotidiano. Da lì una proposta concreta: ripensare il modo stesso in cui si apprende, attraverso il microlearning, cioè un approccio alla formazione capace di adattarsi alla vita delle persone invece di chiedere loro altro tempo da sacrificare.

È un cambio di prospettiva che tocca da vicino chi si occupa di formazione aziendale: un percorso ben progettato ma incompatibile con i ritmi reali dei partecipanti produce, nella migliore delle ipotesi, frustrazione. Ne abbiamo parlato anche affrontando il tema dello stress da lavoro correlato, che ha nella pressione cognitiva una delle sue componenti meno visibili.

22 ottobre — Abitare il futuro: immaginare oggi le organizzazioni di domani

Il secondo intervento sposta lo sguardo in avanti. La premessa è che il benessere organizzativo non possa limitarsi a rispondere ai bisogni delle persone di oggi: deve aiutarci a immaginare le organizzazioni nelle quali vivremo e lavoreremo domani.

In un contesto segnato dall'intelligenza artificiale, da nuovi modelli di leadership, dall'evoluzione demografica e da aspettative professionali in continuo cambiamento, lo speech propone di utilizzare il foresight — la disciplina che costruisce scenari futuri plausibili — per trasformare le previsioni in domande utili al presente.

Guidato da Tommaso Corà, esperto di futures thinking, l'intervento inviterà i partecipanti a superare le tradizionali etichette generazionali e a interrogarsi sulle persone che entreranno nelle organizzazioni tra cinque o dieci anni: quali bisogni avranno, cosa cercheranno nel lavoro, quali linguaggi e forme di leadership permetteranno loro di sentirsi parte dell'organizzazione ed esprimere il proprio potenziale.

L'obiettivo dichiarato non è prevedere un unico futuro, ma costruire scenari alternativi attraverso cui ripensare fin da ora cultura aziendale, onboarding, comunicazione, formazione, welfare e modelli organizzativi. Perché immaginare il futuro non significa allontanarsi dal presente: significa acquisire strumenti per abitarlo con più consapevolezza. Un ragionamento che si collega direttamente a quanto abbiamo raccontato parlando delle competenze più richieste entro il 2030.

Tra gli speaker presenti al Forum per Howay ci sarà anche Michele Scremin, Training Business Developer Manager.

Mornin'cup: imparare un sorso alla volta

Il filo che tiene insieme i due interventi ha un nome: Mornin'cup, la piattaforma di microlearning di Howay che porteremo al Forum. L'idea alla base è sintetizzata bene dal suo payoff — un sorso alla volta, una skill alla volta — e risponde esattamente al problema descritto nel primo speech.

Il funzionamento è semplice: contenuti brevi e mirati, fruibili in cinque-quindici minuti al giorno direttamente da browser, accompagnati da quiz interattivi che aiutano a consolidare quanto appreso e da un assistente basato sull'intelligenza artificiale che chiarisce i dubbi durante lo studio. Al termine dei percorsi è previsto il rilascio di un attestato di partecipazione.

Per le aziende esiste una versione dedicata, che permette di organizzare gli utenti per team o reparti, costruire percorsi su misura, caricare contenuti interni — utile in particolare per digitalizzare l'onboarding — e monitorare progressi ed engagement attraverso una dashboard pensata per gli HR. Il catalogo spazia dalle soft skill alla leadership, dalla gestione dello stress all'intelligenza artificiale applicata al lavoro.

Non è un caso che il microlearning trovi spazio in un evento dedicato al benessere: una formazione che si incastra nella giornata, invece di aggiungersi come ulteriore carico, è essa stessa una scelta di sostenibilità organizzativa.

Come partecipare

Il Forum si terrà il 21 e 22 ottobre 2026 presso il Centro Congressi Stella Polare di Fiera Milano Rho. Un'informazione utile per chi lavora nel settore: per HR, L&D, wellbeing e welfare manager, oltre che per i soci di Ecosistema Formazione Italia e per i giornalisti, la partecipazione è gratuita. Agenda, elenco degli speaker e modalità di registrazione sono disponibili sul sito dell'evento.

Se invece vuoi approfondire fin da subito come rendere la formazione più sostenibile per le tue persone, in qualità di ente di formazione accreditato del gruppo W Group possiamo aiutarti a costruire un percorso su misura: ti basta contattarci per una prima valutazione, oppure richiedere una demo di Mornin'cup per il tuo team.

Perché il benessere, in fondo, non si costruisce solo con le iniziative dedicate. Passa anche da scelte apparentemente tecniche, come decidere quanto tempo e quanta energia chiediamo alle persone per imparare qualcosa di nuovo.

Approfondimenti:

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